Un pò di me e la mia intervista con Maurizio Costanzo e più in giù in nuovi post

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giovedì 7 ottobre 2010

L'orrore che ci cammina accanto




Questo è un mondo impazzito, anzi un’umanità impazzita, il mondo come contesto naturale non c’entra niente ed è bene sottolinearlo. Le aberrazioni a cui assistiamo sono quasi sempre opera dell’essere umano. Sempre più spesso non ho voglia di parlare, ma sono anche troppo nauseata ed arrabbiata per poter tacere.
I miei contemporanei si definisco moderni e denigrano valori e principi che i miei antenati ritenevano basilari nel rispetto dell’altro. Oggi tutto scivola via, tutto viene assorbito dalle nostre menti, dimenticato dalle nostre coscienze. Siamo diventati moderni per ritrovarci in parte di nuovo preistorici in balia d’istinti e bisogni che non sappiamo, o non vogliamo controllare. Esistono patologie psichiche sulle quali ovviamente non sono in grado di dire nulla. Di contro però, esistono comportamenti sociali condivisi ed in alcuni casi addirittura fomentati, nei confronti dei quali ognuno di noi può fermarsi e riflettere.
La violenza sulle donne non è una novità della nostra epoca, è una devianza che accompagna il cammino del genere umano. Eppure questa violenza ingiustificabile e spietata non ci fa inorridire, non abbastanza secondo me. Ma davvero essere a conoscenza di tanti abusi, di così molteplici sopraffazioni, depravazioni ci fa orrore? Oppure la nostra mente  e la nostra coscienza hanno imparato fin troppo bene a ricollocare dove ci fa comodo ciò che ci disturba?
Ci consideriamo culturalmente più preparati, civili, etici, progressisti, tecnologici, ci auto lodiamo ed in alcuni casi glorifichiamo per le conquiste sociali a cui siamo giunti eppure, paradossalmente, non smettiamo di usare una violenza odiosa, a volte subdola, sempre insopportabile nei confronti dei deboli o presunti tali. Deboli che sono resi tali dallo straripare delle violenza stessa, dalla tirannia sociale che ne approfitta, che li usa, che li nega. La violenza è violenza in qualunque forma si presenti, qualunque strumento usi, ogni qual volta prova a piegare una persona ad una volontà che non gli appartiene. Ma è una forma di violenza e di non rispetto anche il modo in cui le donne non smettono di essere rappresentate, considerate, sminuite. Il modo in cui, rendendole oggetti sessuali, si cerca di ridurle ad entità senz’anima. Ma senza anima, privi della reale capacità di provare sentimenti sono coloro che agiscono in questo modo, non chi è vittima di un sopruso.
Non riesco a considerare civile un genere, quello umano, che nel 2010 ha ancora bisogno di stilare, firmare e controfirmare diritti che non dovrebbero neanche essere fonte di discussione. Si nasce e si è persona, punto. Stessi diritti, stessi doveri. Su cosa dovremmo ancora ragionare? Sull’ovvio?
Ed invece non è così. La carta dei diritti dell’infanzia, la costante necessità di dover riaffermare i pari diritti delle donne, dei disabili, degli omosessuali, dei poveri mi confermano che l’ovvio non è stato raggiunto e la voglia di sopraffazione non ha mai abbandonato il genere umano a cui appartengo.
So che è un discorso immenso, so che per completezza si dovrebbero toccare mille aspetti, so che non tutti gli esseri umani sono uguali e che esistono donne ed uomini illuminati che con le  loro intelligenze e battaglie permetto i famosi passi avanti dell’umanità. Loro sono la parte bella che rende questo mondo meraviglioso.
Ma oggi è stata uccisa una ragazza di 15 anni colpevole solo di aver scatenato le voglie becere di un essere che non voglio nemmeno definire.
Sono una donna, sono una madre e sono una persona e non smetterò mai di gridare il mio orrore e la mia rabbia di fronte a qualunque tipo di violenza.  Io cercherò sempre di combatterla come potrò, scrivendo, parlando, prestando attenzione, educando mio figlio al rispetto dell’altro, non rimando indifferente, non dimenticando mai, neanche per un attimo, che la violenza può colpire chiunque in qualunque momento della propria vita attraverso mille forme. I mostri, come insegnano le favole che non a caso raccontiamo a nostri bambini, possono nascondersi dietro ad ogni volto, anche il più insospettabili.

