Un pò di me e la mia intervista con Maurizio Costanzo e più in giù in nuovi post

mercoledì 24 dicembre 2008

A Mia Madre

Dicono che quandio naqui, mia madre
M'insegnò teneramente ad attaccarmi al seno
Ed ogni notte seduta accanto alla culla
Vegliando m'insegnò a dormire.
Sorridendo mi sfiorò la bocca con la sua,
e M'insegnò ad aprire questo bocciolo.
Mi prese per mano e mi fece posare
un piede davanti all'altro, Finchè non m'insegnò a camminare.
Prima un suono, poi l'altro, mi mise le parole in bocca,
Insegnandomi a parlare.
Perciò la mia vita è parte della sua.
Finchè vivrò, ella mi sarà cara e preziosa.

( Iraj Mirza)

AUGURI




OVVIAMENTE IO NON SONO BABBO NATALE E CON GIOIA AUGURO A TUTTI GIORNI PIACEVOLI ED ALLEGRI.

domenica 21 dicembre 2008

Paragonarsi

" Facciamo sempre paragoni tra quello che siamo e quello che dovremmo essere.
Questo continuo paragonarci a qualcuno o a qualche cosa è la causa primaria dei nostri conflitti.
Perchè vi paragonate a qualcun'altro?
Se non vi paragonate ad un altro sarete quello che realmente siete."

Krishnamurti

martedì 16 dicembre 2008

L'invisibile mondo dei boschi

C’è aria di tempesta nell’aria mentre la mia macchina corre verso il cuore agitato di un amico caro.
Nuvoloni carichi di pioggia e le montagne marroni avvolte dalla nebbia, eppure, per la prima volta, queste alture avvolte in una misteriosa atmosfera mi sembrano un luogo ospitale. Le guardo immobili, pazienti rispetto al mio moderno sfrecciare. Penso che amino di più questa nebbia, lenta ed opaca che passando le avvolge lieve e silenziosa. L’invidiò un po’ la nebbia, viaggia senza fretta proprio come piacerebbe a me. Se ne va leggera per i boschi e non ha paura, conosce il mondo invisibile di questi luoghi e ne protegge i segreti.
Gli alberi si offrono alle sue gocce umide, mostrando fieri i loro corpi nudi, le cortecce tinte di giallo o ricoperte di un soffice muschio. Le foglie non tremano al suo passaggio, ma si rendono vivide nella moltitudine dei loro colori. La terra è fradicia di pioggia ed i ruscelli gonfi trascinano sostanza vitale.
Oggi non posso fermarmi, sento il cuore del mio amico battere sempre più forte ed ho voglia d’abbracciarlo e dirgli che ci sono, che sono felice ed orgogliosa di dividere con lui la felicità che sta provando.
Ma il bosco mi chiama, vedo il suo mondo invisibile che alza un sguardo benevolo al mio passare frettoloso.
Non mi piace l’inverno, ma questo è un inverno strano dentro di me. E pieno di colore e di un bel po’ di follia. Qualcuno si affaccia tra le foglie e ride: “Non è l’inverno ad essere cambiato né questi luoghi, sei tu!”
Mi giro, ma la velocità mi porta via. Acuisco i miei sensi e continuo a guardare.
La pioggia batte violenta contro i vetri e la musica accompagna come sempre le emozioni.
Ancora questa strada, ancora la magia che sembra non finire. E’ la mia terra questa terra, non c’è niente da fare, gli appartengo. Ripenso al passato, ai viaggi, all’immane dolore ed alla gioia, anch’essa immensa. Ogni passaggio un solco, una traccia del mio cammino, avanti, indietro e sempre qualcosa d’importante da portare con me. Amavo solo il mare io, un mare che sfiorava appena il lembo estremo della sua superficie. Ed ora?
Ora l’amo tutta. Amo il suo freddo ed il suo sole, il cielo azzurro e le sue nuvole, gli alberi e la sabbia, le rughe del mio vecchio bagnino ed sorriso di chi solo io riesco a vedere. Lei amava questa terra era la sua terra ed è da il suo sorriso che sento accarezzarmi. Ma c’è altro ora per me in questa terra, ho ricevuto un dono che agli uomini non saprei spiegare. C’è un altro sguardo che mi osserva tra gli alberi ed io lo conosco, è quello di una vecchia, una giovane vecchia ed è lei che mi regala un sorriso, il più importante, in questa incredibile mattina.
Il cielo è cupo, ma è solo apparenza. Le gocce battono allegre intorno a me. Tra foglie e cespugli occhi vispi proteggono il mio passare. Il giallo e l’arancio e poi il verde ed il marrone si mescolano, dolcemente, contro lo sfondo grigio di questo strano inverno. E l’humus, grasso e ricco, accoglie i miei pensieri. Pensieri che cadono come semi gettati al mio passaggio tra le fessure di questa terra scura, capace di proteggerli fin quando germoglieranno, come sta accadendo oggi.

Appartengo a questa terra? Sì, le appartengo.

domenica 14 dicembre 2008

Come nasce uno sguardo



Quest’estate ero alle prese con un punto cruciale del mio nuovo romanzo e la storia fluiva tra la mia immaginazione e le dita che veloci digitavano parole sul foglio bianco del mio pc. C’era però un particolare che proprio non riuscivo a fissare, o meglio a visualizzare. Sentivo l’emozione che volevo descrivere, ma mi mancava lo sguardo che la giustificasse. Per settimane avevo cercato invano questo sguardo dentro di me e non trovandolo, arrivata al punto in cui da questi occhi dipendeva il proseguo della storia, ho vissuto il classico “blocco dello scrittore.” Scrivevo e cancellavo mai soddisfatta del risultato. Non c’era niente da fare: mancava quello sguardo forte, un pò accigliato ma colmo di un turbinio di sentimenti, tutti espressi in un un'unica occhiata.

Proprio in quei giorni marito e figlio partono per una vacanza motociclistica “On the road” da veri uomini ed io, per non rimanere a casa a preoccuparmi troppo della loro incolumità, mi regalo un fine settimana in compagnia di un’amica in terra d’Abruzzo.

Sole, macchina e stereo, niente di meglio per lasciare andare pensieri ed emozioni.
Traforo del Gran Sasso, buio e la certezza che una volta fuori il mare sarà vicino.
La galleria finisce e la luce di un luglio caldissimo mi accoglie quasi accecandomi tra distese di grano e case di mattoni color sabbia mentre dallo stereo, per uno strano scherzo del destino, iniziano a diffondersi le note della canzone che ho inserito in questo post e che, se vi va, vi consiglio di ascoltare.
Un tuffo al cuore e la folgorazione che aspettavo: vedo il suo sguardo, quello che mi mancava. Ma è un soffio visivo appena percepito, ed allora rimando indietro la musica e cerco di riacciuffarlo, di rivederlo bene per fissarlo dentro di me.
La macchina corre, la musica riempie l’aria ed io non posso fermarmi a scrivere, ma lo sguardo di questo uomo, il suo corpo, la camicia bianca con le maniche arrotolate su un paio di pantaloni chiari, tutto è li davanti a me, in mezzo al bagliore di uno splendido zenit, esattamente doveve doveva stare: vicino al mare.
Rimando ossessivamente la musica perché la scena si va componendo precisamente e l’emozione che provo è fortissima. Fisso ogni particolare, chiarisco dialoghi e silenzi e gesti e giochi d’ombra. Incredibilmente una mescolanza di sensazioni hanno composto una parte importante della storia ed io avrei voglia di fermare la macchina e scendere a ringraziare quello scorcio di terra e di sole.
Non l’ho fatto, ma so che non è stato un caso che quegli occhi mi hanno guardato proprio lì, tra quelle colline dorate. Non è un caso che all’uscita di quel lunghissimo tunnel il cd fosse arrivato puntuale a quella canzone. Nulla è così casuale, la mente è uno strumento potente ed a volte si accorda con sintonie impercettibili.
Perché raccontarvi questo piccolo episodio? Beh, perché credo che trasmettere la passione per un libro, e per la lettura in genere, possa nascere anche così, svelando come chi scrive arrivi a sentire, a vedere quello che poi fluirà tra le sue mani divenendo parola ed anche per gli altri, ci si augura, emozione.

mercoledì 10 dicembre 2008

Fuggire dagli schemi

“Sei un maschiaccio” non facevano che ripetermi le maestre, le sempre adorabili zie o le amiche dei miei. E questo soltanto perché tra il pettinare le bambole e giocare a nascondino era quest’ultimo gioco a divertirmi di più.

“ Sei fortunata, tuo marito ti aiuta con il bambino”. Mi sono sentita ripetere spesso, come se le attenzioni che mio marito rivolgeva al figlio fossero un favore a me e non un privilegio a cui, intelligentemente, non pensava minimamente di rinunciare.

“ Sei fortunata, tuo marito ti lascia libera di dedicarti alla scrittura.” Quasi il matrimonio fosse una prigione, un luogo di costrizione e lui un carceriere magnanimo.

“ Sei troppo diretta, guardi le persone negli occhi, la tua vivacità mentale spaventa le persone ed ancor più gli uomini.” Come se, anche qui, ogni volta
che dovessi relazionarmi all’altro fosse necessario inscenare una pantomima piena di moine e timidezze altrimenti il collega, il capo, l’amico, il conoscente, di turno potrebbe cadere in preda alla sindrome del mentecatto incapace di sostenere una normale conversazione con una donna non beota.

“ Ormai sei una mamma.” Non facevano che ripetermi tutti quando nacque mio figlio. Ed improvvisamente sembrava che io non fossi più io, non la stessa persona, con gli stessi desideri e volontà di un mese prima.

“ Ma dici queste cose a tuo marito?” Ed il mio sguardo vagava incerto “Ma perché che ho detto?”
Eppure, è così, anche delle cose banali, lo schema vuole, vanno tenute segrete. Il marito è un nemico da cui difendersi, a cui celarsi, ma per l’appunto, poiché dite che sono fortunata, allora fortunatamente ho accanto un uomo equilibrato capace di non entrare in crisi per qualsivoglia sciocchezza.

Fortunata, fortunata, fortunata, quante volte me lo sono sentita ripetere, come se qualunque conquista o risultato raggiunto fosse frutto unicamente del caso e non di un impegno costante e tenace, rispetto agli obbiettivi che mi ponevo. Ma, anche il ritenere l’altro fortunato è un modo per sminuire il suo valore e chiuderlo in una definizione veloce e schematica che mette in pace le anime insoddisfatte.
Potrei continuare poratando un'infinità d'esempi. Nel corso della mia vita ho accumulato miliardi di frasi e rimproveri legati al mio non volermi far intrappolare negli schemi sociali, nei luoghi comuni, soffocata dal comune pensare.

