Un pò di me e la mia intervista con Maurizio Costanzo e più in giù in nuovi post

Visualizzazione post con etichetta Viaggi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Viaggi. Mostra tutti i post

lunedì 31 marzo 2008

Barcellona

E’ da un po’di giorni che mi torna in mente l’atmosfera di Barcellona e poiché, questa piccola nostalgia non passa, forse è il caso di parlarne.
Ho visitato Barcellona lo scorso anno. Era una meta che sembrava sfuggirmi dalle mani e questo accresceva la mia voglia di visitarla. E devo dire che, come mi accade per ogni viaggio, ho sempre bisogno che le sensazioni decantino dentro di me. E’ accaduto anche in questo caso e da qui si spiega l’atmosfera di alcuni luoghi della città che continuano a rimbalzarmi nella testa.Barcellona non mi ha stregato, anzi, inizialmente il caos immondo dei suoi luoghi più rinomati mi ha probabilmente fuorviato. Mi sembrava una città adatta ai bagordi notturni, elegante nelle sue strade principali, pazzerella ed originale nelle costruzioni di Gaudì ma incapace, veramente incapace di farmi innamorare. Mancava l’atmosfera, quella giusta per me, e mi sembrava così assurdo averla desiderata per diversi anni e poi, una volta raggiunta, non riconoscerla nelle mie sensazioni fantasticate. L’ultimo giorno del nostro soggiorno però, un richiamo forte ed insistente mi ha spinto a deviare dai percorsi stabiliti
Qualcosa mi diceva che stavo partendo da questa città senza averla compresa. C’era una via, una traversa della Rambla, che avevo notato nei giorni precedenti, un piccolo vicolo, anonimo, che però, in qualche modo, mi sussurrava di non ignoralo. Dovevo inoltrami per il suo stretto e ombroso camminamento come se quella fosse la porta per arrivare nella parte intima che stavo cercando.

Trascinandomi dietro mio marito, che sorride sempre ma dolcemente asseconda queste mie stranezze, ho seguito questo richiamo e poi il filo invisibile che mi guidava verso stradine appartate. E lì, solo tra quelle viuzze, credo di aver inspirato ed assaporato la parte giusta, per me, di questa città. Era infatti esattamente quella la Barcellona che da qualche anno mi frullava nella testa, senza che ne avessi una visualizzazione chiara.Le stradine si facevano via via meno frequentate ed i negozi divenivano meno trendy ma molto più gustosi, almeno ai miei occhi. Anche le persone non sembravano più comparse da cartolina ma acquisivano una veridicità che eccitava le mie emozioni. Insomma, più mi allontanavo dalla Rambla e più la città acquisiva una sua personalità, come se, ad ogni passo si svestisse di un’immagine pubblica per consegnarmi il suo corpo, nudo ma vero. Un corpo ancora segnato dalle sofferenze passate e forse per questo intenso, pieno di rughe e pieghe che me ne stavano raccontando la storia.
Barcellona…


Barcellona è ancora un luogo impolverato dal suo più recente passato e per quanto tutti facciano del loro meglio per spazzolarla da questo fastidioso elemento, lei, la polvere, ricade tenacemente sopra ogni cosa. E questo, da un fascino diverso a tutto quello su cui lo sguardo si posa. Tolti i giovani e quelli che amano le tendenze, il resto di questa originale città è ancora pregno della sua storia: i negozi, le abitazioni, la fisionomia e l’abbigliamento delle persone stesse porta con se quest’aria un po’ antiquata e dimessa. Il taglio delle gonne, le vetrine delle botteghe, l’aspetto un po’ desueto dei visi mi ha dato l’impressione che le ristrettezze della vita di un trentennio fa non siano ancora dimenticate. Come incantata da questa polvere magica mi sono letteralmente persa tra i suoi vicoli, tra il ciotolio dei suoi suoni, tra l’ombra umida delle sue chiese dove con occhi incantati ho scoperto che sacralità ed oche convivono in una melodia acquatica difficile da riprodurre con le parole ma assolutamente emozionante.
Ho gioito nel muovermi tra i banconi demodè delle sue botteghe, felice come una bambina di poter portare via con me un piccolo granello di questa stranissima polvere.
La stessa polverina che evidentemente si è posata anche dentro di me e che in questi giorni ha ripreso a volteggiare nella mia testa, ribelle al tempo che tenta di soffiarla via.
Sarà la primavera?








giovedì 31 gennaio 2008

L' Egitto, il Nilo ed il senso del tempo

(parte terza)

Durante gli spostamenti in pullman, Tamer ci raccontava gli usi e costumi del suo paese.
La sua posizione nei confronti della propria cultura era abbastanza obiettiva, non amava gli atteggiamenti integralisti ma aveva un approccio di stupore per alcuni nostri costumi.
E’ un uomo giovane, curioso e colto e quindi il suo raccontare era anche un modo di scoprire, attraverso le nostre domande, le reciproche diversità, rispondendo per il proprio popolo cercava un confronto con il nostro ed i dibattiti che si apriva erano molto interessanti.Quello che emergeva era, almeno per me, un sovrapporsi di preconcetti e pregiudizi che vincolano una reale comprensione. Noi italiani ci sentiamo un popolo libero, progredito, emancipato culturalmente e l’atteggiamento dei miei connazionali era quello di una, neanche tanto velata, sensazione di superiorità. Lui ci guardava con gli occhi dolci e mentre alcuni di noi s’infervoravano nel voler dimostrare di vivere in una cultura superiore, lui manteneva una calma serafica e ci spiegava un altro punto di vista

Iniziò raccontandoci il matrimonio egiziano, prendendo ad esempio il suo.

Al momento del fidanzamento ufficiale le due famiglie, comprensive di zii e nonni si riuniscono per stabilire la famosa dote. Dai suoi racconti si evincevano situazioni esilaranti, con discussioni infinite che possono durare giornate intere. Essendo una sorta di contrattazione commerciale credo che si esaurisse per sfinimento dei partecipanti. Considerando che una qualunque vendita nel loro paese è momento di lunga contrattazione, non oso immaginare cosa possa comportare assicurare, in modo equo, il benessere presente e futuro dei due novelli sposi.