 

mercoledì 22 settembre 2010

Così diverse, così uguali


Ci sono persone che danzano nella mia anima. Sono fortunata, posso usare il plurale. Ma tra queste meravigliose creature che arricchiscono la mia vita c’è una donna, una piccola donna, che da qualche anno ha un posto speciale nel mio cuore e nel mio quotidiano vivere. Ci conosciamo da molti, moltissimi anni. I nostri figli sono nati a pochi mesi di distanza e come è accaduto per noi, si sono riconosciuti in qualche punto di loro stessi e sono amici, nonostante le differenze, nonostante la lontananza, nonostante un mondo giornaliero che non condividono. Si voglio bene, molto bene, punto!
Io e Silvia siamo state amiche più o meno nello stesso modo fino a qualche tempo fa. Poi, quel semplice affetto è divenuto “L’Amicizia”. Quel sentimento indescrivibile che rende un rapporto tra due persone qualcosa di più, qualcosa di speciale.
Credo che lungo l’esistenza di ognuno di noi, si susseguano degli appuntamenti particolari, quelli che mutano il corso degli eventi. Beh, se dovessi indicare il nostro non mi riferirei unicamente a quello che ci ha fatto incontrare.
Quell’incontro lo definirei l’imput che il destino ci offrì allora, quando ragazzine ci ritrovavamo come ogni estate sulla stessa spiaggia, pronte a far baldoria. L’altro, quello che ha colorato di meravigliose sfumature il nostro volerci bene, è stato il momento in cui ci siamo ritrovate molto più adulte, molto meno spensierate. Quel preciso punto è stato il momento esatto in cui io e lei, dopo essere state due crisalidi laboriose, ci stavamo trasformando in farfalle. Non mi riferisco al nostro aspetto estetico, mi riferisco più precisamente a quel istante magico in cui le donne scoprono di essere donne. E’ un momento unico ed emozionante che racchiude nella sua scoperta uno stupore ed una gioia difficilmente esprimibile.
E’ la conquista vera e profonda di una consapevolezza che è frutto di un lungo cammino, di molta fatica e di un’inevitabile esplosione di felicità quando finalmente senti di averla raggiunta.
Credo che Silvia ed io ci siamo veramente incontrate, guardate e dolcemente sostenute in quel preciso periodo della nostra esistenza. E da quel momento l’essere “Amiche” ha acquisito un sapore diverso, molto intenso, a volte struggente per la delicatezza con cui riusciamo ad esprimerlo.
Quando mi fermo a rifletterci su, io continuo a sorprendermi. Siamo talmente diverse e talmente uguali che proprio non so come tutto questo sia potuto accadere, o come non sia potuto accadere prima. Il che non è un paradosso. Picasso sosteneva che “Ci vuole molto tempo per diventare giovani” e forse io e lei abbiamo avuto la fortuna di trovarci vicine nel momento in cui questa magia si stava verificando. Siamo divenute “giovani” insieme. Abbiamo avuto la fortuna di condividere questo incredibile passaggio, potando l’inutile, fertilizzando l’indispensabile, ricolorando quello che ci appariva sbiadito e scialbo e così, senza quasi accorgercene, siamo rinate in un mondo da noi percepito completamente nuovo. Un mondo solo apparentemente fantasioso ed astratto, in realtà molto aderente ai nostri giorni non sempre facili, a volte duri.
Nella nostra vita ci sono altri affetti, imprescindibili legami, ma la nostra “ Amicizia” è il diario emotivamente parlato che accompagna ogni nascita del sole.
Non ci sono segreti, non esistono pudori, non ci sono zone in cui non lasciamo la porta aperta all’altra. Eppure, tutto ciò avviene senza forzature, nell’assoluta coscienza che stiamo varcando la soglia di un’anima che non è la nostra.
Nell’amicizia così come nell’amore è questione di alchimia, ma come sosteneva la volpe nel bellissimo racconto del Piccolo Principe “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici.”
Ecco, forse io e lei in quel nostro rinascere comprendemmo che la vita non può essere tale senza credere in qualcosa di fatato, senza dedicarsi del tempo, rischiando di donarsi, permettendo all’altro di arrivarci al centro del cuore.
Tutto il resto è solo conoscenza, io e Silvia abbiamo scelto di essere Amiche. La differenza, forse, è tutta qui.