Gli schemi sociali, ahimè, sono una dimensione che ci accoglie con decisa solerzia alla nostra nascita e non ci molla più ed anzi, da sociale via via diventa anche mentale. Ossia, questa pressione si trasforma in una moltitudine di schemi mentali che noi inconsciamente acquisiamo e che ci impediscono di vivere come vorremmo. E gli schemi sociali, questo crudele strumento collettivo che poi diviene un tiranno interiore, è ciò che forse, più di ogni altro diabolico meccanismo, ho cercato di combattere, tentando in ogni modo di allentare e poi strappare il collare appuntito con cui cercava di trattenermi in dimensioni, almeno per me, insopportabili. E spesso ho pagato pegno. E’, infatti, una battaglia difficilissima contrastare il comune pensare, e tutti noi sappiamo quanto sia arduo cercare di essere se stessi e, nel contempo, farci comprendere dal mondo. E il sol fatto che si dica “ cercare” spiega molto. Per quanto mi riguarda ho tentato per una vita di raggiungere questo connubio, ma alla fine mi sono arresa: cerco di essere me stessa e chi vuol capire capisce e chi non vuole s’arrangia. Anche perché, soffrendo e penando, una cosa l’ho compresa: Cchi ti vuole amare ti ama, chi ti vuole vedere per quel che sei ti vede, ma se incontri qualcuno che non vuole fare nell’una né l’altra cosa non c’è niente da fare. Eppure non è così naturale arrivare ad accettare questa verità. al contrario, ognuno di noi, chi più chi meno, lotta per tutta la vita nella speranza, spesso delusa, di essere compreso ed accettato. ma è esattamente in questa volontà che si annida il rischio più grande, sempre che per riuscirsci bleffiamo: ci allontaniamo dal nostro vero io, da quello che sentiamo di essere. Quante volte, specie nella sfera sentimentale ed affettiva, giochiamo ruoli che non ci appartengono, ci fingiamo i figli, compagni, lavoratori che non siamo? E lo facciamo spinti proprio da questo bisogno di approvazione. Tuttavia è esattamente questa forzatura a procurare una distorsione ed una sofferenza incredibile alla nostra persona. Io l’ho provato sulla mia pelle e lo ricordo come il periodo buio e triste della mia vita. Per questo motivo, ad un certo punto della storia, qualche cosa dentro di me ha detto basta ed io mi sono ribellata davvero. E lo sapete che cosa è successo? Nulla! Nulla di quello che temevo. E sì, perché l’altra cosa che ho scoperto è che se noi siamo fermamente convinti delle nostre ragioni, dei nostri comportamenti sani, alla fine tutti si adeguano. Forse all’inizio ci rivolgeranno sguardi di sospetto o di rimprovero ma poi, alla fine, il giudizio, quello che credo più di ogni altro dovremmo tenere in conto, è il nostro. In ragione di ciò penso che Mia è la vita e Mia é, per quanto possibile, la modalità con cui scegliere di camminare lungo questa esistenza. Per quanto mi riguarda, se non applicassi questo principio vorrebbe dire che il mio tempo in questo mondo l’ho usato per vivere la vita di qualcun altro, con la grande probabilità che il sacrificio sia stato anche inutile. E poi perché mai dovrei sacrificarmi in un ripetersi di azioni così assurde? Ahh già…non lo sapete? La vita è fatta di sacrifici. A voi non l’ha mai detto nessuno? A me sì, ed anche da questo luogo comune tento di fuggire. Sacrifici sì, quando sono necessari, ma quelli inutili no, proprio no.

sabato 6 dicembre 2008

I perchè dell'amore

" Non cercare i perché - in amore non ci sono perché, non ci sono ragioni, nè spiegazioni, nè soluzioni."

Tratto da Henry & June di Anais Nin

martedì 2 dicembre 2008

La mia intervista con Maurizio Costanzo

Ed ccola qua!!!! La mia sospirata, attesa e finalmente realizzata intervista con Maurizio Costanzo.
Spero che capirete la mia gioia, io, una scrittrice al suo esordio, non avrei mai immaginato di poter arrivare fin qui, intervista da uno dei personaggi più noti della televisione italiana nel corso del suo programma " L'uomo della notte" su Radio Rai Uno. Eppure è successo e questo spero che, oltre a rendere felice me, aiuti tutti voi, miei cari lettori, a credere che i sogni si possono realizzare se li vogliamo così tanto, così intensamente, da inspirare la magia del nostro destino.

domenica 30 novembre 2008

La gioia che brucia

Che m’importa di sapere, io, ho l’emozione che mi hai regalato
Le tue parole che volano leggere nella testa
E la gioia che brucia nel corpo mentre fuori il vento alza gocciolanti foglie ingiallite
Può bastare amare l’amore per essere felice?
Assaporare le sensazioni, fantasticarci su.
La città mi corre intorno veloce, fredda, distratta ed io non la sento
Io sento te, solo te
E me
Esiste qualche cosa di più intenso di quello che portiamo dentro di noi?

giovedì 27 novembre 2008

Forse non ne potrete più ma io ve lo ricordo lo stesso

Per chi l'avesse dimenticato oggi, venerdì 28 novembre 2008 ore 19.00, presentazione del mio libro presso la Libreria Gabi di Via Gabi, 30.
Forse voi non ne potrete più, ma io vi aspetto lo setsso con gioia.

http://www.nidodellafenice.it/presentazioni/mcValeri.html

mercoledì 26 novembre 2008

Ieri la mia intervista con Maurizio Costanzo ed oggi le riflessione su questo incredibile momento. Riflessioni che vanno oltre la gioia di essere stata intervista, per il mio libro, da questo notissimo personaggio.
“Volevo condividere la mia gioia con te. Grazie, grazie di cuore.”
“…perdona la lunghissima attesa.”
Questi i frammenti di una conversazione intercorsa tra me ed una persona della segreteria di redazione con la quale, nel corso di un periodo discretamente lungo, si è instaurata una certa simpatia. L’intervista era in programma da diversi mesi, ma per mille motivi veniva di volta in volta spostata ad un’altra data e, soltanto ieri, tutti i pianeti si sono allineati e questo appuntamento tra me ed il re della televisione si è felicemente concluso.
“Ogni cosa ha un suo tempo per realizzarsi ed io ho imparato ad aspettare.” E’stata la mia risposta a delle scuse che non ritenevo necessarie. Io, esordiente pubblicata da un piccolo editore, mi sento già sufficientemente miracolata per essere arrivata a tanto, figuriamoci se posso lamentarmi per qualche mese d’attesa. Ma quella frase l’ho scritta di getto e soltanto in un secondo momento ho ripensato alle mie parole.
Io ed il tempo, io e le attese, io e l’ineluttabilità degli eventi, io e gli strani giochi del destino.
Eppure è proprio vero e non me n’ero resa conto: ho imparato ad aspettare, di meglio, ho imparato ad indugiare piacevolmente nelle attese.
Io, che ero l’impazienza fatta persona, da un po’ mi accomodo tranquillamente nell’attese e lascio la mente libera di sorvolare qualunque sogno. E già, perché senza rendermene conto è questa la dimensione a cui sono giunta: nelle attese, nell’indefinito io mi crogiolo. Tutto può accadere e la mia immaginazione è sconfinata . Ma non è tutto qui, ho scoperto anche l’ineluttabilità a doppio senso di marcia.
Per anni mi sono affannata nel voler imprimere i miei tempi frettolosi alle conclusioni che auspicavo. Oggi mi dico che nella maggior parte dei casi è un’inutile spreco di energie: le cose accadono quando e come debbono accadere. Puoi dargli una spintarella, un colpo di voce, ma poi devi aspettare che il loro corso si evolva. Così come è completamente inutile macchinare contro qualche cosa che il destino ha deciso.
Per il lavoro che svolgo, per le mille conoscenze che ho, avrei potuto essere molto aiutata nella mia scalata editoriale. Alcune persone avrebbero potuto favorirmi in nome di un’amicizia che sbandieravano di qua e di là ed invece non l’hanno fatto, volutamente. Ed io, credetemi, ne ho sorriso. Non perché sono buona, né perché sono saggia, né tanto meno perché credo che comunque ce la farò comunque. Ne ho riso semplicemente perché, come dicevo prima, la vita mi ha insegnato che le cose accadono se devono accadere e non c’è nulla che possa impedirlo. Gli umani possono ostacolare, rallentare, rendere il percorso ostico, ma se quella determinata situazione è destinata a verificarsi così sarà.
Quest’ultima considerazione ha rafforzato quindi la serenità della mia attesa. La vita è fatta d’incontri e dall’incrociarsi di combinazioni. Prima stavo in finestra ed aspettavo, ora sono scesa al portone e cerco di essere pronta a saltar su se passa il mio treno. E come mi disse un giorno un mio amico: “ I treni passano continuamente, bisogna soltanto saperli riconoscere ed essere agili nello scatto.” Lui, il mio amico, è, tra l’altro, la persona che con estrema naturalezza ha porto una mano verso di me in quest’ultima occasione, oltre che in molte altre.
E questo è l’altro aspetto di cui vorrei parlare: aiutare il prossimo.
Per tutti i motivi di cui sopra, ogni qual volta mi viene chiesta una cortesia io mi dico: “ Cosa mi costa?” e se posso aiuto e questo mi fa sentire bene, in pace con me stessa, oltre a ritrovarmi con il cuore colmo della gioia che, minimamente, ho favorito nell’altro. Non capisco, al contrario, chi gioisce nel creare impedimenti, schiavo di un’invidia che ferisce più chi la prova che chi ne è vittima. La felicità è oro che si espande ed avvolge chi ne è partecipe, da protagonista o da spettatore non c'è differenza. Per questo motivo coinvolgo nella mia gioia tutti coloro che mi circondano. Ho memoria dei gesti buoni, di quella mano porta senza tante storie e tante suppliche.
Ed anche questo è un comportamento che ho verificato vincente.
Quando mio padre stava male ed io andavo a trovarlo in ospedale c’erano malati abbandonati a loro stessi, infermi con mille difficoltà che non avevano il coraggio di chiedere aiuto per un tenero pudore. Assisterli senza che mi fosse richiesto mi regalava il loro sorriso e la bellezza di uno sguardo indescrivibile per avere compreso e dato con semplicità. ero io ad aver ricevuto motlo più di quanto non avessi dato.
E poi che dire dell'amore? I suoi mille giochi, le attese, i giri infiniti, le parole non dette, i baci non dati, gli ostacoli, le lontananze. La letteratura racconta, il cinema mostra e tutti noi potremmo narrare almeno una storia che ci ha visto attori principali di un amore che sembrava impossibile. Ma l’amore, forse più di ogni altro sentimento, da forza e coraggio e prima o poi fa diventare impavidi anche i più timidi ed allora, se si sa aspettare, l’alchimia si compie e ti ritrovi a volare fin dove non credevi possibile. Basta saper aspettare ed il momento arriverà e sarà comunque magia. Avete presente " L'amore al tempo del colera" di Gabriel Garcìa Màrquez.

