E’ già buio. Le luci della città rimbalzano tra le vetrine e le vernici lucide delle macchine.
Torno a casa guidando il motorino tra le vie del centro pensando a niente.
Una strada in salita ed un semaforo rosso che sembra non finire mai. Nell’attesa mi volto e vedo la tua mano elegante sporgere dal finestrino, la fede d’oro all’anulare, un nulla ma basta a sedurmi. Risalgo lungo il polsino della camicia e la stoffa scura della tua giacca, fino al tuo viso. Hai la pelle olivastra, i capelli neri, le sopracciglia folte e mi smarrisco a sfiorare il profilo morbido delle tue labbra; sei bello, molto bello, ma è il tuo sguardo che mi cattura trascinandomi nella tua vita. Uno sguardo che corre lontano, malinconico.
Una gamba si muove accanto a te e mi sporgo a scrutare. Una giovane donna, altrettanto bella, altrettanto elegante è seduta vicino a te e parla sorridendo. L’osservo per un attimo e ritorno al tuo sguardo che continua a vagare lontano, indifferente alle sue parole. Mi chiedo come possa non essersi accorta che non sei con lei, che i tuoi occhi inseguono immagini che non gli appartengono e ti rendo triste, incredibilmente triste.
Ipotizzo che sia tua moglie, una giovane moglie adeguata alla tua bellezza, a quello che sembra il tuo status: macchina giusta, vestito giusto, una donna giusta, apparentemente. Ed allora perché sembri così disperato? La virilità malinconica del tuo viso è qualcosa che mi colpisce oltre quello che vorrei. Potrei innamorarmi di te, e forse è già accaduto e tu non lo saprai mai. E come potresti? Questa è una follia! Non puoi sapere che in questa strana serata, mentre sei fermo ad un semaforo, una donna sconosciuta sta accarezzando la tua anima. Il rosso si spenge ed i clacson m’incitano a ripartire. Devo andar via, il nostro tempo finisce qui, nel verde di un semaforo sospeso nell’aria.
La salita diventa discesa ed io mi ritrovo a sperare che quella donna riesca a guardarti. Sì, questa è proprio una follia! O forse, forse è solo colpa della mia fantasia capace di seguire uno sguardo in una vita che non gli appartiene. Fantasia, scrittrice, le parole si mettono in fila ed il mio cuore si ferma. Ho scritto di te nel mio nuovo libro! Tu esistevi già dentro di me! La mia fantasia ti aveva creato e tu sei comparso a dimostrami che nulla di quello che ho immaginato è più irreale della realtà.
La stanza del tè è un luogo fisico ma è anche un luogo mentale. Le persone che si muovono al suo interno escono temporaneamente dal mondo e dal suo affanno per contemplare, durante il rito del tè, il vuoto dove dimenticare la razionalità e raggiungere un approccio totalizzante con le cose e le persone.
Un pò di me e la mia intervista con Maurizio Costanzo e più in giù in nuovi post
martedì 28 ottobre 2008
domenica 26 ottobre 2008
L'importanza dei sogni
" Tutti noi dovremmo abituarci a pensare in grande, perchè questo è l'unico modo per riuscirea realizzare grandi progetti, a raggiungere grandi mete. Il " senso dell'infinto" è ciò che ci apre verso grandi orizzonti, l'importante però è non smettere mai di "essere vivi dentro", perchè solo a queste condizioni la vita ci sorriderà. Quello che sarà di noi, dunque, non è tanto legato al verificarsi degli eventi, quanto alla nostra forza e coraggio interiori. La forza interiore, la nostra energia, è ciò che non dovremmo mai smettere di alimentare, né dimenticare di possedere, perchè quello che sarà di noi è legato a ciò che custodiamo nel nostro mondo interno."
Tratto da " L'anima delle donne" di Aldo Carotenuto
sabato 25 ottobre 2008
Perchè lui, forse, non è preoccupato....
MA NOI SI'...