Come accade spesso parlando di matrimonio finimmo, dopo un iniziale pudore, a parlare di sesso.
La curiosità di noi italiani non conosceva confini e le battute sulla fortuna maschile degli egiziani, di poter avere più mogli scatenava la fantasia erotica dei più, che però fu subito smorzata.
Tamer ci spiegò che la possibilità di contrarre più di un matrimonio era legata unicamente alla capacità, da parte dell’uomo, di assicurare il mantenimento di tutte le mogli e dei loro presenti e futuri figli. Per di più, questa usanza veniva incoraggiata soprattutto se l’uomo in questione, oltre al certo mantenimento, prendesse come seconda o terza moglie una donna vedova, fornendo così una sorta di assistenza sociale privata. Ma udite, udite ciò è possibile, sempre secondo le parole di Tamer, soltanto se la prima moglie da la sua approvazione. Non male direi. In fondo da noi, molte mogli dividono il proprio marito con una o più donne senza poter dare il loro personale consenso, ritrovandosi a volte abbandonate senza che questo assicuri loro un’adeguata partecipazione futura da parte del fedigrafo ometto, che speso, troppo spesso, si dilegua senza contribuire alle spese dei figli.
Ma il picco fu raggiunto con il discorso sulle prestazioni sessuali. Sempre a detta di Tamer, gli uomini non possono mai sottrarsi alla richiesta della moglie di fare l’amore. Se ciò accade, diceva lui, la donna può chiedere il divorzio. Vi lascio immaginare, si alzò un coro di sospiri e qualcuna più esplicita partì con un sonoro applauso. Al contrario, se è la donna a rifiutarsi di fare l’amore (questo diceva sempre Tamer) il marito non può che accettare, poiché ( e qui ci fu un ovazione) se lei non vuole farlo, avrà i suoi motivi, insindacabili.
Gli uomini non parlavano più, li aveva stesi rendendo ridicole tutte le pregiudizievoli credenze che avevano accompagnato la loro baldanza maschile. Le donne invece, da quel giorno, vi assicuro, iniziarono a guardare gli abitanti del luogo con ben altri occhi.




martedì 29 gennaio 2008

L'Egitto, il Nilo ed il senso del tempo

( Parte seconda)

Quando sulla nave che ci trasportava lungo il Nilo ci assegnarono la guida, conoscemmo Tamer.
Tamer fu per tutto il nostro viaggio la voce parlante che ci raccontò un Egitto senza spazi temporali.
La sua bravura è pari alla bellezza del suo paese e posso affermare che mai, in nessun altro viaggio ho avuto la fortuna ed il piacere d’imbattermi in una guida così preparata e disponibile. Ma non fu tutta qui la nostra buona sorte: Tamer sapeva trasportarci in una terra misteriosa ed allo stesso tempo descriverci gli usi ed i costumi dell’Egitto moderno senza preclusioni, rispondendo a qualunque domanda, anche la più maliziosa ed impertinente.
Tamer è un uomo giovane, all’epoca aveva trentadue anni, sposato e già padre di quattro figli. Aveva con il gruppo un rapporto molto simpatico e disponibile ed anche questa è una dote non comune.

Iniziammo il nostro viaggio da Luxor, la parte alta del Nilo e navigammo fino ad Assuan. Il tempo era bello ma l’escursioni per molteplici motivi, anche climatici, prevedevano delle alzatacce. Ci svegliavamo prima dell’alba e come in tutte le zone desertiche l’escursione termica era terribile. Fu divertente perciò alla prima adunata vedere persone in bermuda ed infradito ed altre, ben più documentate, che sembravano partire per i ghiacciai.



Tamer iniziò raccontandoci l’Egitto antico, i faraoni, i loro amori, le gesta grandiose e le loro crudeltà. Ci spiegò la cultura di un popolo che sapeva molto più di quanto noi possiamo ritenere possibile per la lontananza storica dalle nostre conquiste scientifiche ed architettoniche. Dipinse di colori vivi le pitture in alcuni casi ormai sbiadite e riempì, con i suoi racconti di vita, le mura e gli spazi di quei luoghi. Ci regalò un’ alba indimenticabile con il sole che spuntava tra le colonne di un tempio grandioso e la statua di uno scarabeo gigante, invitandoci, con il nascere del sole, a compiere i sette giri che la leggenda prevede per favorire la buona sorte.
Infreddoliti ma estasiati ci trasportò, con il fascino delle sue parole, indietro di millenni. Ci raccontò il potere ed il lavoro dei sacerdoti di questi templi, i riti del popolo, la vita del Nilo, la ricchezza che deriva dalle sue inondazioni, la storia delle divinità, le guerre. Non si limitò ai soliti percorsi ma scelse per noi angoli remoti, inusuali dove lasciarci assaporare un Egitto ben poco turistico.E fu magia.

Sentivamo frusciare le vesti delle donne, ci impolveravamo di sabbia abbagliandoci nella luce accecante del sole. Nella calma di strade poco battute ci spingeva ad annusare gli odori della sua terra, i colori delle mille spezie. Provammo il languido procedere delle feluche mentre il sole accendeva di rosso il deserto delle rive. Eravamo frastornati dalla bellezza.
E lentamente, quando il nostro cammino invertì il suo percorso puntando verso nord, iniziò a risalire i secoli della storia raccontandoci un altro Egitto.






mercoledì 23 gennaio 2008

L' Egitto, il Nilo ed il senso del tempo

(Prima parte)


Ci sono viaggi che ti cambiano. Cambiano il tuo modo di percepire qualche aspetto della vita ed evidente che li cercavi, ne avevi bisogno.
E’ accaduto anche a me, più volte, ma stranamente per quanto io abbia viaggiato, e molto, i viaggi più importanti sono arrivati negli ultimi due anni, allo scoccare del mio quarantesimo compleanno.
Non imputo alla svolta dei quaranta il significato dei miei cambiamenti. Le rivoluzioni camminano lentamente nel tempo, e poi esplodono rendendosi visibili. E allora si pensa che siano improvvise, ma appunto, non è così.
Il viaggio di cui vi parlerò oggi era un desiderio in cui mi adagiavo da tempo ma un periodo molto duro, in più ambiti, mi aveva impedito di viverlo.
Ma come accade sempre, anche i periodi peggiori passano ed io, esausta, raccoglievo la mia stanchezza sperando di gettarla via, il più lontano possibile. Ed è stato proprio in quei giorni che per vedermi rifiorire mi è stato regalato questo sogno: l’Egitto e la navigazione sul suo fiume: il Nilo.
Sono partita per questa terra con la pura che il mio fisico, in quel momento, non avesse le forze necessarie per sopportare gli orari impossibili e la fatica che alcune escursioni richiedevano. Invece, appena i miei occhi hanno iniziato a posarsi su quei paesaggi, il mio corpo ha iniziato a rigenerasi.
Fluiva nuova energia e di conseguenza anche la mente si destava, ritrovando vigore e lucidità.