Se la vostra risposta è sì, sapete di che cosa sto parlando. Se invece è no, consiglio a tutti i romantici di correre in libreria.
" Alla fine ho capito che non è la morte ad essere infinita, ma la vita." Parola di Florentino Areza, protagonista del romanzo. Ed io sottoscrivo.

martedì 25 novembre 2008

Avviso dell'ultima ora: La mia intervista con Maurizio Costanzo

Piccolo avviso ai lettori nottambuli: questa sera, ore 24.00 circa, su Radio Rai Uno andrà in onda la mia intervista con Maurizio Costanzo nel corso del suo programma " L'uomo della notte". A chiunque ce la farà va il mio grazie, a tutti gli altri prometto invece che potranno ascoltarla appena possibile sul blog.
Un abbraccio

domenica 23 novembre 2008

Un invito, una nuova presentazione

Non vorrei tediarevi con il mio libro e le sue innumerevoli presentazioni, ma tra pochi giorni ci sarà un nuovo appuntamento a cui non riesco a non invitarvi.
Proprio una settimana fa io e Marina accettando l'invito di Donnigio per una concerto poetico, abbiamo avuto l'occasione di trascorrere un piacevolissimo pomeriggio avendo oltretutto l'occasione di conoscere finalmente alcuni amici di blog come Paola e Luigi Mariano.
Ecco, diaciamo che è a questa speranza si rivolge più che altro il mio invito, incontrarvi.
Quindi, per stuzzicare il vostro interesse vi dico che oltre me interverrà alla presentazione, leggendo passi del libro, Miranda Martino e la giornalista Marinella Zetti che è anche l'autrice della recensione che trovere nel link qui di seguito.
Sempre attraversi il link potre leggere qualche cos'altro scritto da me su di me.

Venerdì 28 novembre 2008 ore 19,00 presso la libreria Gabi di via Gabi,30

Vi aspetto!
http://www.nidodellafenice.it/presentazioni/mcValeri.html

mercoledì 19 novembre 2008

Le ombre e le false immagini.

Durante la distruzione di Troia i Greci si erano macchiati di molte colpe: penetrati nel più sacro tempio della città ne avevano trafugato il Palladio che proteggeva i Trioiani: per entrare nelle mure erano ricorsi alla frode; durante il tumulto della strage avevano ucciso Priamo, rifuggiatosi supplichevole presso un altare, e messosi direttamente sotto la protezione degli dei. Questi non potevano permettere che le loro leggi fossero così trascurate dai Greci, i quali dovettero acerbamente pentirsi del male commesso. Tempeste orrende investirono le navi al loro ritorno verso la patria, le separarono, e ne distrussero un gran numero. Anche Menelao con la sua nave, ebbe a sostenere il pericolo dei mari e dei venti, che gli fece perdere la giusta rotta verso la Grecia. E dopo varie traversie approdò in Egitto. Nessuno potrebbe descrivere il suo stupore, quando, sbarcato e recatosi al palazzo del re per chiedere soccorso ed ospitalità, si vide venir incontro Elena che egli credeva di aver lasciato sulla nave, su cui l'aveva condotta per farla ritornare con se in Grecia. Elena gli corse incontro, per abbracciarlo, ma egli cercò di tenerla lontana, non sapendo se vedeva uno spettro o se era ingannato da un falso miraggio.
Finalmente, Elena potè raccontargli le ragioni per cui egli la trovava in Egitto.
Quando era paertita con Paride dal suo palazzo di Sparta, non per sua volontà, ma per obbligo fattogli dagli dei, appena giunta sulla nave che veleggiava verso Troia, gli dei stessi l'avevano condotta dove ora si trovava, e l'avevano sostituita sulla nave di Paride con una falsa immagine fatta soltanto di aria. Ed in Egitto ella aveva atteso con impazienza il momento di rivedere il marito e di tornare in patria. Menelao, stupito e felice, l'abbraccio e la ricondusse sulla sua nave, da cui da quel momento volava via la vana immagine della donna, ed ambedue tornarono insieme in Grecia.
Perchè, dunque, i Greci ed i Troiani avevano così duramente combattuto fra loro per dieci anni? Soltanto per tenere o conquistare una vana immagine? O per un disegno imperscrutabile del destino e degli dei? Diversi sono i motivi di questo inganno, ma è anche vero che gli uomini si combattono e si distruggono fra loro per un vuoto miraggio, per una parvenza irreale. E, dopo i dolori, le sciagure, le morti, le distruzioni, il mondo ritorna ad essere sempre quello di prima, e non sempre gli uomini riconoscono di compiere inutili sforzi, che si risolvono nella conquista di un aereo fantasma pronto a dissolversi non appena si ritenga di averlo raggiunto.

Con questo racconto ne è congiunto un altro, pieno di spirito arguto.
Si narrava, dunque, che un illustre poeta italiano, Stesìcoro di Iméra, avesse un tempo cantato la fuga di Elena, insultandola. Per vendicarsi, gli dei gemelli Càstore e Pollùce (che di Elena erano fratelli) resero cieco il cantore. Questi si rese conto della colpa che aveva commesso, e scrisse un carme, in cui, ricordando Elena e rivolgendosi e la diceva: " Non è vero questo racconto,: tu non partisti per Troia, nè salisti sulla nave fornita di bei banchi per i rematori". Non appena la poesia fu composta, Càstore e Pollùce per la loro virtù divina restituirono la vista a Stesìcoro, che visse molti anni, cantando gli dei e gli eroi, e mostrando con il suo stesso esempio quanto grande sia il potere della poesia, che gli dei stessi inspirano e suggeriscono".

Tratto da " Miti e leggende del mondo greco-romano" di Nicola Terzaghi

martedì 18 novembre 2008

Due piccoli gadget per me e per voi

Cari amici, arriva l'inverno ed io coloro il mio blog con due nuovi gadegt: l'icona per raggiungermi anche sul famigerato Facebook ed il "poster", mi piace chiamarlo così, dei lettori.
L'iconcina del face parla da se: ci si clicca sopra e si arriva dritti dritti nel mio profilo.
Per il "poster" lettori si tratta invece, se vi va, di iscrivervi come miei lettori ed, automaticamente, la foto del vostro profilo comparirà sul la pagina iniziale del mio blog con il nome che si visualizza se il mous ci si passa sopra.
L'idea mi sembra carina: un puzzel colorato formato dai vostri volti e disegni, e la possibilità di essere letti da chi passa da me con estrema facilità.
Per iscriversi basta cliccare sulla scritta "segui questo blog". Un gioco da ragazzi, quindi adatto a tutti noi. Al momento ci sono solo Paola dancer e Marina ma io vi aspetto.
Baci

domenica 16 novembre 2008

E va a finire che sto Facebook...

Ho già espresso in altri due post le miei prime impressioni sul mondo del Facebook, a cui avevo aderito piena zeppa di pregiudizi e con ripetute spallucce snob. Sono trascorsi circa due mesi ed è giusto ed onesto riprendere il discorso e riporre la mia aria di sufficienza e dichiarare altro. E sì perché…perché la vita ti prende in giro, ti smentisce, ti priva e ti restituisce, la vita è indefinibile ed usa tempi e modi che non smetteranno mai di sorprendermi.

Un nome appare dallo schermo ed i tuoi quindici anni riprendono vita.
Un nome ed una richiesta d’amicizia sul Facebook” e ti ritrovi tra le mani la te di allora.
Incredula chiedi conferma se lui è proprio lui, il tuo compagno di banco del liceo. Ed al suo sì rivaluti anche “Carramba che sorpresa” e ti senti come l’ emigrato che riabbraccia il suo passato.
L’incredulità si trasforma in tenerezza e poi in una cascata di argentea allegria.
“ Ma sei proprio tu?”
“ Ebbene sì, dopo ventisette anni sono qui! Non ci posso credere!”
“ Neanche io…”
Ma è vero, e ti guardi sulle foto e ti ritrovi adulto, anche se lui è un gentiluomo e ti dice che è lui a sentirsi imbarazzato perché tu, tu sei sempre uguale.
Ed inizi a parlare, come se anche per te lui fosse sempre lo stesso ragazzino d’allora, il tuo amico, e tu lo conoscessi a mena dito e quell’affinità che te l’aveva fatto scegliere per dividere le tue ore di latino e greco in quella prigione di classe, fosse sempre la stessa.
Eppure sono passati quasi trent’anni e della vostra reciproca vita, dall’allora in poi, non sapete assolutamente nulla se non i volti ritratti nelle foto che vi scambiate. Ma è una cosa strana quella che è successa, perché tu l’hai pensato senza un motivo preciso proprio quella stessa mattina in cui lui, uscendo dalle nebbie della vita, ti ha scritto sul “Face”. Ti era tornato in mente con i suoi jeans, la camicetta bianca ed il gilè di lana blu. Ed allora giù, a scambiarsi teorie sul come e perché questo sia potuto succedere, ed a te torna anche in mente quella frase famosa che diceva: “ E’ la vita ad adeguarsi alla letteratura e non viceversa”. Così come, inizi a pensare, che “Sliding Doors” non è solo una trovata cinematografica e se tu non ti fossi iscritta su quel diamine di “Face” forse, ma non hai più certezze, questo regalo non l’avresti ricevuto.
E sì è un regalo, proprio un dono inaspettato il tuo vecchio amico e le sue parole, il ricordo di te, quello che chissà perché pensi di non poter aver lasciato, non così forte, non così bello.
“ …perché sei stata la sola di quella classe ad avere ogni giorno ogni mattina un sorriso.” E la gola si stringe e vorresti piangere perché è una frase proprio bella e viene da lontano, dal suo ricordo della te di allora, quella libera, quella che lui non lo sa ma tu, con fatica, sei tornata ad essere, da poco.
“Racconta! Racconta!” Quante cose da dire, da chiedere.
Ma come fai a raccontarti una vita con i numeri dei caratteri limitati nell’agorà pubblica di questo assurdo Face? Ed allora pensi di chiedergli il numero di telefono, però non osi e continui a scrivere. Ora hai quarant’anni e per un momento te l’eri quasi dimenticato. Ma è una follia e ci ripensi. Non sei quella di allora?
Ed allora gli scrivi ed il numero arriva: 33……….
“ Massimo?”
“ Sì!”
“ Indovina indovinello…”
“ Non ci posso credere!”
“Neanche io!”
Ma questo è il Facebook! No scusate, questa è la vita ed io dalla sua fantasia non smette d'imparare.

venerdì 14 novembre 2008

Antifonte, Antistene, Epicuro, non vi sembra che la mente respiri?


"Ci sono persone che non vivono la vita presente ma si preparano con grande zelo come se dovessero vivere una qualche altra vita e non quella che vivono: e intanto il tempo si consuma e fugge via."

Antifonte


"Osserva i tuoi nemici, perchè essi sono i primi a scoprire i tuoi difetti."

Antistene


" Il divieto non significa necessariamente astensione, ma la pratica sotto forma di trasgressione."