E LORO PIU' DI NOI...
giovedì 23 ottobre 2008
La soavità Zen
Non si può rubare la luna
" Ryokan, un maestro Zen, viveva nella più assoluta semplicità in una piccola capanna ai piedi una montagna. Una sera un ladro entrò nella capanna e fece la scoperta che non c'era proprio niente da rubare. Ryokan tornò e lo sorprese. " Forse hai fatto un bel pezzo di strada per venirmi a trovare" disse al ladro " e non devi andartene a mani vuote. fammi la cortesia, acceta i miei vestiti in regalo".
Il ladro rimase sbalordito. Prese i vestiti e se la svignò.
Ryokan si sedette, nudo, a contemplare la luna. " Povero uomo," pensò " avrei voluto potergli dare questa bella luna".
Tratto da " 101 storie Zen"
" Ryokan, un maestro Zen, viveva nella più assoluta semplicità in una piccola capanna ai piedi una montagna. Una sera un ladro entrò nella capanna e fece la scoperta che non c'era proprio niente da rubare. Ryokan tornò e lo sorprese. " Forse hai fatto un bel pezzo di strada per venirmi a trovare" disse al ladro " e non devi andartene a mani vuote. fammi la cortesia, acceta i miei vestiti in regalo".
Il ladro rimase sbalordito. Prese i vestiti e se la svignò.
Ryokan si sedette, nudo, a contemplare la luna. " Povero uomo," pensò " avrei voluto potergli dare questa bella luna".
Tratto da " 101 storie Zen"
martedì 21 ottobre 2008
Il nostro triste " The Truman Show"
Se c’è una cosa che amo del mio lavoro è l’opportunità che mi offre d’incontrare persone che difficilmente mi capiterebbe di conoscere.
La cosa che invece amo della vita è che, nei modi più impensati, sa dimostrami che ciò che pensavo vero può essere rimesso in discussione e guardato da altri punti di vista.
Oggi, per esempio, avevo scritto un post su i commentatori dei blog e per la seconda volta in una settima l’ho dovuto modificare.
Nel primo post mi domandavo per quale motivo due tipologie di blog ricevono tantissimi commenti: quelli impegnati e quelli dei fancazzistiti ( termine in uso per definire il nulla del fare e del dire che secondo me rende bene l’idea). Mentre tutti gli altri, quelli più intimisti vivono alterni splendori.
Nella mia prima analisi ipotizzavo che il contesto sociale, sempre più difficile, inducesse i frequentatori dei blog a scegliere luoghi dove o poter ridere o dove poter sfogare la propria rabbia. Evidenziando come, in entrambi i casi, il sociale, cioè l’esterno a noi, diviene il protagonista su cui accanirsi. Amo la satira e vivo e lavoro credendo che l’impegno politico, e quindi sociale, dovrebbe essere un comune interesse su cui confrontarsi e crescere per migliorare il nostro mondo. Ma proprio non riesco a spiegarmi perché, quando si sposta l’attenzione dal generale( colpevole del nostro becero vivere) al particolare( e cioè noi stessi ed i nostri modi di essere e quindi di approcciare al mondo) l’attenzione si fa distratta e poi corre da qualche altra parte.
Mi domandavo tutto ciò quando, per motivi di lavoro, ho assistito ad una iniziativa promossa dalla Provincia di Roma intitolata “ Gli Stati Generali contro il razzismo.” E qui, tra un discorso e l’altro, ha preso la parola un uomo di colore che ha fatto a tutti un discorso chiaro, riassumibile in questo semplice concetto: il razzismo non nasce dal nulla, ma ha una sua origine, un suo percorso che si sviluppa negli anni e lascia delle tracce visibili lungo il cammino. Bene, dove eravamo noi mentre questo accadeva? O meglio, mentre qualcuno faceva in modo che questo fenomeno crescesse e si impossessasse della società?”
E già, dov’eravamo noi? Dove eravamo mentre una parte dei nostri governatori gettava le basi e poi i muri portanti di questa società che tanto denigriamo, beffeggiamo e su cui ci accaniamo con tanta animosità? E già, dov’eravamo?