giovedì 16 settembre 2010

Collezione autunno/inverno




Ed eccomi qui, pronta per un nuovo anno! Il mio calendario, come per gli studenti, inizia a settembre ed allora prima che il portone si apra su un periodo tutto da vivere, dedico un pensiero a ciò che si è appena concluso.
L’anno da poco trascorso, me lo sentivo, è stato impegnativo, faticoso e per certi versi fastidiosetto.
Ma sono obiettiva e ritengo giusto riconoscergli anche dei meriti: ho imparato molto ed un paio di accadimenti sono stati una vera manna.
Detto ciò saluto e ringrazio i passati dodici mesi e volo in quelli che saranno.
Ma come saranno? La vocina che guida le mie sensazioni future pronuncia sostantivi ed aggettivi che speravo di ascoltare da tempo e questo, capirete, mi rallegra. Di lei mi fido, in genere non sbaglia un colpo. Tuttavia sono legata al segreto delle sue intime confidenze e dunque mi dispiace, ma non posso dirvi di più.
Qualcosa però, è ormai tradizione, mi diverte condividerla con voi ed allora eccomi qui, queste sono le indicazioni di massima.
Il “leitmotiv” di questo nuovo anno sarà: “L’isola che c’è!” E sì perché mica è vero che l’impossibile non sia possibile e come diceva Peter Pan “ Solo chi sogna può volare”. Ed io sogno, oh se sogno….!!!!
Inoltre credo nella teoria della circolarità. La vita, a volte, ci offre l’opportunità di ritornare al punto di partenza, o di ritrovarci davanti a quegli orizzonti che in tempi pregressi non potemmo o sapemmo sorvolare.
Io, ahimè, molto tempo fa di queste occasioni ne mancai un paio, ma per gli imponderabili giochi del destino, ora mi ritrovo di nuovo alla fine di quella strada, davanti a quel mai dimenticato orizzonte ed ho tutta l’intenzione di approfittarne.
Insomma ci sono e quel famoso volare verso “ l’isola” tanto sognata è iniziato.
Questo nella sostanza, ma andando sul leggero direi che vista la grande occasione tutto deve essere adeguato: cuore, mente e guardaroba.
Dunque bando alle ciance, vi dico cosa ho messo in valigia. Con un certo ordine, il che non è stato semplice, ho messo il mio entusiasmo, la fantasia, l’indomabile follia che non voleva convincersi a lascir spazio anche all'accorta saggezza. Poi ho riposto un bel pò d'allegria che, almeno per me, fa sempre coppia con l’indispensabile ironia. E poi vediamo…beh ovvio l’Amore, gli Amici di sempre e quelli che incontrerò. I fedeli libri e la magica musica. Ed infine un discreto spazio per gli abiti che creeranno il look dell’anno. E come sarà questo look? Sarà intonato all’atmosfere dei luoghi e dell’anima. Molto “nebbia di Londra”, molto stile “Nouvelle Vague” per intenderci. Molto (incredibile per me) grigio, nero e bianco. E poi poi…ma guarda un po’ che strano, proprio ora, mentre sto scrivendo, altri significati salgono alla mente, curiose simmetrie che riguardano “ L’isola che c’è”.
Ragazzi la sapete una cosa? Mi sa che ci siamo davvero, ci sono voluti tanti anni ma ora, beh ora quel famoso viaggio, è veramente iniziato.
Buon anno a tutti.