Epicuro


lunedì 10 novembre 2008

Seneca e il tempo


Conversazioni con i grandi spiriti

"Mentono quanti vogliono dare ad intendere che la mole degli impegni è per loro un ostacolo agli studi: simulano le occupazioni e le esagerano e sovraccaricano soprattutto se stessi. Sono libero, Lucilio, sono libero e dovunque mi trovo dispongo pienamente di me stesso. Infatti non mi consegno agli impegni, ma mi do in prestito, e non inseguo pretesti per sperperare il mio tempo. E in qualsiasi luogo abbaia deciso di soggiornare, continuo nelle mie meditazioni ed elaboro nel mio animo qualche verità salutare. Quando pure io mi sia concesso agli amici, non mi sottraggo a me stesso e non mi intrattengo con quelli cui mi ha associato qualche circostanza particolare o una ragione derivante dai miei sociali, ma sto con i migliori. A questi volgo il mio animo, quale che sia stata la loro patria, in qualunque epoca siano vissuti. Mi porto attorno Demetrio, il migliore degli uomini, e lasciando da parte personaggi con abiti di porpora, parlo con lui, seminudo com’è, e lo ammiro. Perché non dovrei ammirarlo? Ho notato che non gli manca nulla. Forse qualcuno può disprezzare tutti, ma nessuno può avere tutto: brevissima è la via che porta alla ricchezza proprio mediante il disprezzo della ricchezza. Del resto, il nostro Demetrio visse non come un uomo che abbia disprezzato tutti i beni, ma come uno che abbia lasciato ad altri il loro possesso".
Tratto da " Lettere di Seneca a Lucilio"

giovedì 6 novembre 2008

Un momento perfetto






Sta arrivando la notte a Santa Monica. La terza strada è un bagliore di vetrine ed alberi addobbati di piccole luci.
Il vento fresco dell’oceano m’imperla gli occhi di lacrime impreviste.
E’ agosto ma sembra Natale. Camminando mi avvolgo nella sciarpa.
La via si sta svuotando. I negozi tra poco chiuderanno ed un mondo diverso si impossesserà di panchine e ripari.
Fuori dai locali i tavoli sono deserti e le tovaglie sembrano voler fuggire nel vento. Di tanto in tanto una porta si apre affidando, alla fredda brezza, gli ultimi clienti che risoluti si affrettano vicini.
Un carrettino solitario vibra nel flessuoso gioco delle sue mille candele, irradiando l'idea di un tiepido calore.
Stancamente, gli artisti di strada ripongono nelle custodie i loro strumenti, lasciando spazio ai tristi homelles che arrivano carichi di fagotti per affrontare la lunga notte.
Nell’operoso silenzio di questo scambio un uomo inizia a cantare; rapita mi fermo a guardare.
Un giovane uomo di colore è seduto su uno sgabello e nella melodia del canto poetizza con la luna, affinché sia buona ed accompagni il sonno di questa povera gente.
Un gilè sbottonato, un Borsalino sulla testa ed amplificata la sua voce morbidamente roca che imita alla perfezione la quella di Ray Charle, diffondendosi per tutta la via come un’onda calda.
Non riesco a muovermi, c’è qualcosa di magico in lui, in questa strada, nella vita sconosciuta di questa strana notte americana. Un’atmosfera sospesa tra sogno e realtà.
Hollywood è proprio alle mie spalle e questa è l’America.



Ho scritto questo post il giorno in cui tutto il mondo attendeva l’esito del voto americano.
Perché mi sia venuto in mente di raccontare proprio questo ricordo io non saprei dirlo, o forse sì.
“Le libere associazioni” le definiva Freud e sono certa che per uno psicologo ci sarebbe da divertirsi.
Mi capita spesso di scrivere e rendermi poi conto di cosa si celava dietro ad uno specifico pensiero.
Un giovane uomo di colore, una notte fredda tra i viali di una strada di ricchi, gli artisti, gli homeless, una canzone di un tempo lontano e due occhi europei, italiani, che guardano.
All’epoca la malinconica bellezza di quella scena mi era sembrata la scenografia di un film.
Oggi, con Obama Presidente degli Stati Uniti quella scena sconfina oltre l’emozione di un ricordo e si trasforma in altro.

mercoledì 5 novembre 2008

I sogni non son solo desideri



They can... and now we too can





Sperando che l'onda lunga dell'Oceano arrivi fin qui.










lunedì 3 novembre 2008

I falsi miti


"La cultura in cui viviamo ci trasmette quotidianamente valori assurdi e in aperto contrasto con la realtà della nostra anima. Valori per i quali gli unici aspetti che veramente contano sono il dover sorridere sempre e l’essere costantemente belli e giovani. Ciò significa che il tipo di imput che riceviamo è tale per cui non viene lasciato spazio alla nostra interiorità.
E’ ricorrente in tutte le fiabe e le mitologie, l’idea di un viaggio che occorre fare se davvero intendiamo raggiungere una determinata meta. Durante il viaggio dovremmo affrontare percorsi difficili, che ci scaraventeranno sempre verso il basso. Ma ciò è necessario perché se non saremmo stati “sotto” sicuramente non potremmo giungere a vedere la superficie. La Divina Commedia che, non dimentichiamolo, descrive il viaggio più colossale che sia mai stato compiuto, inizia proprio con l’attraversamento del percorso più difficile, del regno più profondo e pericoloso. Anche in questo caso si tratta di un passaggio obbligato, giacché non sarà possibile giungere al Paradiso se prima non si avrà conosciuto ed attraversato l’Inferno. Ma conoscere e vedere l’inferno significa per ognuno di noi dover entrare in contatto con alcuni nostri spazi mentali, psicologici, disvelare la loro conformazione e affrontarli direttamente. Solo in questo modo sarà possibile non esserne sopraffatti. Come abbiamo accennato, però, tutto ciò ci richiede una grande forza, che spesso non abbiamo. Proprio quando sentiamo che le forze necessarie ci mancano, allora ci aggrappiamo a degli elementi futili, che altra funzione non hanno se non quella di distrarci dagli aspetti più difficili e dolorosi e difficili della nostra esistenza. Ma attenzione! Non dobbiamo farci prendere la mano da questi diversivi, perché lo scopo della nostra esistenza è profondamente diverso, o, almeno, dovrebbe esserlo. Non c’è esistenza più arida e squallida di quella di chi non ha un progetto, un obbiettivo da perseguire, un ideale o un sogno in cui credere. Il corso dell’esistenza ci offre una serie di possibilità, ma il senso della vita risiede nella nostra capacità di saperle cogliere e di aprirci ad esse. Ognuno di noi dovrebbe scoprire quello che è il senso più congeniale per la propria vita, senso che può maturare in rapporto alle esperienze vissute, all’età anagrafica ed a un’ampia serie di fattori. Le persone che non hanno un progetto, che non sono orientate verso qualche cosa, sebbene non se ne rendano conto sono già morte."
Tratto da " L'anima delle donne" di Aldo Carotenuto

mercoledì 29 ottobre 2008

I giovani si son destati

Il decreto Gelmini è stato approvato ed io non riesco a tacere.
Un atto di prepotenza inaudita si è compiuto tra i banchi del nostro Parlamento, ed io tremo all’idea di quello che un comportamento di questo tipo possa, davvero, significare.
Senza battere ciglio e con un’impudicizia senza precedenti è stata approvato un decreto che riguarda la vita, l’istruzione ed il futuro del nostro paese senza che il Governo, che dovrebbe rappresentare tutti i cittadini, manifestasse la più piccola volontà di aprirsi ad un confronto.
Ma l’istruzione, il conoscere ed il capire sono argomenti che spaventano ed allora, zitti e mosca e si proceda. I miei genitori mi hanno cresciuto nella la consapevolezza che la cultura è potere e per questo, da sempre, privilegio delle classi ricche e potenti. Il tempo però è passato e, per nostra fortuna, non siamo più nel Medio Evo e la globalizzazione ci obbliga oggi ad una qualità di livello sociale e culturale e di ricerca che non può arrestarsi. Il mondo chiama e noi non siamo in grado di rispondere e ancor peggio di esserci. E non ci siamo perchè volutamente si tagliano le gambe ai settori intelletuali del paese, quelli per interderci capaci di comprendere e riformare.
Eppure un nucleo, inaspettatamente, si è staccato da questa massa malata e mi fa sperare: I GIOVANI! SI', SIGNORI MIEI I GIOVANI SI SONO DESTATI!
Finalmente, e dopo anni in cui i grandi hanno fatto del loro meglio per abbrutire la mente dei ragazzi, loro hanno alzato la testa dagli schermi e ci stanno urlando che ci sono e sanno capire e reagire.
Ho letto, in questi giorni di fermento, i commenti di alcuni intellettuali i quali, con aria intellettualmente snob, continuano a sostenere che i movimenti studenteschi altro non sono che un modo incosciente con cui, inconsapevolmente, combattono una battaglia sbagliata, favorendo unicamente il potere di docenti incapaci e lo spreco delle risorse pubbliche.
Come se non fossero stati gli stessi politici, gli intellettuali ad organizzare scuole ed università. Ed ora tutti a dire che sono i giovani a protestare su aspetti sbagliati.
Tutti, indistintamente, bamboccioni ignoranti e inconsapevoli ecco come vengono definiti i nostri giovani, i nostri figli. Ed io non l’accetto!
Ma ditemi di chi sono figli? di chi sono studenti questi ragazzi? Se la loro capacità culturale e civile fosse davvero così bassa, di chi sarebbe veramente la colpa? La loro? Ma i giovani, scusatemi, non imparano dai grandi, da noi grandi. E se, ripeto se, loro fosssero, e per lo più non lo sono, degli inetti incapaci allora, signori miei, questo sguardo di disprezzo dovremmo rivolgerlo verso noi stessi. La responsabiltà di essere stati dei cattivi maestri è dunque la nostra, e su questo ho molte più certezze. Gli stessi rappresentati che oggi urlano e rivendicano il diritto dovere di riformare la nostra istruzione pubblica, gli stessi dicevo, alcuni mesi fa, alla caduta del Governo Prodi, si sono fatti riprendere dalle televisioni di tutto il mondo mentre, tra mortadelle e vino, brindavano gridando nelle aule del nostro Parlamento. Ripeto, nelle aule del "Nostro Parlamento" come se avessero perso di vista che quel luogo non è la fraschetta dei Castelli Romani dove andare con gli amici a gozzovigliare ma un luogo istituzionale della Repubblica Italiana. Ed i ragazzi ora, dopo un simile spettacolo,dovrebbero ritenerli all'altezza di riformare le basi culturali e civili del loro futuro?
Forse sarebbe giusto migliorare e rivedere aspetti dell’istruzione pubblica, privilegi e sprechi, ma racchiudere un movimento studentesco in pochi dispregiativi aggettivi mi sembra un’ offesa troppo grande, inaccettabile e soprattutto semplicistica.
Ci sarà pure chi approfitta della situazione per bighellonare in giro evitando di studiare, ma il dato essenziale è che la maggioranza di loro è scesa in piazza e partecipa, dopo anni, alla vita pubblica.
Qualche cosa impareranno, qualche cosa in più capiranno e per quanto mi riguarda è sempre meglio vederli riuniti per un ideale alto, piuttosto che imbalsamati e passivi di fronte a programmi televisivi offensivi, quelli sì, per la loro intelligenza ed inutili per il loro futuro.
Ha detto bene Crozza, nel suo intervento a Ballarò, si preferiva vederli partecipare attivamente solo al televoto del Grande Fratello o di Amici. Ed invece, in un guizzo che fa ben sperare, ci stanno gridando che sono in grado di partecipare e volere ben altro. Ed io che li vedo passare sotto le finestre del mio ufficio, li guardo intenerita e speranzosa e non posso che essere solidale e partecipe di questo loro splendido lottare. Mio figlio è al primo anno di liceo e si ritrova a vivere un momento di grande risveglio intellettivo che lo coinvolge, spingendolo oltre i comuni interessi. Si guarda intorno, partecipa e cerca di capire dentro a che cosa questi politici lo stanno catapultando. Le domande corrono ed il passaggio mi sembra notevole e questo, penso, potrebbe già essere un più che valido motivo per non lasciarli soli.