L’Egitto è un paese magico che vive, nella maggior parte del suo territorio, come sospeso in un tempo lontano.
Credo che sia uno dei pochi paesi del mondo nel quale un italiano, ed a maggior ragione un romano, si guarda intorno e prova un senso di meraviglia per quello che sta vedendo. La sua storia ti avvolge e ti senti trascinato indietro di millenni. Per noi italiani è una sensazione rara, noi viviamo nella storia, quotidianamente, e questo ci rende viaggiatori difficili e spesso giustamente orgogliosi ed un po’ meno giustamente, superbi.
Ma lì, tra la sabbia del deserto ed i templi qualcosa accade e un senso di magnificenza ti appaga l’anima.
Senti vibrare la voce dei faraoni e ti sembra di odorare il sudore degli schiavi che hanno compiuto opere magistrali. Le palme frusciano mosse da un vento caldo e quando dopo l’esplorazioni archeologiche torni sul tuo battello per proseguire il cammino il Nilo ti toglie il fiato.


Il suo lento fluire lungo le coste è una dell’esperienze più affascinanti che io abbia mai vissuto.
Piccole capanne si affacciano tra una vegetazione incostante. Gruppi sparuti di bimbi giocano tranquilli lungo le rive e ti salutano con la mano. Gli adulti compaiono improvvisi, abbigliati di lunghe vesti, appoggiati a nodosi bastoni o in groppa a piccoli somari come avessero attraversato indenni millenni di storia. Le donne vestite di nero sembrano pietre di onice tra la sabbia dorata e se ne stanno sedute a riposare, osservando le navi passare. E’ quello forse uno dei pochi e reali contatti che queste persone possono concedersi con noi, mondo per loro tanto diverso e lontano.
Il sole declina verso occidente e colora di striature infiammate di rosso e viola l’orizzonte, ed impossibile, veramente impossibile distogliere lo sguardo.
Iniziano a spuntare le stelle e la temperatura si abbassa, drasticamente, e già sulla sponda opposta la notte inizia il suo ciclo ma è impensabile andar via, lasciare spegnere, senza bearsene, l’incanto di un paesaggio che inizia a spiegarti il senso del tempo.





mercoledì 9 gennaio 2008

America/ parte due


Viaggiare on the road per l’America è una dimensione particolarissima.
E’ un continuo intrecciarsi di sorprese e déjà vu. Le città sembrano ambientazioni cinematografiche e ti sorprendi a scoprire che quello che per te europeo sembra l’ambientazione di un film, per milioni di persone è la quotidianità. Ma ancora più stravagante è trovarti catapultato nella fattoria di Nonna Papera tra piccole chiesette con le tendine, strade prive di abitazioni con una sfilza di cassette della posta, minuscoli ed intimi luoghi di ristorazione con la torta di mele ed il succo di acero, un benzinaio sgangherato con il cane che ronfa all’ombra, un negozio d’antiquariato nel nulla più assoluto. Tutto lento, calmo. Strade che scorrono dritte per ore ed ore e poche macchine ad incrociare il tuo viaggio. Fuori dalle grandi città, in alcuni casi ti sembra un paese disabitato: nessuno che passeggi, nessuno che sembri lavorare nei campi, nessuno fermo, che so, in una piazza, a chiacchierare. L’effetto visivo può essere destabilizzante ed in alcuni casi lo è.







Ma per lasciarsi avvolgere e sorprendere da questa terra è indispensabile che le nostre concezioni di vita europea restino a casa e porsi, di conseguenza, nella concezione mentale che questa è, nonostante tutto ed ancora, una terra di frontiera. E’ nella sua natura, nell’andare avanti, nello scoprire, il vero viaggio. Paradossalmente questo paese del “ tutto immenso ed apparentemente finto” è un luogo di grande spiritualità. Ed è questa la dimensione che secondo me non ti spetti, ed è lì che ti conquista.
Sarà che io avevo un enorme bisogno di perdermi e ritrovarmi ma nessun altro luogo del mondo ha avuto su di me un effetto così dirompente, così forte.
Ogni posto del mondo ha le sue peculiarità e vi assicuro che l’America, proprio per i suoi paesaggi, accompagna chi sa guardarla, a vivere momenti di profonda introspezione.
E’ una terra che emana un’energia incredibile.
Mentre non smettevo di osservarla avevo la netta sensazione che la sua immensità, le mille sfumature dei suoi colori, la potenza dei suoi oceani, entrassero dentro di me arricchendo anche le mie cellule delle stesse forze, della stesse meraviglie.
E tutto ciò tranciava legacci mentali, restituendomi un profondo senso di libertà.
Altri luoghi del mondo mi hanno emozionato e fatto riflettere e ve li racconterò, ma questa terra mi ha incantato e lanciato verso dimensioni interiori difficilmente ripetibili.
Per questo non posso fare a meno d’amarla, profondamente.



martedì 11 dicembre 2007

I colori del bosco

Passeggiare in uno bosco alle otto e mezza della mattina.
Mentre l’inverno sembra cercare calore dentro il tuo corpo.
Il terreno bagnato, anzi fradicio ed una nebbiolina umida che veleggia intorno a te come ad ogni altra cosa.
L’atmosfera è sospesa, nulla appare muoversi.
Mi fermo sotto agli alberi e le gocce che cadono creano un tintinnio sparso ma invisibile.
Avevo dimenticato l’incanto che può regalare una bosco d’inverno. Eppure conosco bene questi colori, il mio naso riconosce gli odori della terra, delle foglie macere.
Il sole resta in disparte, forse ha freddo e pigramente non ha voglia di stendere fuori dalle soffici nuvole i propri raggi. Ma è lì ed ogni tanto mi saluta.
Il mio respiro si materializza in una piccola nube bianca che mi anticipa, rimanendo per un attimo a mezz'aria tra me ed il passo successivo.
Chi l’ha detto che l’inverno non ha colori?
Un muschio soffice ed umido ricopre come un lussuoso velluto i tronchi e le rocce.
Lo sfioro.
La terra è cosparsa da foglie diverse dai colori diversi. Verde, marrone, giallo, tanto giallo. Forse la natura ha scelto questo colore per supplire la mancanza del sole?
Un albero piccolo, completamente nudo, di un marrone reso ancora più scuro dalla pioggia, mi mostra orgoglioso i gioielli di cui è comunque adorno. Mille goccioline d’acqua tremolano come brillanti sulle punte dei suoi rami e lui sta lì, fiero di tanto splendore.
Le ortiche poi sbucano verdissime tra le foglie ma non sono sole, altre piante sconosciute ma rigogliose si affacciano soddisfatte tra gli sterpi; ed hanno ragione, è il loro momento. Nell’esplosione della primavera i miei occhi sarebbero distratti da altro mentre ora, nel silenzio dormiente che le circonda, le vedo e le trovo bellissime.
Una fontanella intanto straborda e la sua acqua forma un rivolo di piccole pozzanghere colme di fango e foglie lucide.
In alto, sulle cime degli alberi, gli uccelli sembrano avere un gran da fare e svolazzano, cinguettano, si rincorrono ma non mi distolgono dagli altri rumori del bosco. Una pigna che cade, un animaletto che passa, nel sotto bosco la vita prosegue.