Dov’eravamo mentre smontavano mattone dopo mattone il lavoro certosino di chi ci ha preceduto? Un lavoro fatto, è vero, di lavoro e sacrifici, ma anche di valori e solidarietà, di sussistenza e pari opportunità?
E queste domande mi riportano alla mia idea iniziale: perché urliamo al buio cattivo e minaccioso e non proviamo ad illuminare le nostre ombre interiori? Perché non siamo capaci di dirci che abbiamo voluto credere, non tutti certo, alla fiction che ci avevano propinato come possibile e reale? Facili guadagni, un’esistenza di agi e possibilità di vivere con la morale dei protagonisti di Beautiful, tutti felici e contenti compresi i figli che, tranquilli avrebbero compreso questo mondo di adulti capricciosi ed incontentabili . Ed ora, ora che il nostro personale “ The Truman Show” ha rilevato le crepe del suo sfondo, e noi ci siamo accorti che il sole che speravamo scaldarci in eterno ha invece bruciato il fusibile, ora, ci sentiamo una massa di illusi che hanno difficoltà a rientrare nel mondo reale. Quello mondo in cui, se invece di pensare solo all’Io, all’adesso e che m’importa del vicino, avessimo lavorato su i nostri egoismi, le nostre paure, sul nostro futuro, forse il mondo sarebbe meno inquinato, più vivibile e con gli aiuti giusti ed equamente distribuiti forse, dico forse, staremmo tutti meglio e non ci ritroveremmo quasi tutti con il cosiddetto per terra a piangere lacrime amare.
E questo mi riporta all’argomento iniziale. Nei blog, così come in altri luoghi, stiamo continuando a sfuggire, sempre secondo me, il punto centrarle del problema: siamo noi, singoli individui a dovere capovolgere il nostro intimo modo di porci nei confronti del mondo. Siamo noi che dovremmo tornare a pensare che oltre “noi” non è “chissenefrega”, ma “me ne frega” perché il mio “chissenefrega” sarà inevitabilmente il “chissenefrega” di un altro e questo ci imprigionerà un circolo vizioso d’indifferenza che, com’è ovvio, colpirà tutti. I politici non sono che la rappresentazione della nostra collettività, così come gli dei lo erano per gli antichi: potenti sì, ma simili agli uomini per vizi e virtù. Nulla di nuovo, insomma.
La cosa che invece amo della vita è che, nei modi più impensati, sa dimostrami che ciò che pensavo vero può essere rimesso in discussione e guardato da altri punti di vista.
Oggi, per esempio, avevo scritto un post su i commentatori dei blog e per la seconda volta in una settima l’ho dovuto modificare.
Nel primo post mi domandavo per quale motivo due tipologie di blog ricevono tantissimi commenti: quelli impegnati e quelli dei fancazzistiti ( termine in uso per definire il nulla del fare e del dire che secondo me rende bene l’idea). Mentre tutti gli altri, quelli più intimisti vivono alterni splendori.
Nella mia prima analisi ipotizzavo che il contesto sociale, sempre più difficile, inducesse i frequentatori dei blog a scegliere luoghi dove o poter ridere o dove poter sfogare la propria rabbia. Evidenziando come, in entrambi i casi, il sociale, cioè l’esterno a noi, diviene il protagonista su cui accanirsi. Amo la satira e vivo e lavoro credendo che l’impegno politico, e quindi sociale, dovrebbe essere un comune interesse su cui confrontarsi e crescere per migliorare il nostro mondo. Ma proprio non riesco a spiegarmi perché, quando si sposta l’attenzione dal generale( colpevole del nostro becero vivere) al particolare( e cioè noi stessi ed i nostri modi di essere e quindi di approcciare al mondo) l’attenzione si fa distratta e poi corre da qualche altra parte.