martedì 28 ottobre 2008

Un incontro impossibile

E’ già buio. Le luci della città rimbalzano tra le vetrine e le vernici lucide delle macchine.
Torno a casa guidando il motorino tra le vie del centro pensando a niente.
Una strada in salita ed un semaforo rosso che sembra non finire mai. Nell’attesa mi volto e vedo la tua mano elegante sporgere dal finestrino, la fede d’oro all’anulare, un nulla ma basta a sedurmi. Risalgo lungo il polsino della camicia e la stoffa scura della tua giacca, fino al tuo viso. Hai la pelle olivastra, i capelli neri, le sopracciglia folte e mi smarrisco a sfiorare il profilo morbido delle tue labbra; sei bello, molto bello, ma è il tuo sguardo che mi cattura trascinandomi nella tua vita. Uno sguardo che corre lontano, malinconico.
Una gamba si muove accanto a te e mi sporgo a scrutare. Una giovane donna, altrettanto bella, altrettanto elegante è seduta vicino a te e parla sorridendo. L’osservo per un attimo e ritorno al tuo sguardo che continua a vagare lontano, indifferente alle sue parole. Mi chiedo come possa non essersi accorta che non sei con lei, che i tuoi occhi inseguono immagini che non gli appartengono e ti rendo triste, incredibilmente triste.
Ipotizzo che sia tua moglie, una giovane moglie adeguata alla tua bellezza, a quello che sembra il tuo status: macchina giusta, vestito giusto, una donna giusta, apparentemente. Ed allora perché sembri così disperato? La virilità malinconica del tuo viso è qualcosa che mi colpisce oltre quello che vorrei. Potrei innamorarmi di te, e forse è già accaduto e tu non lo saprai mai. E come potresti? Questa è una follia! Non puoi sapere che in questa strana serata, mentre sei fermo ad un semaforo, una donna sconosciuta sta accarezzando la tua anima. Il rosso si spenge ed i clacson m’incitano a ripartire. Devo andar via, il nostro tempo finisce qui, nel verde di un semaforo sospeso nell’aria.

La salita diventa discesa ed io mi ritrovo a sperare che quella donna riesca a guardarti. Sì, questa è proprio una follia! O forse, forse è solo colpa della mia fantasia capace di seguire uno sguardo in una vita che non gli appartiene. Fantasia, scrittrice, le parole si mettono in fila ed il mio cuore si ferma. Ho scritto di te nel mio nuovo libro! Tu esistevi già dentro di me! La mia fantasia ti aveva creato e tu sei comparso a dimostrami che nulla di quello che ho immaginato è più irreale della realtà.

domenica 26 ottobre 2008

L'importanza dei sogni




" Tutti noi dovremmo abituarci a pensare in grande, perchè questo è l'unico modo per riuscirea realizzare grandi progetti, a raggiungere grandi mete. Il " senso dell'infinto" è ciò che ci apre verso grandi orizzonti, l'importante però è non smettere mai di "essere vivi dentro", perchè solo a queste condizioni la vita ci sorriderà. Quello che sarà di noi, dunque, non è tanto legato al verificarsi degli eventi, quanto alla nostra forza e coraggio interiori. La forza interiore, la nostra energia, è ciò che non dovremmo mai smettere di alimentare, né dimenticare di possedere, perchè quello che sarà di noi è legato a ciò che custodiamo nel nostro mondo interno."


Tratto da " L'anima delle donne" di Aldo Carotenuto

sabato 25 ottobre 2008

Perchè lui, forse, non è preoccupato....

MA NOI SI'...


E LORO PIU' DI NOI...


PERCHE' NON DOBBIAMO MAI DIMENTICARE CHE...


PERCHE' I CITTADINI C'ERANO SPERIAMO CHE ARRIVINO PURE LORO...


PERCHE' NEANCHE A LORO GLI STA BENE...





PERCHE' I DIRITTI NON SONO MAI ACQUISITI PER SEMPRE E VANNO DIFESI...





PERCHE' ANCHE IL CIELO E' PREOCCUPATO...


PERCHE' NON DOBBIAMO MAI VOLTARE LE SPALLE...




PERCHE' LE PERSONE HANNO MEMORIA ED INTELLIGENZA PER GIUDICARE...



PERCHE' FORSE HA RAGIONE IL SIGNORE QUI SOTTO...


PERCHE' L'IRONIA NON DEVE MAI MANCARE...


PERCHE' LA PARTECIPAZIONE E' BELLA....


PERCHE' IO C'ERO E NE SONO FELICE...


PERCHE' LE IMMAGINI RACCONTANO PIU' DELLE PAROLE





giovedì 23 ottobre 2008

La soavità Zen

Non si può rubare la luna

" Ryokan, un maestro Zen, viveva nella più assoluta semplicità in una piccola capanna ai piedi una montagna. Una sera un ladro entrò nella capanna e fece la scoperta che non c'era proprio niente da rubare. Ryokan tornò e lo sorprese. " Forse hai fatto un bel pezzo di strada per venirmi a trovare" disse al ladro " e non devi andartene a mani vuote. fammi la cortesia, acceta i miei vestiti in regalo".
Il ladro rimase sbalordito. Prese i vestiti e se la svignò.
Ryokan si sedette, nudo, a contemplare la luna. " Povero uomo," pensò " avrei voluto potergli dare questa bella luna".

Tratto da " 101 storie Zen"

martedì 21 ottobre 2008

Il nostro triste " The Truman Show"

Se c’è una cosa che amo del mio lavoro è l’opportunità che mi offre d’incontrare persone che difficilmente mi capiterebbe di conoscere.
La cosa che invece amo della vita è che, nei modi più impensati, sa dimostrami che ciò che pensavo vero può essere rimesso in discussione e guardato da altri punti di vista.
Oggi, per esempio, avevo scritto un post su i commentatori dei blog e per la seconda volta in una settima l’ho dovuto modificare.
Nel primo post mi domandavo per quale motivo due tipologie di blog ricevono tantissimi commenti: quelli impegnati e quelli dei fancazzistiti ( termine in uso per definire il nulla del fare e del dire che secondo me rende bene l’idea). Mentre tutti gli altri, quelli più intimisti vivono alterni splendori.
Nella mia prima analisi ipotizzavo che il contesto sociale, sempre più difficile, inducesse i frequentatori dei blog a scegliere luoghi dove o poter ridere o dove poter sfogare la propria rabbia. Evidenziando come, in entrambi i casi, il sociale, cioè l’esterno a noi, diviene il protagonista su cui accanirsi. Amo la satira e vivo e lavoro credendo che l’impegno politico, e quindi sociale, dovrebbe essere un comune interesse su cui confrontarsi e crescere per migliorare il nostro mondo. Ma proprio non riesco a spiegarmi perché, quando si sposta l’attenzione dal generale( colpevole del nostro becero vivere) al particolare( e cioè noi stessi ed i nostri modi di essere e quindi di approcciare al mondo) l’attenzione si fa distratta e poi corre da qualche altra parte.
Mi domandavo tutto ciò quando, per motivi di lavoro, ho assistito ad una iniziativa promossa dalla Provincia di Roma intitolata “ Gli Stati Generali contro il razzismo.” E qui, tra un discorso e l’altro, ha preso la parola un uomo di colore che ha fatto a tutti un discorso chiaro, riassumibile in questo semplice concetto: il razzismo non nasce dal nulla, ma ha una sua origine, un suo percorso che si sviluppa negli anni e lascia delle tracce visibili lungo il cammino. Bene, dove eravamo noi mentre questo accadeva? O meglio, mentre qualcuno faceva in modo che questo fenomeno crescesse e si impossessasse della società?”
E già, dov’eravamo noi? Dove eravamo mentre una parte dei nostri governatori gettava le basi e poi i muri portanti di questa società che tanto denigriamo, beffeggiamo e su cui ci accaniamo con tanta animosità? E già, dov’eravamo?
Dov’eravamo mentre smontavano mattone dopo mattone il lavoro certosino di chi ci ha preceduto? Un lavoro fatto, è vero, di lavoro e sacrifici, ma anche di valori e solidarietà, di sussistenza e pari opportunità?
E queste domande mi riportano alla mia idea iniziale: perché urliamo al buio cattivo e minaccioso e non proviamo ad illuminare le nostre ombre interiori? Perché non siamo capaci di dirci che abbiamo voluto credere, non tutti certo, alla fiction che ci avevano propinato come possibile e reale? Facili guadagni, un’esistenza di agi e possibilità di vivere con la morale dei protagonisti di Beautiful, tutti felici e contenti compresi i figli che, tranquilli avrebbero compreso questo mondo di adulti capricciosi ed incontentabili . Ed ora, ora che il nostro personale “ The Truman Show” ha rilevato le crepe del suo sfondo, e noi ci siamo accorti che il sole che speravamo scaldarci in eterno ha invece bruciato il fusibile, ora, ci sentiamo una massa di illusi che hanno difficoltà a rientrare nel mondo reale. Quello mondo in cui, se invece di pensare solo all’Io, all’adesso e che m’importa del vicino, avessimo lavorato su i nostri egoismi, le nostre paure, sul nostro futuro, forse il mondo sarebbe meno inquinato, più vivibile e con gli aiuti giusti ed equamente distribuiti forse, dico forse, staremmo tutti meglio e non ci ritroveremmo quasi tutti con il cosiddetto per terra a piangere lacrime amare.
E questo mi riporta all’argomento iniziale. Nei blog, così come in altri luoghi, stiamo continuando a sfuggire, sempre secondo me, il punto centrarle del problema: siamo noi, singoli individui a dovere capovolgere il nostro intimo modo di porci nei confronti del mondo. Siamo noi che dovremmo tornare a pensare che oltre “noi” non è “chissenefrega”, ma “me ne frega” perché il mio “chissenefrega” sarà inevitabilmente il “chissenefrega” di un altro e questo ci imprigionerà un circolo vizioso d’indifferenza che, com’è ovvio, colpirà tutti. I politici non sono che la rappresentazione della nostra collettività, così come gli dei lo erano per gli antichi: potenti sì, ma simili agli uomini per vizi e virtù. Nulla di nuovo, insomma.

domenica 19 ottobre 2008

L'essenza di una donna - Anais Nin

“Ho passato la maggior parte della mia vita ad arricchire quanto meglio potevo la lunga, lunghissima attesa dei grandi eventi che ora mi riempiono con tanta intensità da sopraffarmi. Ora capisco la spaventosa inquietudine, il tragico senso di fallimento, il profondo scontento. Ero in attesa. Questa è l’ora dell’espansione, della vita vera. Tutto il resto non era che una preparazione. Trent’anni di veglia angosciosa. E adesso questi sono i giorni per i quali ho vissuto. Rendermene conto con tanta chiarezza, è una cosa quasi insostenibile umanamente. Gli esseri umani non sopportano la conoscenza del futuro. Per me, la conoscenza del presente è altrettanto abbacinante. Essere così acutamente ricca e saperlo!”