lunedì 12 aprile 2010

Mai parlare nel vento della spiaggia

La sabbia era calda ed il sole avvolgeva la mia pelle come un leggero golf.
Distesi il mio asciugamano in una piccola rientranza della spiaggia e mi distesi lasciando che solo l’udito rimanesse contatto con il mondo. Un uomo parlava al telefono a pochi passi dal mio asciugamano ed alcune donne conversavano allegramente, noncuranti che il vento portasse fino a me le loro confidenze. Il tepore ed il vociare conducevano la mia mente in quel luogo che anticipa in strane immagini il sonno. Abbandonata mi allontanavo da tutto, ancora solo labili e piccoli frammenti di realtà.Come quel nome pronunciato da una delle voci femminili che intrufolò, nei miei quasi sogni, un volto. Una storia stava prendendo vita tra la mia mente ed un discorso che non mi riguardava. Aveva un qualcosa di familiare, è vero, ma forse il torpore la stava solo sovrapponendo ai miei pensieri. Poi la voce narrante disse una frase, un rimando preciso ad un episodio che conoscevo perfettamente. Fu come un secchiata d’acqua rovesciato sul mio copro caldo. Mi sveglia di colpo.
L’uomo continuava a parlottare nel suo cellulare e fui tenta di zittirlo. Pensai di voltarmi per poter ascoltare meglio, ma la paura di rendere evidente il mio interesse m’immobilizzò in un’attenzione tesa che percorreva ogni mio muscolo. Apparentemente inerte dovevo sembrare sprofondata in un sonno placido e questo favorì, probabilmente, il dispiegarsi libero delle loro parole. Tra quel crocchio di amiche le domande iniziarono quindi a sovrapporsi ed i dettagli si rincorsero via via più precisi.
Il sole era ormai una luce accecante oltre le mie palpebre chiuse ed un brivido mi scivolò improvviso sulla pelle per trasformarsi, un istante dopo, in un calore ingiustificato. Senza averne la benché minima idea, quelle donne stavano parlando di una storia che mi apparteneva. Non del tutto a dire il vero, quello che una di loro stava raccontando senza alcun riguardo per le confidenze ricevute era la parte della storia che non conoscevo, i pensieri più intimi della persona a cui, pochi minuti primi nel mio quasi sonno, stavo rivolgendo i miei pensieri senza risposta. L’entusiasmo crescente delle amiche mi dava l’esatta percezione di quanto tutta la storia, la “nostra” storia, avesse infiammato per mesi il loro interesse. Chissà da quanto tempo quelle domande si erano rincorse tra i loro pettegolezzi. Quel che era certo è che ma mai, veramente mai, avrebbero potuto immaginare quanto, quelle stesse domande, si erano dannate nei miei infiniti perché.
Ondivaga, ero pietrificata dallo stupore e, nello stesso tempo, da un desiderio imperante di balzar su e in un grido chiedere a quella sconosciuta: Ma è questa la verità? Ne sei sicura? Ed invece rimasi lì, sdraiata sulla sabbia calda, attenta a cogliere ogni ulteriore vocabolo, mentre il cuore si era trasformato in una torcia ed i muscoli, stremati dalla tensione di un tempo che solo allora mi apparve davvero infinito, si andavano chissà come rilassando.
Appresi così, per pura casualità, ciò che avevo sperato in una litania di giorni interminabili.
La loro sorpresa a quella verità era forse pari alla mia. Nessuna la credeva possibile, figurarsi io. Eppure, stando alle loro parole, era esattamente ciò che era accaduto. Non riuscivano a capacitarsi ed io ero improvvisamente, quanto inconsapevolmente, la donna che aveva generato quell’invidiabile miracolo. Sentivo che uno scoppio di riso isterico era pronto ad esplodere davanti all’intera spiaggia ed allora mi alzai, raccolsi le mie cose, sciolsi i capelli e solo allora, alzando lo sguardo, incrocia gli occhi di una di loro. Lei mi squadrò distratta ma poi, in una frazione di secondo, il suo sguardo si fece più attento ed un’espressione incredula le si dipinse sul volto. Non so come né perché ma quel qualcuno, oltre alle proprie confidenze, doveva averle mostrato una mia foto. Gli sorrisi grata e me ne andai.

P.S. Mai parlare nel vento di una spiaggia, non si può mai sapere a chi arriveranno i tuoi segreti.

lunedì 28 settembre 2009

Gli uomini e la strana patologia di Ulisse



Mio figlio ha 15 anni è un adolescente divertente, dolce e sveglio. Ha molte buone qualità insomma ed io sono orgogliosa di lui. Tuttavia l’essere madre di un uomo in formazione, mi permette di osservare da vicino come si compongono alchenicamente i comportamenti maschili. Cioè, quella strana mistura di genere testosteronica che si forma al di là della mia volontà. Mi spiego meglio. Mio figlio, come qualunque adolescente, protegge il suo mondo dall’invasione adulta ed in questo, come è giusto che sia, è molto fermo ed intransigente. Quando è con gli amici, o sta vedendo, leggendo, ascoltando, disegnando, parlando al cell, in poche parole quando ha da fare le sue cose lui è off -limits. Tutti fuori, lontano e per favore non scocciate.