Mi domandavo tutto ciò quando, per motivi di lavoro, ho assistito ad una iniziativa promossa dalla Provincia di Roma intitolata “ Gli Stati Generali contro il razzismo.” E qui, tra un discorso e l’altro, ha preso la parola un uomo di colore che ha fatto a tutti un discorso chiaro, riassumibile in questo semplice concetto: il razzismo non nasce dal nulla, ma ha una sua origine, un suo percorso che si sviluppa negli anni e lascia delle tracce visibili lungo il cammino. Bene, dove eravamo noi mentre questo accadeva? O meglio, mentre qualcuno faceva in modo che questo fenomeno crescesse e si impossessasse della società?”
E già, dov’eravamo noi? Dove eravamo mentre una parte dei nostri governatori gettava le basi e poi i muri portanti di questa società che tanto denigriamo, beffeggiamo e su cui ci accaniamo con tanta animosità? E già, dov’eravamo?
Dov’eravamo mentre smontavano mattone dopo mattone il lavoro certosino di chi ci ha preceduto? Un lavoro fatto, è vero, di lavoro e sacrifici, ma anche di valori e solidarietà, di sussistenza e pari opportunità?
E queste domande mi riportano alla mia idea iniziale: perché urliamo al buio cattivo e minaccioso e non proviamo ad illuminare le nostre ombre interiori? Perché non siamo capaci di dirci che abbiamo voluto credere, non tutti certo, alla fiction che ci avevano propinato come possibile e reale? Facili guadagni, un’esistenza di agi e possibilità di vivere con la morale dei protagonisti di Beautiful, tutti felici e contenti compresi i figli che, tranquilli avrebbero compreso questo mondo di adulti capricciosi ed incontentabili . Ed ora, ora che il nostro personale “ The Truman Show” ha rilevato le crepe del suo sfondo, e noi ci siamo accorti che il sole che speravamo scaldarci in eterno ha invece bruciato il fusibile, ora, ci sentiamo una massa di illusi che hanno difficoltà a rientrare nel mondo reale. Quello mondo in cui, se invece di pensare solo all’Io, all’adesso e che m’importa del vicino, avessimo lavorato su i nostri egoismi, le nostre paure, sul nostro futuro, forse il mondo sarebbe meno inquinato, più vivibile e con gli aiuti giusti ed equamente distribuiti forse, dico forse, staremmo tutti meglio e non ci ritroveremmo quasi tutti con il cosiddetto per terra a piangere lacrime amare.
E questo mi riporta all’argomento iniziale. Nei blog, così come in altri luoghi, stiamo continuando a sfuggire, sempre secondo me, il punto centrarle del problema: siamo noi, singoli individui a dovere capovolgere il nostro intimo modo di porci nei confronti del mondo. Siamo noi che dovremmo tornare a pensare che oltre “noi” non è “chissenefrega”, ma “me ne frega” perché il mio “chissenefrega” sarà inevitabilmente il “chissenefrega” di un altro e questo ci imprigionerà un circolo vizioso d’indifferenza che, com’è ovvio, colpirà tutti. I politici non sono che la rappresentazione della nostra collettività, così come gli dei lo erano per gli antichi: potenti sì, ma simili agli uomini per vizi e virtù. Nulla di nuovo, insomma.
domenica 19 ottobre 2008
L'essenza di una donna - Anais Nin
“Ho passato la maggior parte della mia vita ad arricchire quanto meglio potevo la lunga, lunghissima attesa dei grandi eventi che ora mi riempiono con tanta intensità da sopraffarmi. Ora capisco la spaventosa inquietudine, il tragico senso di fallimento, il profondo scontento. Ero in attesa. Questa è l’ora dell’espansione, della vita vera. Tutto il resto non era che una preparazione. Trent’anni di veglia angosciosa. E adesso questi sono i giorni per i quali ho vissuto. Rendermene conto con tanta chiarezza, è una cosa quasi insostenibile umanamente. Gli esseri umani non sopportano la conoscenza del futuro. Per me, la conoscenza del presente è altrettanto abbacinante. Essere così acutamente ricca e saperlo!”
Tratto da “ Henry &June” di Anῒs Nin
Tratto da “ Henry &June” di Anῒs Nin
giovedì 16 ottobre 2008
Riflessioni sulla libertà di parola
Chiedo anticipatamente scusa per la lunghezza del post.