Tratto da “ Henry &June” di Anῒs Nin

giovedì 16 ottobre 2008

Riflessioni sulla libertà di parola

Chiedo anticipatamente scusa per la lunghezza del post.

Ieri ho scritto un post, l’ho scritto d’istinto, rispondendo ad una sensazione immediata dopo aver letto nel blog di Marina
ineziessenziali la sua proposta di pubblicare, come aveva fatto lei, brani o frasi tratti dal libro "Gomorra" scritto da Roberto Savino.
L’iniziativa che lei proponeva è stata promossa dopo che l’autore, da anni sotto scorta, è stato indicato da un pentito come possibile oggetto, insieme alla sua scorta, di un futuro attentato.
Io avevo appena letto la lunga intervista dell’autore su "Repubblica" e nel post la mia posizione era netta e giudicava il grido di dolore di questo giovane uomo con severità e, ora dico, anche con un certo pregiudizio. Analizzavo la sua storia partendo dal mio punto di vista, dalla consapevolezza che pestare i piedi ai poteri forti espone sempre a dei rischi i quali, sostenevo, dovrebbero essere calcolati. Per questo, con un certo disappunto, mi stupivo della sorpresa che credevo di aver colto tra le sue parole. Impossibile, sostenevo, aver scritto e poi pubblicato un libro di denuncia così forte e non aver messo in conto che la tua vita può diventare un inferno e travolgere te, i tuoi familiari e gli amici coinvolti. Il contesto di cui narra gli era noto. E' un uomo che è cresciuto in quelle zone, ne ha respirato le dinamiche e come autore ne ha raccontato usi e costumi e quindi, presupponevo, ne conosce anche le possibili ritorsioni.
Tuttavia, dichiaravo, in un paese libero e democratico il diritto alla parola dovrebbe essere un diritto insindacabile e quindi, un autore che decide di scrive un libro denuncia non dovrebbe essere scaraventato in una vita da fuggiasco o divenire un bersaglio mobile. E questo è un principio talmente ben saldo dentro di me che mi auguro non sia nenanche oggetto di discussione. Era sulla sua ingenuità, sul suo essersi trovato in un vortice che non aveva previsto e di cui involontariamente era rimasto vittima, ecco, era questo ciò mi sembrava difficile da credere e sul quale ombreggiavo, dietro al certo impegno politico, anche una buona dose di ambizione. Non ho cambiato totalmente idea, ma parlando con alcuni amici dei dubbi hanno questa volta ombreggiato la mia posizione.
A sostegno del mio primo scritto e delle ulteriori riflessione devo dire che, l’aver scritto un libro mi ha posto in una posizione forse particolare, la mia esperienza personale mi ha condizionato. Per come lo vivo io, lo scrivere è una dimensione lenta, che richiede molto tempo e lascia molto tempo, tempo per valutare, per pensare. Ma non avevo valutato alcuni aspetti ed avevo proiettato me, le mie considerazioni lungo la composizione del mio piccolo libro; gli scrupoli, le paure che hanno impresso pause alle mie parole. Chi avrei ferito, chi si sarebbe potuto arrabbiare, i giudizi che sarebbero piovuti su persone a me vicine. Ma questa è la mia storia, la storia di una donna di quarant’anni, ed un mio amico mi ha fatto pensare che invece, in questo caso , a scrivere era un giovane uomo che oggi di anni ne ha ventotto. L’idealismo dell’età, il livello di consapevolezza, la valutazione dei possibili rischi forse, mi diceva il mio amico, sono diversi. Tutti abbiamo vissuto l’idea di poter cambiare il mondo ed ognuno ha pensato di farlo a modo suo. Vero, verissimo! All’idealismo non avevo pensato, come non avevo pensato a quello che mi ha detto mio marito ed un’altra amica. Un giovane scrittore, al suo primo libro ( e questo in realtà dovevo saperlo) non consce il potenziale di diffusione della propria opera. La pubblichi e già ti sembra un miracolo, sogni che possa tramutarsi in un best seller, ma non hai alcuna certezza e, se questo avviene, come è accaduto a Roberto Saviano, forse effettivamente non ne hai ipotizzato i reali risvolti. Non immagini cosa significhi divenire un oggetto di discussione o un referente della magistratura. Molti giornalisti parlano di argomenti scottanti, ma fortunatamente pochi di loro finisco sotto scorta. E poi c’è un argomento importante, fondamentale che ha messo in crisi il mio punto di vista: le parole di una mia amica. L’accesa discussione che abbiamo avuto ci ha trovato per la prima volta su posizioni nettamente contrastanti, ma la stimo troppo per non prendere in seria considerazione le sue parole.
“Stai gettando un ombra su una persona senza conoscere a fondo la sua storia. Il concetto di soffrire e tacere è inaccettabile. Il tuo giudizio è netto ma non è chiaro perché rimproveri il suo grido di dolore, la sua ribellione ad uno stato che non gli permette di essere un’artista che esprime il proprio pensiero. Perché ti da fastidio che denunci a gran voce ciò che vive?” Queste sono solo alcune delle sue frasi opposte con forza e convinzione al mio giudizio e, devo ammettere, che mi hanno colpito imponendomi di fermarmi e riflettere.
Questo post non è quindi quello che avevo scritto per risponde a Marina, è diventato un’altra cosa. E’ un'auto denuncia alla fretta del mio giudizio. Io, donna democratica, fautrice dei diritti e delle pari opportunità, della libertà di pensiero sopra ogni altra cosa, mi sono sentita e forse ritrovata dall’altra parte della barricata, quella che ho sempre combattuto. E mi ha fatto male, molto male. Ma devo dire anche bene e sapete perché? Perché mi ha dimostrato come è facile cadere nei giudizi affrettati, anche per me che scrivendo ho tempo di riflettere e, paradossalmente, proprio stamattina avevo pensato di pubblicare un post sui luoghi comuni. Per questo sospendo ogni mio giudizio sull’argomento e torno a riflettere su tutta questa storia. Roberto Savino ed il suo libro denuncia meritano un maggiore approfondimento ed io ho voglia di dedicarglielo. Ma lasciatemi ringraziare i miei interlocutori che con le loro parole mi hanno regalato veramente molto.

martedì 14 ottobre 2008

Il mio nuovo motto

Vi ho già detto che quest’anno mi sento molto “anni 70” e che in un clima generale pesantissimo la mia personale contromossa invernale sarà orientata, quanto più possibile, alla leggerezza. Come colonna sonora dell’anno ho previsto in primis un buon Lucio Battisti, specie nella versione “ Una donna per amico”, che per atmosfere mi sembra si abbini bene al grigiore nuvoloso che sta per avvolgerci.
Ma il qui presente post è per annunciarvi altro, una novità, importante: ho trovato il motto dell’anno e più probabilmente un approccio saggio alla vita. E poiché, gira che ti rigira ( no, non è “Amore bello” di Sbadiglioni) i nostri comportamenti rispondono a dei bisogni ed i bisogni hanno spesso origini profonde ed allora scendi scendi io che ti vado ad associare? State a vedere, e vi svelo come, nel pratico e senza accorgermene la mia mente, partendo dall’inconscio, va a parare per le vie più strane, la dove ci necessita per poi esplicitarsi con soluzioni inconsuete.
Insomma, l’aria è grigetta, il circondario ( situazione mondiale inclusa) volge al plumbeo, gli animi si accasciano ed allora che fo’? Torno agli anni settanta, mi dipingo di colori e canto un buon Battisti e che succede? Succede che prima mi viene in mente che sì, in fondo ha ragione lui, l’amore potrebbe essere assai leggero e divertente se solo sapessimo viverlo in modo giocoso. Poi, pensando a quel “Perché no?” dedicato all’amore uno improvviso sfavillio si spigiona nel mantra del ritornello inspirandomi un’altra interpretazione e Zac! Mi illumino. “ Ma perché no? in generale, “Ma perché no? in tutti sensi, “ Ma perché no?” nella vita, tutti i giorni e per qualunque cosa. Ed allora sia! Perché non pensare che le cose più incredibili strabilianti, emozionanti, coinvolgenti possano accadere? Generalmente teniamo la testa china pronta alle mazzate, ma il “ Perché no?” suggerisce alla mia positività ben altro.
Nell’aria un po’ scanzonata di cui mi vaporizzo risiedono, infatti, riflessioni un pochino più serie, che si legano, per l’appunto, alla scelta del motto. Riflettendo come al solito un po’ qua ed un po’ là mi sono resa conto di quante strane ed assurde inibizioni ci creiamo, mi creo. Per motivi imprecisati legati a: pudore, insicurezze, timidezze, in poche parole sovrastrutture varie spesso, troppo spesso ci convinciamo che questo o quello non sia alla nostra portata di vita, nella prossima (vita, intendo) forse, ma per questa proprio no. Tuttavia, guardandomi in giro e vedendo quante cose impensabili ed improbabili accadano, quanto tutto sia in fondo possibile, mi sono detta: “Perché no?”
Perché no? mi sembra si adatti benissimo al mio nuovo “Cri pensiero”. Ed allora basta! da oggi si ragiona seguendo questa linea e devo dire che mi ci sto adagiando comoda comoda.
La mattina, per esempio, mi guardo ed inizio con il dirmi che potrebbe, “perché no?” essere una grande giornata, a lavoro nessuno mi romperà le scatole, ma anzi, per motivi imperscrutabili mi divertirò, e perché no? conoscerò persone interessanti. Poi, sempre nel corso della mia giornata, capiterà una bella occasione per il mio libro o scriverò una pagina eccezionale nel secondo. In fondo, perché no? Ed inoltre, almeno un uomo incrociato per caso mi troverà bellissima o qualcuno che non l’hai mai pensato si ricrederà. Fregandomene delle calorie berrò un buon bicchiere di vino e mi farò delle sane risate. E con un sorriso sulle labbra, perché no, sarà più semplice vedere qualche cosa che mi era sempre sfuggito ed un gattone dal muso simpatico mi farà l’occhiolino. Un’amica mi telefonerà dicendomi che per lei sono speciale ed osservandomi in una vetrina penserò: “ Ma sì, tutto sommato…perché no? Non sono proprio niente male.”
Sì, non è un caso che quella canzone ritorni così spesso nei miei pensieri, forse era ora di pensare un bel “ Perché no?”
Ed eccolo lì, svelato l’arcano; in un modo o in un altro il lavorio dei mesi passati doveva approdare proprio qui, ad una nuova interpretazione del mio nuovo bislacco vivere.

lunedì 13 ottobre 2008

Voluta leggerezza

Se tutto deve avere uno scopo, vi sono certamente quaggiù alcune esistenze di cui il fine e l'utilità rimangono inesplicabili.