giovedì 6 dicembre 2007

AMERICA/ PARTE PRIMA

Oggi vi voglio raccontare la mia America, quella che porto nel cuore.
Non avevo mai scritto nulla su questa terra e non è un caso.
Dedico sempre poche parole a ciò che amo, lo so, ma credo che non abbia senso spiegare l’amore né in fondo è necessario farlo. Si ama punto.
Ed allora direte voi?
Ed allora per quanto non trovi assolutamente facile parlarvi di un luogo che ha significato tantissimo per me, improvvisamente ho voglia di descriverlo per come io l’ho conosciuto ed in un crescendo amato. E’ una questione di giustizia e glie lo devo.
L’america infatti non è soltanto il paese governato da Bush, né è giusto racchiuderlo in una serie di clichè politici e foto scontate. Non vi parlerò quindi delle sue metropoli o della sua storia perché quello che mi ha fatto innamorare è altro e non appartiene a nessuno, se non forse agli Indiani d’America che hanno capito ed amato questa terra nell’unico modo possibile: entrando in comunione con lei.





Il mio viaggio è iniziato in California e raggiungerla ha richiesto molte ore di volo, tredici per l’esattezza, ma per quanto la fatica cercasse di sopraffare ogni emozione, quando i miei piedi hanno toccato questa terra ho provato la netta sensazione di aver raggiunto la concretezza di un sogno.
Per tutta la vita avevo osservato il sole declinare laggiù, verso occidente, e come un girasole l’avevo inseguito invidiando all’altra parte del mondo il nascere di un nuovo giorno, inspiegabilmente attratta da un orizzonte che si infuocava di luce mentre alle mie spalle avanzava inesorabile il buio.
Sarà per questo che essere sopra a quella terra significava simbolicamente aver raggiunto la linea del mio tramonto ed allo stesso tempo la luce di un nuovo giorno.
Difficile spiegare meglio ma mi sembrava già un bell’inizio…

Prima di partire avevo volutamente evitato di immaginare il mio viaggio, visualizzavo soltanto il mio arrivo e poi mi fermavo. Era un modo come un altro per lasciare spazio al mio senso d’avventura. Non volevo sapere, non volevo programmare nulla più del necessario, volevo e speravo che questa terra riuscisse a sorprendermi senza ingolfarla d’inutili aspettative e lei ha esaudito il mio desiderio stupendomi mentre come un puntino insignificante m’inoltravo nella sua immensità.








La macchina procedeva ingoiando miglia su miglia e gli scenari rendevano ridicolo qualunque racconto. Nessuno mi aveva mai descritto quello che stavo vedendo.
La vastità degli spazi è per noi europei inimmaginabili e la natura che sembra approfittarne, espandendosi senza limiti, stordisce facendo perdere il senso delle proporzioni. Una lillipuziana nel meraviglioso mondo D’Alice, più o meno. E avanzi.

Distese sconfinate, prive di una benché minima costruzione umana, concedono allo sguardo e soprattutto alla mente l’entusiasmante sensazione di poter correre a perdi fiato. Intorno nient’altro che praterie e nuvole e la voglia di essere un’aquila per poterti innalzare come lei, lassù, nell’azzurro di un cielo limpido e terso. A stento ritorni giù e ti accorgi che le distese si sono trasformate in fitti boschi e gli alberi che incontri sono altissimi, solenni, a volte così grandi da sembrarti fatati ed allora speri che stiano lì a proteggere il tuo cammino solitario perché anche questa è una dimensione forte e costante che ti avvolge facendoti sentire nulla ma anche un tutt’uno con quello che ti circonda. Ormai in preda ad uno stupore bambino prosegui e t’imbatti in rocce di un seriosissimo marrone e pensi: “ Meno male qualcosa di normale!” Ma un miglio dopo tutto cambia di nuovo, altre rocce si accendono di un rosso spudorato, impensabile, per poi tingersi, di nuovo pudiche, di un rosa gentile e tu non capisci, non sai spiegarti perché la natura abbia deciso di donarti tanta bellezza. Non te la meriti e lo sai. Inizi allora a rivoluzionare la percezione del tuo posto nel mondo, sei nulla, e tutto intorno a te lo conferma







Le piccolezze umane si dissolvono nella loro insensatezza e tu guardi ai tuoi giorni spesi, chiusa, sigillata, costretta in luoghi artificiali infiocchettati da mille confort che non hanno altro compito se non quello di distrarti dall’innaturalità del tuo esistere. Ma questa terra non è una terra qualunque, tutto di lei trasmette energia che fluisce nel corpo e spezza catena mentali e ti senti libero. Libero!
Poi cala la notte e l’America, quella fuori dalle metropoli, si ritira nelle tane e si addormenta. Arriva un silenzio ancora più assordante e ti senti solo, sperso, quasi impaurito ma è il frammento di un istante perché gli occhi volano in su e ti accorgi dello sfavillio delle stelle, della luce pura della luna che sembra inchinarsi premurosa verso di te, a ricordarti che è degli umani che devi preoccuparti.


Gli Indiani d’America, come altre popolazioni indigene sparse per il mondo avevano compreso il legame con la terra e vivevano in armonia con essa rispettandola e di conseguenza rispettandosi.


















mercoledì 7 novembre 2007

I nostri bisogni

Amici scusatemi ma in questi giorni gli eventi mi sovrastano, le presentazioni del libro occupano molto del mio tempo e quindi scrivere è impossibile. Tuttavia ho pensato che la compagnia di pensieri molto più elevati e saggi dei miei possa distrarvi, senza rimpianti ,dall'assenza dei mei scritti.

Oggi parla Seneca, il mio filosofo preferito ma voi non vi abituate a queste eccezionali frasi, io non potrò mai eguagliare cotanta grandezza, però fatevi cullare e meditate che non fa mai male.

"Nessuno nasce ricco: chiunque viene alla luce è tenuto ad accontentarsi di latte e di un quadratuccio di tela: questi sono gli inizi: poi neppure interi regni bastano a contentarci."