Ieri ho scritto un post, l’ho scritto d’istinto, rispondendo ad una sensazione immediata dopo aver letto nel blog di Marina ineziessenziali la sua proposta di pubblicare, come aveva fatto lei, brani o frasi tratti dal libro "Gomorra" scritto da Roberto Savino.
L’iniziativa che lei proponeva è stata promossa dopo che l’autore, da anni sotto scorta, è stato indicato da un pentito come possibile oggetto, insieme alla sua scorta, di un futuro attentato.
Io avevo appena letto la lunga intervista dell’autore su "Repubblica" e nel post la mia posizione era netta e giudicava il grido di dolore di questo giovane uomo con severità e, ora dico, anche con un certo pregiudizio. Analizzavo la sua storia partendo dal mio punto di vista, dalla consapevolezza che pestare i piedi ai poteri forti espone sempre a dei rischi i quali, sostenevo, dovrebbero essere calcolati. Per questo, con un certo disappunto, mi stupivo della sorpresa che credevo di aver colto tra le sue parole. Impossibile, sostenevo, aver scritto e poi pubblicato un libro di denuncia così forte e non aver messo in conto che la tua vita può diventare un inferno e travolgere te, i tuoi familiari e gli amici coinvolti. Il contesto di cui narra gli era noto. E' un uomo che è cresciuto in quelle zone, ne ha respirato le dinamiche e come autore ne ha raccontato usi e costumi e quindi, presupponevo, ne conosce anche le possibili ritorsioni.
Tuttavia, dichiaravo, in un paese libero e democratico il diritto alla parola dovrebbe essere un diritto insindacabile e quindi, un autore che decide di scrive un libro denuncia non dovrebbe essere scaraventato in una vita da fuggiasco o divenire un bersaglio mobile. E questo è un principio talmente ben saldo dentro di me che mi auguro non sia nenanche oggetto di discussione. Era sulla sua ingenuità, sul suo essersi trovato in un vortice che non aveva previsto e di cui involontariamente era rimasto vittima, ecco, era questo ciò mi sembrava difficile da credere e sul quale ombreggiavo, dietro al certo impegno politico, anche una buona dose di ambizione. Non ho cambiato totalmente idea, ma parlando con alcuni amici dei dubbi hanno questa volta ombreggiato la mia posizione.
A sostegno del mio primo scritto e delle ulteriori riflessione devo dire che, l’aver scritto un libro mi ha posto in una posizione forse particolare, la mia esperienza personale mi ha condizionato. Per come lo vivo io, lo scrivere è una dimensione lenta, che richiede molto tempo e lascia molto tempo, tempo per valutare, per pensare. Ma non avevo valutato alcuni aspetti ed avevo proiettato me, le mie considerazioni lungo la composizione del mio piccolo libro; gli scrupoli, le paure che hanno impresso pause alle mie parole. Chi avrei ferito, chi si sarebbe potuto arrabbiare, i giudizi che sarebbero piovuti su persone a me vicine. Ma questa è la mia storia, la storia di una donna di quarant’anni, ed un mio amico mi ha fatto pensare che invece, in questo caso , a scrivere era un giovane uomo che oggi di anni ne ha ventotto. L’idealismo dell’età, il livello di consapevolezza, la valutazione dei possibili rischi forse, mi diceva il mio amico, sono diversi. Tutti abbiamo vissuto l’idea di poter cambiare il mondo ed ognuno ha pensato di farlo a modo suo. Vero, verissimo! All’idealismo non avevo pensato, come non avevo pensato a quello che mi ha detto mio marito ed un’altra amica. Un giovane scrittore, al suo primo libro ( e questo in realtà dovevo saperlo) non consce il potenziale di diffusione della propria opera. La pubblichi e già ti sembra un miracolo, sogni che possa tramutarsi in un best seller, ma non hai alcuna certezza e, se questo avviene, come è accaduto a Roberto Saviano, forse effettivamente non ne hai ipotizzato i reali risvolti. Non immagini cosa significhi divenire un oggetto di discussione o un referente della magistratura. Molti giornalisti parlano di argomenti scottanti, ma fortunatamente pochi di loro finisco sotto scorta. E poi c’è un argomento importante, fondamentale che ha messo in crisi il mio punto di vista: le parole di una mia amica. L’accesa discussione che abbiamo avuto ci ha trovato per la prima volta su posizioni nettamente contrastanti, ma la stimo troppo per non prendere in seria considerazione le sue parole.