La coscienza è uno di quei bastoni che ciascuno brandisce per picchiare il suo vicino e del quale non si serve mai per se stesso.

Honorè De Balzac


Ho una lista di nomi in mente....

domenica 12 ottobre 2008

Stati d'animo

Perchè a volte le parole non bastano.

Perchè ridere è una danza per l'anima.

Perchè la vostra settimana sia simpatica, saltellante e morbida.

Perchè...

Buona settimana a tutti!

video

giovedì 9 ottobre 2008

Le maliarde

La maliarda, è un tipo di donna che mi ha sempre affascinato; psicologicamente intendo e per motivazioni contrapposte. Mi spiego meglio.
Quando ero bambina guardavo alle donne grandi con ovvia curiosità ed attenzione, la mia strada verso l’età adulta necessitava di modelli a cui ispirarmi ed io prendevo spunto qua e là. Mia madre era per infinite ragioni la persona a cui speravo, crescendo, di poter somigliare, tuttavia, esistevano anche altri tipi di donna che m’incuriosivano: la “donna di mondo” o, anche detta, “maliarda”.
Non arricciate subito il naso ed immedesimatevi; è la definizione stessa ad indurre in tentazione. Essere una “donna di mondo” nella mia fantasia di adolescente veniva tradotto in: persona di sesso femminile in grado di gestire ed affrontare con classe ed intelligenza qualunque situazione, in qualunque latitudine del globo e, nello specifico, anche nei rapporti sentimentali con il maschile. Niente male come possibilità.
Leggermente meno accattivante ai miei occhi era la possibilità di essere apostrofata, una volta grande, con l’aggettivo “maliarda”. Non so perché, ma nell’essere “maliarda” percepivo delle inclinazioni che non mi piacevano, forse anche a causa di un’assonanza con altre parole di sentore rapace tipo: mantide, mantice, marpiona e via discorrendo.
Ero dunque un po’ dubbiosa sul da farsi: “di “mondo” si ma “maliarda” no.
In ogni caso, osservavo con un’attenzione scrupolosa tutte quelle femmine che venivano accostate a quei termini in campo amoroso e mi ero fatta un’idea ben precisa e personale: dicasi donne di mondo/ maliarde tutte quelle donne che sanno perfettamente come far innamorare un uomo senza farsi male, anzi rendendo il personaggio schiavo d’amore.
La cosa diveniva sempre più interessante, visto le capacità, ancora acerbe, di cui disponevo nel relazionarmi, ahimè, con compagni brufolosi o inarrivabili bellocci.
Nella mia ingenuità d’allora ero veramente convinta che queste scaltre femmine avessero scoperto
l’elisir d’amore. Le vedevo padrone della situazione, sempre in grado di fare o dire la cosa giusta, belle, eleganti, sicure del proprio fascino, in qualche modo inaffondabili nella valle di lacrime in cui affogavano tutte le altre donne nel momento in cui s’innamoravano di uomini crudeli e traditori.
Insomma capaci gestori sentimentali.
Crescendo ho conservato per anni questa immagine seducente, non essendo, secondo me, divenuta donna di mondo ed ancor meno la “maliarda” del caso.
Il mio approccio con l’altro sesso è sempre rimasto, infatti, spontaneo ed attinente alla mia naturale inclinazione di non voler manipolare il prossimo. Tuttavia, continuavo ad avere una specie di ammaliamento psicologico per tutte coloro che credevo sapersi muovere nei meandri di storie complicatissime.
Poi l’età è divenuta adulta e molte amiche o conoscenti hanno iniziato a confidarmi i segreti dei loro cuori e, patatrac, si è infranto un mito: le donne di mondo/ maliarde sono persone di sesso femminile che spesso si ritrovano sole e tristi. Capacissime, questo è vero, di lanciarsi in relazioni spericolate con uomini al cardiopalma, dalle quali però, escono malconce come tutte le altre, se non peggio. E già, perché quest’apparenza da predatrice nasconde spesso una fragilità enorme e tolta l’esibita doratura sociale, chiusa la porta di casa, spesso, le suddette, sono un fiume di lacrime che non ti aspetti e che ti lascia l’amaro in bocca. “ Ma come- ti chiedi- proprio lei, la maliarda?
Una delusione enorme!!!
Insomma, osserva di qua e rifletti di là, tranne alcune rare eccezioni, alla fine ho capito che mi era sfuggito un piccolo dettaglio: si calcola la dove non si ama, ed allora siamo tutte bravissime, ma qualora si decide di abbandonarsi all’amore la sbandierata capacità di gestione è pari a zero. Quasi universale oserei dire. A sostegno della mia ipotesi vorrei portare a questo punto un esempio, però prima mi confesso e dichiaro che: del personaggio che citerò invidio quasi tutto, o meglio, tutto ciò che di lei viene mostrato. Quindi, nell’ordine: Brad Pitt, viaggi in giro per il mondo per piacere o per la promozione di cause umanitarie, soldi a palate per mantenere una tribù di figli, comprese le adozioni ad oltranza ed supporti indispensabili per lasciare tutti a casa e concedersi spazi vitali, e non ultime, bellezza e capacità intellettive ( notare la mia straordinaria obiettività) che le hanno consentito di realizzare il tutto.
Sto parlando, ormai è chiaro, di Angelina Jolie, maliarda doc. Donna fascinosa, aggressiva e con trascorsi inquietantemente dark. Eppure eppure... anche lei, per quanto maliarda e di certo disinibitamente scaltra, da quando innamorandosene (shig!) ha strappato il bel Brad ad una moglie sicuramente meno maliarda, che mi fa? Figlia che è una bellezza. E se non figlia adotta in modo compulsivo. Curioso comportamento per una maliarda di tal lignaggio. Niente più fruste e sangue ma languidi sorrisi e poppate. Destabilizzante! Ed allora, mi sono detta, vuoi vedere che maliarda o no, quando t’innamori la paura fa novanta e nell’incertezza rispolveri l’obsoleta versione dell’angelo( il nome l’aiuta anche, sgrunt!) del focolare?
Il povero Brad in effetti sembra tramortito, ma lei, non maliarda per caso, ha capito prima della suddetta moglie che “core de papà” ha sempre un suo effetto legaccio e dunque, come una donna di altri tempi, l’inchioda con ritmo serrante alle sue responsabilità, per poi lamentarsi che con tutti questi figli il sesso con lui non è più lo stesso.“ Ma dai?!?!?” che strano! Ma non demordo, la tizia è animale di razza e saprà barcamenarsi nella perfetta mescolanza di sguardi torbidi e morbide carezze. E se poi Brad scappa e allora

martedì 7 ottobre 2008

L'albero esploratore

Qualche settima fa sono andata a pranzo con una mia amica. Era da un po’ che non ci si vedeva e lei aveva molto voglia di raccontare.
Dopo brevi saluti ci siamo avviate verso il ristorante parlando dei nostri figli, abbiamo atteso che si liberasse il tavolo sorvolando le sue vacanze e ci siamo sedute parlando del suo lavoro.
Spiluccando il pane l’ascoltavo parlare, ma ad un tratto, non so perché, forse a causa del sole dietro alla sua testa o del vociare continuo che ci circondava, io mi sono distratta in un pensiero: qualora il suo fiume di parole avesse previsto un “ E tu che mi racconti?” io, di grazia, cosa gli avrei potuto narrare? Non lo sapevo, non avrei saputo da che parte cominciare e questo mi ha distratto ancor di più.
La primavera, con la sua luce mi aveva spinto a sperare in qualche strana magia, il passaggio dei mesi caldi mi aveva invece quasi tramortito ogni mio slancio, ma nell’affacciarmi di questo autunno freddolino, ho germogliato come una pianta tropicale fuori stagione: RIGOGLIOSA!!! è così che mi sento nello scemare dello stanco sole.
A beh! Non gridate alla mia follia, è solo che dopo tanto travagliare, voi capite? son felice….
Ma tornando al punto della possibile domanda sul tema: “riassunto delle puntate precedenti”, effettivamente mi rendevo conto che non sarebbe stato semplice spiegare. Non per sua incapacità, s’intendete, ma per il mio strano ragionare. Per l’appunto, non avevo voglia di raccontare i fatti, se pur innumerevoli degli ultimi mesi: lavoro nuovo, colleghi nuovi, vacanze estive e via così. E non ne avevo voglia perché, in realtà, non era quello ciò che d’importante credevo di aver vissuto in quei mesi. Quello che, invece avrei voluto raccontarle era che avevo compiuto un lungo viaggio in terre inesplorate del mio esistere e che strada facendo mi ero immersa in acque sconosciute e lì, in quegli abissi, avevo lasciato altre vesti logore. Non vorrei sembrarvi strana ma è che ho avuto l’impressione che non fosse facile farmi capire. Anche perché da dove inizi?
“ Sai mia cara amica, un giorno mi è capitato questo, ed allora ho pensato che, e poi ho letto di e quindi la mia mente ha dedotto che, e dunque sono giunta a credere che e, e…, e…..” voi capite?
Avrebbe chiamato la neuro. Ma il discorso preso alla larga voleva portarvi a quanto segue:
Ci sono dei momenti in cui, per una successione di sinapsi che non sapresti spiegare, accade che fai un bagno e riemergi sentendoti rinata, o perlomeno assai cambiata. I pensieri si sono messi in fila ed hanno prodotto una nuova opera che, nello specifico, si potrebbe chiamare” Sveglia!” ma anche un più dolce “ Risveglio.” ed allora sei felici ma sei la sola a sapere tutto ciò, perché quel viaggio è visibile solo a te che ne hai vissuto le tappe. E quindi, nel momento in cui le persone si relazionano pensandoti ancora l’altra, ti verrebbe da guardarti dietro per capire con chi l’hanno. Ed il punto è che l’hanno con te, direbbero i toscani, ma tu non sei più esattamente quella persona poiché, per un’infinità di motivi difficili da esporre, non hai solo voltato pagina, bensì hai iniziato un altro libro e sei ormai dentro ad un’altra storia e quella passata fa parte della cultura generale, ma tu sei ormai oltre e non puoi farci nulla, è questo che ora ti appartiene. E per dirla tutta, non puoi continuare a rispondere di pensieri, opere ed omissioni dell’era glaciale perché adesso puoi e vuoi parlare solo dell’adesso e fuori è caldino, e tu pensi al “tra un po” spingendoti al domani, ma sei proprio stufa dello ieri.
Ed invece nel circondario sembrano monolitici e non possono credere che l’albero ha preso con se qualche radice, quelle indispensabili, e se ne và in giro a vedere che altro c’è.
Gli alberi non si muovono! direbbero gli increduli, ma lo dite voi, risponde l’albero mio, sapeste quante cose ho scoperto in quest’ultimo giretto. E poi ognuno faccia ciò che vuole, ma nel paese dove vivo la fantasia concede stravaganti libertà, anche agli alberi.
Lo so, siate comprensivi è un periodo che mi è presa a ragionar con la natura.

lunedì 6 ottobre 2008

Incontrando una lumaca...