Seneca
Lettere morali a Lucillo

mercoledì 10 ottobre 2007

Amore Oceano

Nel mio viaggiare per il mondo ho avuto la fortuna di conoscere molti mari; ho visto spiagge ed acque nei punti più diversi del mondo e soprattutto ho incontrato loro, i tre Oceani.
Uno di essi, l’Oceano Atlantico, è stato la mia prima conoscenza ma questo non volge a suo favore, è quello che amo meno di tutti. Sarà forse colpa di un bagno antico, in terra di Marocco, dove una serie di cavalloni in rapida successione mi hanno fatto temere per la mia vita, sarà perché è un mare freddo e sempre agitato, sarà perché il suo temperamento sembra duro ed un po’ violento, ma io non provo per lui piacevoli sentimenti. Lo guardo, ne ammiro la potenza ma non lo amo.

Ben altri sentimenti mi legano invece agli altri due.
Ho incontrato l’Oceano Pacifico soltanto un anno fa ma conoscerlo è stata un’emozione fortissima. Un colpo secco ha trafitto istantaneamente il mio cuore ed io mi sono perdutamente innamorata di lui, irrimediabilmente innamorata.





Le sue acque sono forti e vigorose ma ha saputo avvolgermi senza impaurirmi. Sembra, infatti, saper controllare le proprie onde come fossero lunghe braccia le quali, maliziose, t’inseguono fino ad abbracciarti per poi ritrarsi divertite e sbrilluccicanti sotto i raggi del sole. Ma è anche spavaldo e sa importi la sua forza e questa prova di virilità decisa, devo confessarlo, mi ha fatto girare la testa.
Colta quindi da questo amore sconsiderato l’ho osservato a lungo, ferma, sulla riva di spiagge bianche ed immense ho lasciato che mi parlasse.
Come sempre si dice in questi casi, forse in quel particolare momento della mia vita ero predisposta ad innamorarmi, o forse l’atmosfera del paese che stavo visitando, con la sua follia e i suoi sconfinati spazi aveva accentuato il mio sentire ma lui, l’Oceano Pacifico, mi ha fatto capire cosa voglia dire libertà, e ciò che ti rende libero non puoi non amarlo. Ed io lo amo da allora, e da allora ogni qualvolta qualcosa, qualunque cosa mi rimanda ad un senso di costrizione io penso a lui, alla sua immensità, alla potenza rigeneratrice che si espande ad ogni infrangersi delle sue onde e mi sento felice.
La lontananza, come avrete capito, non ha minimamente mitigato il mio sentimento, lui mi manca terribilmente e non vi nascondo che sono ferocemente gelosa di tutti coloro che, fortunati, posso quotidianamente godere della sua bellezza.
Ma cosa posso fare? Siamo lontani e divisi da un altro oceano e da un continente intero, quindi qualche distrazione è inevitabilmente concessa ad entrambi. Tuttavia il nostro amore, proprio perché difficile, è ancora più intenso, inoltre lo so, lui è un maschio vero ed io una donna che sa aspettare, quindi, non ho dubbi, prima o poi noi due ci rincontreremo.



Devo però confessare che quando questa estate ho rivisto l’Oceano Indiano il suo fascino mi ha turbato senza farmi sentire, tra l’altro, in colpa; in fondo lui è stato il mio primo amore.

La prima volta che c’incontrammo io ero molto giovane e di lui apprezzai, come succede ai superficiali, gli aspetti per lo più estetici. Era bello, caldo e limpido come gli occhi con cui lo guardavo ed era impossibile non invaghirsi di lui. Ma fu più una cotta che un vero amore.
Da allora sono passati molti anni e quando quest’anno ci siamo rivisti la maturità raggiunta mi ha permesso di scoprire in lui aspetti che all’epoca mi erano completamente sfuggiti.
Nell’itinerario del mio viaggio in Africa sapevo perfettamente in quale giorno ci saremmo incontrati ma il conoscere il momento non mi ha salvato dall’emozione che poi ho vissuto.
In una tappa del nostro giro, l’albergo in cui abbiamo fatto base si trovava proprio di fronte a lui ma non mi bastava guardarlo dalla finestra, avevo voglia di un nuovo, vero incontro, volevo arrivargli così vicino d’annusarlo e l’ho raggiunto.
Dall’alto di un’ampia collina sabbiosa ci siamo rivisti. Io completamente ammaliata ho trattenuto il respiro mentre lui in un solo inchino gentile mi scombussolava il cuore; era così languidamente sensuale.




Il sole stava tramontando ed adagiava raggi complici sui riccioli della sua schiuma, sfumandole in tutte le gradazioni del rosa e dell’arancio. Le sue onde quasi argentate scivolavano languide sull’ampia battigia ed il rumore del loro infrangersi musicava alle mie orecchie un sussurro leggero.
L’ammiravo estasiata, era l’immagine perfetta di un dolce principe orientale. Tutto in lui era elegante, pacato e saggio. E’ lo specchio azzurro delle sue genti, e le sue genti riflettono la sua dolcezza.
Ho trascorso soltanto alcune notti in quel luogo fantastico ma ogni pomeriggio, tornata dalle mie escursioni, mi precipitavo da lui. Dall’alto, il mio Marajà mi abbracciava ed io completamente rapita scendevo veloce le ripide scalette per avvicinarmi a lui, il più possibile. Poi inspirando il suo odore, chiudevo gli occhi cercando di prendere il suo ritmo, rallentando i battiti del mio cuore mi facevo silenziosa per poter ascoltare la musica che ancora una volta aveva scelto per me.


venerdì 21 settembre 2007

Gita a cavallo


Lo scorso fine settimana sentivo veramente un gran desiderio di natura, voglia di verde, di sole e di una buona passeggiata a cavallo. Io non vado mai a cavallo, l’ultima volta mi è capitato anni fa, una decina per l’esattezza. Questo improvviso desiderio quindi mi è sembrato così stravagante da essere preso subito in gran considerazione.

Consulto familiare, condivisione della proposta e decisione: si parte. Un sano week-end tra le colline umbre in un piccolo agriturismo perso nel nulla. Una magia.