“Stai gettando un ombra su una persona senza conoscere a fondo la sua storia. Il concetto di soffrire e tacere è inaccettabile. Il tuo giudizio è netto ma non è chiaro perché rimproveri il suo grido di dolore, la sua ribellione ad uno stato che non gli permette di essere un’artista che esprime il proprio pensiero. Perché ti da fastidio che denunci a gran voce ciò che vive?” Queste sono solo alcune delle sue frasi opposte con forza e convinzione al mio giudizio e, devo ammettere, che mi hanno colpito imponendomi di fermarmi e riflettere.
Questo post non è quindi quello che avevo scritto per risponde a Marina, è diventato un’altra cosa. E’ un'auto denuncia alla fretta del mio giudizio. Io, donna democratica, fautrice dei diritti e delle pari opportunità, della libertà di pensiero sopra ogni altra cosa, mi sono sentita e forse ritrovata dall’altra parte della barricata, quella che ho sempre combattuto. E mi ha fatto male, molto male. Ma devo dire anche bene e sapete perché? Perché mi ha dimostrato come è facile cadere nei giudizi affrettati, anche per me che scrivendo ho tempo di riflettere e, paradossalmente, proprio stamattina avevo pensato di pubblicare un post sui luoghi comuni. Per questo sospendo ogni mio giudizio sull’argomento e torno a riflettere su tutta questa storia. Roberto Savino ed il suo libro denuncia meritano un maggiore approfondimento ed io ho voglia di dedicarglielo. Ma lasciatemi ringraziare i miei interlocutori che con le loro parole mi hanno regalato veramente molto.
Ieri ho scritto un post, l’ho scritto d’istinto, rispondendo ad una sensazione immediata dopo aver letto nel blog di Marina ineziessenziali la sua proposta di pubblicare, come aveva fatto lei, brani o frasi tratti dal libro "Gomorra" scritto da Roberto Savino.
L’iniziativa che lei proponeva è stata promossa dopo che l’autore, da anni sotto scorta, è stato indicato da un pentito come possibile oggetto, insieme alla sua scorta, di un futuro attentato.
Io avevo appena letto la lunga intervista dell’autore su "Repubblica" e nel post la mia posizione era netta e giudicava il grido di dolore di questo giovane uomo con severità e, ora dico, anche con un certo pregiudizio. Analizzavo la sua storia partendo dal mio punto di vista, dalla consapevolezza che pestare i piedi ai poteri forti espone sempre a dei rischi i quali, sostenevo, dovrebbero essere calcolati. Per questo, con un certo disappunto, mi stupivo della sorpresa che credevo di aver colto tra le sue parole. Impossibile, sostenevo, aver scritto e poi pubblicato un libro di denuncia così forte e non aver messo in conto che la tua vita può diventare un inferno e travolgere te, i tuoi familiari e gli amici coinvolti. Il contesto di cui narra gli era noto. E' un uomo che è cresciuto in quelle zone, ne ha respirato le dinamiche e come autore ne ha raccontato usi e costumi e quindi, presupponevo, ne conosce anche le possibili ritorsioni.
Tuttavia, dichiaravo, in un paese libero e democratico il diritto alla parola dovrebbe essere un diritto insindacabile e quindi, un autore che decide di scrive un libro denuncia non dovrebbe essere scaraventato in una vita da fuggiasco o divenire un bersaglio mobile. E questo è un principio talmente ben saldo dentro di me che mi auguro non sia nenanche oggetto di discussione. Era sulla sua ingenuità, sul suo essersi trovato in un vortice che non aveva previsto e di cui involontariamente era rimasto vittima, ecco, era questo ciò mi sembrava difficile da credere e sul quale ombreggiavo, dietro al certo impegno politico, anche una buona dose di ambizione. Non ho cambiato totalmente idea, ma parlando con alcuni amici dei dubbi hanno questa volta ombreggiato la mia posizione.