Andando a prendere il solito motorino ho incontrato una lumaca. Nella solita fretta mattutina me la sono trovata davanti, che avanzava lemme lemme, e ho rischiato di schiacciarla. Al che l’ho superata e, solo in un secondo momento, ho fatto due passi indietro e mi sono fermata a salutarla. Era la prima lumaca che incontravo in quest’inizio d’autunno ed ho pensato che fosse carino scambiare con lei un veloce saluto.
Al vibrare dei miei piedi sul selciato però, la lumachina si è giustamente ritratta diffidente.
Prima la testa e poi il resto del corpo. E come dargli torto? I miei piedi nei robusti stivali dovevano aver fatto tremare tutta la sua casa. Ho cercato quindi di rassicurarla con parole dolci e con un lievi carezze ma non l’ho convinta; è rimasta al sicuro nella sua arabescata chiocciolina. A quel punto, non volendo sembrare troppo insistente, mi sono riavviata verso il cancello, ho preparato il necessario per l’immersione nel caotico traffico e solo prima d’uscire sono tornata da lei con passi più delicati. Era di nuovo a suo agio e si stava portando meticolosamente tra le foglie del terreno. Voi penserete che io non abbia molto da fare, ma non è così. Ho soltanto imparato a frenare, la dove posso e quando mi sembra il caso. E la lumaca, secondo me, aveva una sua logica nell'attraversare la mia strada. Insomma tornando a noi, lei se ne andava pian pianino verso delle grandi e basse foglie, con le sue antennine in movimento ed io, gettando l’occhio all’intorno, ho pensato subito che tra la ghiaia e sotto quei palmizi se la rischiava di grosso; lì nessuno si sarebbe accorto di lei ed io ho temuto per la sua sorte. Una mano è corsa allora verso il simpatico animaletto: portarla al sicuro era il proposito, ma un pensiero immediatamente successivo mi ha bloccato e la mano è rimasta a mezz’aria.
Dove era giusto portarla? Magari aveva fame ed era già un po’ che camminava per arrivare nel ristorante prescelto. Oppure, se ne stava tornando a casa o andava a trovare un’amica. Aveva sete, aveva caldo o semplicemente voleva fare due passi. In base a quale criterio potevo decidere e sapere io che non sono lumaca? Ed allora l’ho salutata e sono andata via, augurandogli una buona giornata. Tuttavia, una volta salita in motorino tutta la scenetta non faceva che tornarmi in mente. C’erano dei parallelismi che mi affascinavano e riguardavano gli umani, o perlomeno me stessa.
Ripensavo a come, istintivamente, ero stata spinta dai miei presupposti a decidere per la povera lumaca e mi sono interrogata sul quante volte si agisce nei confronti degli altri interpretandone desideri e volontà. In buona fede s’intende, ma quanto correttamente nei confronti dei malcapitati? Rispondiamo a schemi, a logiche che ci appartengono ma che con ogni probabilità non riguarderanno gli altri. Anche di fronte ad un possibile pericolo, io, per esempio, attivo quelle che sono le mie difese, le mie logiche, le personali necessità, ma come posso conoscere profondamente le risposte adeguate all’esigenze altrui. Lo faccio per amore? Lo faccio per un personale bisogno di tranquillità? In ogni caso è abuso in atti di vita altrui. ALLARME ROSSO! ALLARME ROSSO! mi son detta. La mania di controllo è dimensione psichica da cui cerco di fuggire: non voglio super visori nella mia vita e cerco di liberarmi dalla pericolosa inclinazione del diventarlo nell'esistenza altrui. Mollare le redini del " controllo tutto" non è stato facile, ma ora, cerco di lasciare che la vita mi conduca tenendo solo d’occhio la strada. Eppure se avessi agito d’istinto la lumaca adesso si sarebbe trovata chissà dove e questo doveva pur dirmi qualche cosa
.
Morale: la lumaca ha ri-allertato i miei sensi sul rispetto del libero arbitrio altrui, e mi ha ricordato una frase di Oscar Wilde“ A volte con le migliori intenzioni si commettono i peggiori crimini.”
Hai capito la lumaca? L’avevo detto io che aveva un suo senso salutarla…

giovedì 2 ottobre 2008

L'Italia, la cultura e Zapatero

Ho partecipato al Convegno degli Stati Generali dell’Editoria e devo dire che è stata una giornata interessante. Vi risparmio la tristezza dei nostri politici, le loro parole insulse e vuote, la mancanza totale di una, reale, politica capace d’incentivare una cultura ormai ridotta ad entità agonizzante. Ma vi racconterò di tutto il resto.
Intanto vorrei comunicare a tutti che la Spagna è il paese in cui espatriare se la cultura è elemento nutritivo della vostra vita, come il pane e la nutella per intenderci. Durante una sessione dei lavori, ha parlato, per una mezz’ora buona il Ministro della Cultura del Governo Zapatero. Standing Ovation a go go. La sala dei compassati ed incravattati invitati ( editori, giornalisti, librai, e fruitori di vario genere) si è spellata le mani e poi è uscita a comprare di corsa un biglietto aereo dell’Iberia – l’ Alitalia, non so perché, non ha lo stesso allure - destinazione: terra di Spagna, luogo in cui tutti i presenti vorrebbero vivere, per recuperare speranze ed illusioni ( In Italia potremmo riportare solo quelle, le speranze le lasceremmo lì, tanto è inutile appesantirci) e immaginare che “Cultura si può fa” ( come dice Obama ed il più nostrano Walter), basta decidere che si Vuole. Il concetto principe della linea Zapatero è, infatti, il seguente: “ La cultura non è una spesa ma è un investimento.” Per favore! ora non mettetevi a piangere perché quello che segue è un concetto ancora più emozionante e quindi, per i noi disabituati a tanta grazia, inconcepibile.
Lo slogan della manifestazione era: “ Più cultura più lettura più paese.” Il che, di suo, sarebbe già promettente, ma sentite come l’ha corretto il suddetto Ministro illuminato: “ Per me – ha detto- andrebbe cambiato in “ Più cultura più lettura più democrazia.” DEMOCRAZIA!!!! ha detto L’IDEALISTA. E a quel punto la sala ha iniziato a singhiozzare come una fosse la ola di una tempesta tropicale. E sì, perché poi ha aggiunto: “ Un paese che legge è un paese che conosce e la conoscenza porta alla democrazia.”
A questo punto sono scattati i lamenti, tipo ululati dei lupi alla luna, e lui ci guardava, a dire il vero, un po’ sorpreso ed anche, forse, interdetto. “ Noi pensiamo – ha continuato- che solo attraverso una cultura diffusa uno stato può giungere ad una vera democrazia.” Non comprendendo che le sue parole non facevano che rigirare ed infilzare sempre più il coltello nelle nostre ferite purulente.
Voi capite!!!! in Spagna lo stato vuole promuovere la cultura perché quella è la strada della conoscenza ed il sapere apre le menti e quindi eleva gli animi dalle bassezze umane e li conduce dritti dritti verso un livello sociale più alto e nobile. Il tutto senza virgole così rimanete senza fiato come è capitato a noi, disillusi presenti.
Senza fiato è così che siamo rimasti. In Spagna ci sono investimenti annui di decine di milioni di euro. Se un sindaco non provvede ad aprire nel proprio comune una biblioteca pubblica ne risponde al Ministro e quindi in pochi anni i comuni stanno provvedendo a questa democratica iniziativa. I famosi mass media, sono spinti ed incentivati dal Governo a promuovere il concetto che la lettura è indispensabile- INDISPENSABILE- e nessuno lo mette in dubbio. NESSUNO!!!! Ha detto anche questo. In conseguenza di ciò tv, giornali e qualunque altro mezzo d’informazione è tenuto e prestare i propri spazi alla diffusione di questo concetto. I presenti, è comprensibile, a codesto punto hanno iniziato ad abbracciarsi tra di loro, scambiandosi pacche consolatorie sulle spalle, alcuni, lo devo ammettere, sono arrivati anche a dei materni bacetti sulle tempie.
Credo che sia inutile aggiungere commenti. Io vi dico che sentito tutto ciò non sono stata in grado di aspettare l’intervento del nostro Ministro alla Scuola, e sono andata via. Il rischio concreto era, per la sottoscritta, un tuffo con pietra al collo nel vicino Tevere.
Il nostro povero paese che ha una popolazione ( i dati sono stati forniti durante la stessa manifestazione) per circa il 20% incapace di comprendere un concetto che vada al di là di “ Il latte è sopra il tavolo” – questo è stato l’esempio portato- è un paese che sta affogando nell’incapacità di comprendere l’articolazione di pensieri più ampi e quindi è una popolazione manovrabile alla quale, guarda un po’, si parla per slogan senza dare spiegazioni precise sul come e quando. Nel nostro paese, il concetto pressante è esattamente l’opposto di quello spagnolo: meno cultura meno conoscenza meno, meno, meno. Perché, ci fanno intendere, la cultura è uno spreco di risorse e quindi non si va ad investire in ambiti così improduttivi. Mentre, in Spagna o in Gran Bretagna ( era presente anche una rappresentante del progetto culturale inglese) questi ingenui di politicanti stranieri hanno pensato, gli ingenui, che la cultura è un investimento non solo sul futuro ma anche nel presente, poiché contribuisce a creare posti di lavoro e fatturati e quindi consumi. Ma guarda un po’ che strane idee che hanno sti stranieri.
Le conclusioni e le deduzioni mi sembrano abbastanza CLARE, direbbe il sempre suddetto Ministro. Io so soltanto che, per il breve lasso di tempo in cui lui ha diffuso la polvere magica della cultura “possibile”, ho sentito il mio cuore alzarsi verso limpidi orizzonti. Ma è stato un attimo la realtà mi aspettava nel tg della sera, nelle solite vacuità del mio “ Bel Paese”.
Ora ho scritto troppo e quindi per il resto vi rimando ad un altro post.
E pensare che oggi volevo parlarvi del mio incontro con una lumaca…