Sabato mattina, dopo una favolosa colazione all’aperto, ci rechiamo all’appuntamento con il nostro buttero per la gita a cavallo ma c’è un problema, uno degli animali ha perso i ferri e la passeggiata deve essere rimandata al pomeriggio. Poco male ci dedichiamo ad una piacevole camminata tra i boschi. Semplice pasto, riposino e torniamo sul luogo dell’appuntamento. Il mandriano non c’è ed i cavalli neppure. Attendiamo. Dopo circa mezz’ora arrivano tre bimbette accaldate e con il fiatone. “La cavalla” ci dicono “ non si fa prendere e papà sta cercando in tutti i modi di risolvere il problema”. Rimaniamo in attesa. Tornano le bimbette, sempre più accaldate. Niente da fare, la cavalla non ne vuole sapere, per oggi dobbiamo rinunciare al nostro programma. Con le indicazione delle bambine raggiungiamo il povero cavallerizzo. E’ madido di sudore e non sa come scusarsi per l’inconveniente. Lo rassicuriamo e fissiamo un nuovo appuntamento per la mattina successiva. A questo punto potremmo andare ma restiamo a guardare divertiti, almeno noi, la cavalla ribelle che fugge in ogni dove ed il povero uomo che con qualunque mezzo e vari tipi di tranelli non smette di tentare la presa. Per quanto questa puledra ci sia simpatica ognuno di noi si augura di non averla in sorte il giorno dopo.

Domenica mattina, nuovo appuntamento e finalmente siamo tutti presenti compresa la cavalla ribelle che, a dire il vero, continua a non sembrare molto disponibile ma il buttero oggi non transige e si monta a cavallo. Ossia gli altri montano in sella, per me la faccenda è più ostica del previsto e per quanto mi sia illusa di aver prodotto un poderoso slancio resto con un piede infilato nella staffa ed il resto del corpo avvinghiato di traverso alla sella. Il povero buttero assume un espressione perplessa, vorrebbe aiutarmi e l’istinto gli suggerirebbe di darmi una bella spinta ma la buona educazione glie l’impedisce ed io conscia della posizione ridicola inizio a ridere perdendo anche le ultime forze a disposizione. Poi uno scatto d’orgoglio e mi ritrovo in sella. E’ evidente la mia assoluta mancanza di agilità ma non demordo ed assumo con un certo contegno la postura consigliata.
La mia cavalla si chiama Asia, è tranquilla ma molto golosa, vorrebbe quindi ignorarmi e continuare a mangiare ma non si può, la gita ha inizio. Asia però traccheggia e continua a fermarsi per gustare erbette, io con tono deciso tento di dissuaderla e tiro le briglie, lei infastidita ogni volta si vendica ripartendo al trotto. Tra l’ilarità generale cerco di non perdere l’equilibrio. “ “Stringi le ginocchia” mi suggerisce il nostro accompagnatore ed io diligente cerco di farlo ma ogni volta il dolore alle gambe aumenta. Resisto e mi concentro, io ed Asia dobbiamo riuscire a comunicare.
Intanto attraversiamo sentieri bellissimi e l’atmosfera è esattamente quella che avevo sperato. Passeggiando io ed Asia sembriamo aver trovato un punto di contatto, evito anche i rami e questa conquista m’inorgoglisce ma lei come intuendo i miei pensieri di tanto in tanto si gira e sembra osservarmi. Possibile? Eppure mi guarda ed i suoi occhi assumono un’aria compassionevole, ha capito la mia buona volontà ma non devo illudermi tra noi due è lei che regge le briglie.
Dopo quasi due ore di passeggiata e sprazzi al trotto le mie ginocchia m’implorano di smetterla e tornare a casa. Gli ultimi dieci minuti sono un tormento. Finalmente arriviamo. Smonto da cavallo, le miei rotule sono due perni doloranti ed io zoppicando salgo in macchina. Il mio essere cittadina ha azzerato la mia capacità di muovermi in modo naturale nel mio contesto naturale. La verità, per niente semplice d’accettare, mi spinge a molteplici riflessioni che rimando però ad un prossimo post.

giovedì 6 settembre 2007

La premessa


Quando parto per un viaggio, specialmente se molto lungo ed in luoghi lontani io vivo un voluto ed agognato distacco da tutto quello che lascio qui, nella mia vita di sempre. Appena l’aereo si alza in volo io mi sporgo per osservare dal piccolo finestrino la città che cambia forma divenendo via via un sempre più indistinti insieme di costruzioni che quasi subito non riesco più a riconoscere. E provo un immenso piacere.
A diecimila piedi tutto il sottostante perde ai miei occhi molto del suo potere ed io, che già normalmente tendo a volgere il mio sguardo verso il cielo, lassù, sospesa nel nulla vivo momenti di pura gioia.
Quando poi l’aereo atterra e come in una magia mi trovo catapultata in una dimensione totalmente diversa dal mio consueto, chiudo per un attimo gli occhi, inspiro forte la diversità dell’aria e poi riprendendo il contatto visivo con quello che mi circonda sono pronta per immergermi nel nuovo mondo che personalmente inizierò ad esplorare.
E sono due le cose da cui più di ogni altro generalmente mi faccio avvolgere: la natura e gli esseri umani che poi in fondo sono la stessa cosa.

Quando, dopo un volo di circa un’ora e mezzo, da Johannesburg sono arrivata in Zambia avevo dentro di me già quasi venti giorni di Africa. Alcuni paesaggi mi erano quindi familiari, tuttavia atterrata nel piccolo, seppur internazionale aeroporto di Livingstone ho percepito subito che quella che stavo per visitare era ancora un’altra Africa rispetto a quella vista fin lì.
Fuori dal surreale aeroscalo infatti l’atmosfera mi ha subito conquistata. Quello che mi circondava era tutto abbastanza abbrustolito dal sole ed il caldo si era fatto più consistente. Tutto intorno piccole abitazioni ed un paese semplice, fatto quasi di un’unica strada, con negozi più che dignitosi ed in alcuni casi anche con qualche velleità internazionale. Le persone come sempre si muovevano tranquille, incuranti del caldo, sempre vestite con colori vivaci ed allegri.
Giunti in albergo uno stuolo di personale ci ha accolti tra mille sorrisi e dolci sguardi. Il posto era fantastico, proprio a ridosso e con un accesso privato alle Cascate Vittoria.
Una ragazza molto carina ci ha condotto fino alle nostre camere spiegandoci i dettagli del nostro soggiorno e dandoci tutte le coordinate necessarie per un piacevole relax.
Notando i suoi modi gentili e misurati ho iniziato a provare un certo senso d’inadeguatezza.