A sostegno del mio primo scritto e delle ulteriori riflessione devo dire che, l’aver scritto un libro mi ha posto in una posizione forse particolare, la mia esperienza personale mi ha condizionato. Per come lo vivo io, lo scrivere è una dimensione lenta, che richiede molto tempo e lascia molto tempo, tempo per valutare, per pensare. Ma non avevo valutato alcuni aspetti ed avevo proiettato me, le mie considerazioni lungo la composizione del mio piccolo libro; gli scrupoli, le paure che hanno impresso pause alle mie parole. Chi avrei ferito, chi si sarebbe potuto arrabbiare, i giudizi che sarebbero piovuti su persone a me vicine. Ma questa è la mia storia, la storia di una donna di quarant’anni, ed un mio amico mi ha fatto pensare che invece, in questo caso , a scrivere era un giovane uomo che oggi di anni ne ha ventotto. L’idealismo dell’età, il livello di consapevolezza, la valutazione dei possibili rischi forse, mi diceva il mio amico, sono diversi. Tutti abbiamo vissuto l’idea di poter cambiare il mondo ed ognuno ha pensato di farlo a modo suo. Vero, verissimo! All’idealismo non avevo pensato, come non avevo pensato a quello che mi ha detto mio marito ed un’altra amica. Un giovane scrittore, al suo primo libro ( e questo in realtà dovevo saperlo) non consce il potenziale di diffusione della propria opera. La pubblichi e già ti sembra un miracolo, sogni che possa tramutarsi in un best seller, ma non hai alcuna certezza e, se questo avviene, come è accaduto a Roberto Saviano, forse effettivamente non ne hai ipotizzato i reali risvolti. Non immagini cosa significhi divenire un oggetto di discussione o un referente della magistratura. Molti giornalisti parlano di argomenti scottanti, ma fortunatamente pochi di loro finisco sotto scorta. E poi c’è un argomento importante, fondamentale che ha messo in crisi il mio punto di vista: le parole di una mia amica. L’accesa discussione che abbiamo avuto ci ha trovato per la prima volta su posizioni nettamente contrastanti, ma la stimo troppo per non prendere in seria considerazione le sue parole.
“Stai gettando un ombra su una persona senza conoscere a fondo la sua storia. Il concetto di soffrire e tacere è inaccettabile. Il tuo giudizio è netto ma non è chiaro perché rimproveri il suo grido di dolore, la sua ribellione ad uno stato che non gli permette di essere un’artista che esprime il proprio pensiero. Perché ti da fastidio che denunci a gran voce ciò che vive?” Queste sono solo alcune delle sue frasi opposte con forza e convinzione al mio giudizio e, devo ammettere, che mi hanno colpito imponendomi di fermarmi e riflettere.
Questo post non è quindi quello che avevo scritto per risponde a Marina, è diventato un’altra cosa. E’ un'auto denuncia alla fretta del mio giudizio. Io, donna democratica, fautrice dei diritti e delle pari opportunità, della libertà di pensiero sopra ogni altra cosa, mi sono sentita e forse ritrovata dall’altra parte della barricata, quella che ho sempre combattuto. E mi ha fatto male, molto male. Ma devo dire anche bene e sapete perché? Perché mi ha dimostrato come è facile cadere nei giudizi affrettati, anche per me che scrivendo ho tempo di riflettere e, paradossalmente, proprio stamattina avevo pensato di pubblicare un post sui luoghi comuni. Per questo sospendo ogni mio giudizio sull’argomento e torno a riflettere su tutta questa storia. Roberto Savino ed il suo libro denuncia meritano un maggiore approfondimento ed io ho voglia di dedicarglielo. Ma lasciatemi ringraziare i miei interlocutori che con le loro parole mi hanno regalato veramente molto.
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