Comunque donne


Forse avrete già capito che oggi ho voglia di parlavi di donne, di queste donne dai tratti morbidi, quasi tondeggianti e vorrei farlo descrivendovi le sensazioni contrastanti che ho provato poi guardandomi, guardando le altre donne bianche.
Le donne che ho visto in Zambia sono in molti casi bellissime. Le giovani hanno volti dolci e succosi, con labbra naturalmente soffici e degli occhi che osservandoti comunicano una disponibilità ingenua anche se purtroppo non priva di un velo di ancestrale malinconia. Hanno corpi in molti casi snelli e slanciati e le loro forme sono estremamente femminili. È abbastanza scontato dire che negli alberghi il personale viene scelto anche in base ad una certa prestanza fisica e che fuori da questi luoghi le corporature cambiano e si diversificano specie nelle grandi città, dove modalità comportamentali ed un tipo di abbigliamento più occidentalizzato come una livella ha fatto perdere una parte della squisitezza istintuale che consacra le mandorle scure a livelli di femminilità per noi inarrivabili .
Dunque, non è la fisicità di per se ad avermi colpito, quanto quello che attraverso i lori modi riescono comunque a trasmettere.
Io le guardavo e poi mi guardavo e poi osservavo le altre donne bianche di diverse nazionalità che si muovevano intorno a me e ogni volta che riposavo i miei occhi su le donne del posto un certo senso d’inadeguatezza mi pervadeva.
Proprio non c’eravamo.
Noi donne bianche, anche se giovanissime abbiamo acquisito dei comportamenti di cui purtroppo non siamo consapevoli. La vita che conduciamo, le battaglie sociali che abbiamo giustamente condotto per arrivare alla tanta desiderata parità ci hanno inevitabilmente segnato. Nei volti, negli atteggiamenti, anche nelle tipologia di relazione che adottiamo. Le nostre figlie, in alcuni casi anche le nostre nipoti, sembrano aver assorbito, quasi per via genetica, la fatica e le ferite che portiamo dentro per questo nostro passato di conquiste, e sono dure, aggressive con una forma di seduzione fin troppo esplicita, quasi intimidatoria. Ovviamente non vorrei esagerare né generalizzare, tutto quello di cui accenno non appartiene all’intero mondo femminile della razza bianca, dico soltanto che vedendo da vicino un modo diverso di essere donna queste differenze per quanto consequenziali e quindi giustificate anche da un diverso tipo di vita e di storia, saltano agli occhi in modo eclatante.
E non che queste donne vivano od abbiano vissuto una vita più comoda della nostra, tutt’altro. La fatica e le difficoltà sono parte integrante della loro quotidiano quanto e se non più che del nostro.
In molte tribù le donne si occupano oltre che della solita famiglia, dei campi, della sopravvivenza quotidiana che non è certo facile come accade per la maggior parte di noi. Hanno una schiera di bambini a cui badare, animali che sbucano da tutte le parti e mancanza di acqua, di comodità, assai spesso di mezzi di trasporto. Camminano sotto un sole cocente portando figli sulle spalle, pesanti pacchi sulla testa per chilometri e chilometri e sono quasi sempre sole. Gli uomini sono via, nelle città in cerca di lavoro e di soldi. Eppure, nonostante tutto, nonostante le ingiustizie che hanno vissuto e che vivono e di cui noi non abbiamo la benché minima percezione la loro femminilità è tutta lì, e si manifesta continuamente, senza clamore, senza l’ostentazione di un abbigliamento necessariamente succinto, senza dosi massicce di trucco e soprattutto nella stragrande maggioranza dei casi senza alcun apporto chirurgico.
Io sono una donna bianca e non potrei non amare la genetica da cui provengo, è la mia e mi appartiene fino all’ultima cellula e sono orgogliosa di quanto, anche nel bianco della nostra pelle, la natura riesca spesso a fare in termini di bellezza e grazia ma nell’onesta di quanto ho visto devo riconoscere che purtroppo noi abbiamo perso la dote che più di ogni altra avremmo dovuto preservare, perché è quella che fa la differenza e che se ben usata non ci rende necessariamente più deboli ma soltanto speciali: la dolcezza propria della femminilità.
Sono partita dunque da questi luoghi con negli occhi l’immagine di queste mandorle scure avvolte in vesti per lo più castigate e semplici dove la sensualità si spargeva comunque ad ogni battere di ciglia e salendo sull’aereo mi sono ritrovata ad osservare noi, le donne europee che tornando a casa avevamo ripreso i nostri abiti in parte abbandonati per comodità e mi sono vista sfilare davanti femmine per lo più magrissime, dai volti tirati per non ben specifici motivi, costrette in pantaloni strizza ciccia abbinati a stivali, cinte borchiate, magliette scollate e per chi andava al freddo giubbotti di fogge varie. Mi è presa l’ansia ed un senso di disagio per quello che siamo diventate.
La naturalezza e la semplicità delle donne africane batte qualunque nostro accorgimento estetico perché è qualcosa d’istintuale che hanno dentro e che anche noi dovremmo recuperare. Basta essere donne, comportarci da donne. Quello che siamo non è perso è stato soltanto messo da qualche parte e possiamo riprenderlo se vogliamo, se capiamo quanto può essere meraviglioso trasmettere senza forzature la nostra diversità dal genere maschile, il quale a sua volta farebbe bene a riappropriarsi di un qualcosa che languisce anche’esso chissà dove. Ma questa è un’altra storia e ve la racconterò, prima o poi.

martedì 4 settembre 2007

Orizzonti africani


Eccomi qui, sono tornata dal mio viaggio in Africa.
Quando vi ho salutato circa un mese fa ero convinta che al mio ritorno l’entusiasmo per questo viaggio avrebbe prodotto una moltitudine di scritti.
Ero certa, allora, che questa avventura sarebbe stata ancora più appassionante di quanto potessi immaginare ed il mal d’Africa si sarebbe impadronito di me senza alcuna difficoltà, pronta com’ero ad ammalarmi d’amore per questo continente. Ed invece, a dieci giorni circa dal mio rientro ho ancora una certa difficoltà a scrivere di questa intensa esperienza.
Forse dovrei iniziare con il dirvi che tutto quello che ho visto e provato macinando chilometri e chilometri tra le mille sfumature di questa terra imprevedibile sta ancora decantando i suoi aromi e quindi le sensazioni ogni giorno diventano più chiare, concretizzandosi in un sentire più netto, meno nebuloso. Ma per ora vi posso parlare della mia Africa soltanto così, lasciando che anche il non definito emerga da quanto scriverò.


L’Africa che mi ha accolto è un paese intenso e difficile. E’ molto di quello che viene raccontato nei libri, nei documentari ma è anche molto altro ed è stato impegnativo per me cercare di cogliere il tanto di cui non smetteva di parlarmi.
Questa terra si è mostrata ai miei occhi senza pudore, a volte schiaffeggiandomi arrabbiata, in altre occasioni ninnandomi nella dolcezza che ti abbraccia improvvisa nell’indescrivibilità dei suoi colori, nei profumi sempre diversi dei suoi paesaggi. Quando non me l’aspettavo maternamente mi ha preso per mano e mi ha condotto lontano, negli occhi delle persone e come se non bastasse in quelli degli animali, tanti, diversi, padroni assoluti di questi spazi. Tutti gli occhi che ho incrociato sono entrati dentro la mia anima e li sono rimasti. Non voglio perderli, non posso lasciarli andare. Sono la chiave d’accesso per arrivare almeno a sfiorare l’essenza di questo paese. Attraverso la forza che sanno esercitare il mio viaggio è divenuto altro e soltanto a quel punto sono stata capace di sorvolare le distese infinite che si aprivano davanti a me.
Mio marito e mio figlio sorridono quando affermo che questo viaggio l’ho vissuto attraverso gli occhi della gente ma, per quel che sento questa è la verità.
In questa parte del mondo, in un emisfero diverso, quasi a testa in giù rispetto a tutto il resto del pianeta, dove la luna quando non è piena sembra una barchetta e le stelle ti parlano di costellazioni sconosciute, le persone ti guardano dritto negli occhi, con un’umiltà fiera, consapevoli di non dover essere loro a provare vergogna.


Ho incrociato o cercato gli sguardi di tantissime persone e loro, le persone che incontravo hanno corrisposto il dialogo muto ed intimo che cercavo.
Non me l’aspettavo. Non fa parte della nostra cultura fissare qualcuno dritto negli occhi. Qui da noi sembra quasi un’intrusione od un atto di sfida. Il nostro guardare è sempre fuggevole, superficiale in prevalenza schivo e spesso imbarazzato e questo implica una barriera emotiva tra gli individui.
Per questo usiamo tanto le comunicazioni via e-mail o sms, a volte per lo stesso motivo celiamo i nostri occhi dietro lenti scure e quando parliamo di fronte a qualcuno frequentemente facciamo vagare il nostro sguardo altrove. Ma in Africa no, nessuno sembra avere voglia di creare questo tipo di barriere.
Le mandorle scure mi hanno scrutato ed accarezzato ed io, per quanto lo volessi non ero preparata ed anche per questo sono riuscite a penetrare così a fondo dentro me.
Ci sono sguardi ed occhi che non dimenticherò mai, colti o ricevuti per un istintiva simpatia, per gratitudine, per una dolce e misuratissima voglia di seduzione. Li amo tutti quegli occhi, senza riserve e di qualcuno vi racconterò, ma non ora, più in là quando sarò pronta perché, credo che l’abbiate capito, le persone sono l’aspetto di questo paese che mi ha scombussolato ed emozionato di più.



Poi ovviamente c’è la natura.
E dalla natura mi sono sentita sovrastata.

Lo scorso anno ho viaggiato per molte miglia nella costa ovest degli Stati Uniti ed il territorio di questo continente mi ha letteralmente conquistato regalandomi delle sensazioni così forti e meravigliose che il mio povero cuore soffre ancora di una feroce nostalgia.
La natura in quella parte di mondo è bella e travolgente e da subito ho sentito esplodere dentro di me tutte l’energie dell’universo. Mi sono quindi innamorata di quei luoghi abbandonandomi senza reticenze al vertiginoso senso di libertà che mi procuravano e sono più che certa che una parte di me è rimasta laggiù, tra gli imponenti canyon, le sconfinate praterie e l’indescrivibile bellezza dell’Oceano Pacifico. Sono emozioni forti, difficili da spiegare e per molte ragioni, per tutto quello che hanno scatenato nella mia anima sarò sempre grata a questo stupendo paese. Pensavo quindi che l’Africa, nella sua parte più meridionale sarebbe stata per me un altro viaggio nella libertà, nella vastità di una natura da cui volevo farmi incantare. Ma avevo fatto i conti soltanto con gli stereotipi racconti altrui e non con la realtà che questo continente riserva ai suoi visitatori.
La natura in Africa è qualcosa d’incontenibile, arriva ovunque e non accetta limiti. Per quanto l’uomo bianco abbia cercato di addomesticarla, ridefinendola secondo i propri occidentali criteri, lei straborda ovunque e la dove non gli è permesso arrivare con la flora lei non si scoraggia ed impone la sua fauna con generosità. Gli animali infatti sono gli unici abitanti di questi spazi che sembrano muoversi tranquillamente in qualunque situazione. Quella è la loro terra ed è difficile per l’uomo vincere questa battaglia. Ce ne sono così tanti e di così diverse specie che ci si rende subito conto che non ci sarà verso, loro volendo arriveranno.
Certo ci sono zone in cui gli alberghi sono fantastici e le città principali hanno ormai assunto un aspetto familiare per noi europei e questo è il dato che inizialmente rassicura molti turisti, ma chi non si accontenta e cerca di vedere oltre questi splendidi ma fittizi giardini capisce subito che la musica è un'altra e non è certo l’uomo a decidere le note.
Nonostante le mille attenzioni una scimmia ha rubato dal mio piatto e con una velocità inimmaginabile il toast che stavo mangiando, languidamente sdraiata in piscina . In un'altra località una rana temeraria si è introdotta nella nostra camera e poi in una scarpa di mio figlio, incappando, poverina lei, in un involontario trasferimento da uno stato all’altro. E questi non sono che due piccoli esempi.
Ho visto una moltitudine di animali, di tutti i tipi, di tutte le dimensioni, loro erano perfettamente a proprio agio, io molto meno. È necessario stare attenti, non è possibile camminare con la testa tra le nuvole, si può incontrare di tutto e la cosa può divenire pericolosa. Tuttavia vederli muoversi nel loro contesto è qualcosa che riesce ad emozionare anche i cuori più aridi. La bellezza, l’energia che sprigionano, i loro sguardi curiosi od intimidatori sono un incanto a cui è impossibile sottrarsi.
Ma è un mondo a cui non sono abituata, è una dominazione che m’incute una soggezione inevitabile e questo pur ammaliandomi mi ha reso poco libera. Ho attraversato il territorio americano consapevole delle sue leggi naturali ma anche nella certezza di un contesto a me molto più vicino. L’Africa è un'altra cosa almeno ai miei occhi, ancora non è soggetta a regole e questo per una cittadina come me, ormai disabituata anche al canto del gallo è qualcosa che inquieta ed intimidisce.
Ma ovviamente non è tutto qui, vi parlerò di tante altre cose: dei suoi contrasti sociali, delle ingiustizie insopportabili che ancora resistono e non smettono di farla sanguinare. Ma poi tenterò di farvi sognare cercando di descrivervi i mille colori di cui è capace, i suoni incredibili con cui riesce a farsi ascoltare, sperando di scaldare ed illuminare l’autunno che ci aspetta con il calore della mia bellissima Africa.