E fin qui…

Ma il bello arriva però quando la sottoscritta, cioè sua madre, sta vedendo, leggendo, ascoltando, scrivendo o solo pensando, e lui ha un’improvvisa ed irrinunciabile voglia di parlare, di giocare o di essere coccolato. Bene sapete che succede? Che lui non chiede le mia attenzione, la pretende. E se io non sono pronta e disponibile a distogliere la mia attenzione da qualunque cosa stia facendo per dedicarmi a lui, nell’ordine fa quanto segue: si dispiace, si offende e borbottando se ne va rimproverandomi. Ora, è vero che la nostra società ha distorto il ruolo della donna-madre innalzandolo ad un immane e perenne sacrificio, convincendoci, per di più, che la nostra non è una vita ma bensì missione a favore dell’altro. Ma io mi sento responsabile, non solo di mio figlio, ma anche di tutte le donne con cui lui si relazionerà in futuro. E non posso permettere ad un altro uomo, da me educato, di crescere con la inspiegabile convinzione che se lui ha voglia di farsi gli affari suoi la donna del momento ( per ora la madre e poi si vedrà), comprenda e pazientemente e con dolcezza si faccia da parte. Per poi, quando lui ne avrà voglia o bisogno, essere certo che la ritroverà lì diponibile e pronta ad accoglierlo con benevola indulgenza. Quindi mi rifiuto e mi ribello e poi gli spiego che così non va, non funziona e non è giusto. Ma osservare tutto ciò in un adolescente, mi ha svelato il perché esisono uomini adulti, indiscutibilmente adulti, che vivono della stessa presuntuosa convinzione: SONO GENETICAMENTE MODIFICATI! In altre parole nascono così e così continuano a vivere, certi che questa loro piccola, insignificante aspettativa sia ovvia e consequenziale. In parte sarà colpa delle educazione materna, sociale e culturale che li abitua ad una così stramba convinzione. In parte però deve esserci qualcosa di atavico che li riporta a ritenere valide dinamiche che appartengono al tempo che fu. Quando la donna, tra un sospiro ed un punto a crocere, aspettava paziente il ritorno del guerriero.

Degli Ulisse insomma, e noi le loro Penolope…

sabato 12 settembre 2009

I desideri



" Poi non è che la vita vada come tu l'immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così...Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo... salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovore, l'onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. Sono l'unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l'ho capito. E le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti male. E' lì che salta tutto, non c'è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non te lo puoinnemmeno immaginare."


Tratto da " Oceano Mare" di Alessandro Barrico

giovedì 3 settembre 2009

Quello che un uomo vuole


" Allora lui disse una cosa che mi commosse. Incominciava così: " Quello che un uomo vuole ( quello che un uomo vuole!) è credere che una donna possa amarlo tanto, che nessun altro uomo la possa interessare. So che è impossibile. So che ogni gioia si porta appresso la propria tragedia.
" Senti" dissi impacciata, " Quello che un uomo vuole è esattamente quello che ti ho dato finora, in un modo così assoluto che non sei neppure in grado d'immaginare".
Tratto da Henry & June di Anais Nin

martedì 25 agosto 2009

Quando marito e figlio sono in vacanza

Quando il marito ed il figlio sono in vacanza, una giovane quarantenne si ritrova a vivere dimensioni inusuali. Se poi, a questa inconsueta condizione si somma il deserto cittadino di una torrida settimana di metà agosto, il quadro si completa di ulteriori sfumature.
La città è vuota, l’ufficio è vuoto, la casa è vuota. Ed è, improvvisa magia.
La casa diviene in un attimo il mio personale ed inviolabile territorio. Posso usarlo, stremarlo, invaderlo, marcarlo con i miei oggetti, lasciarmi andare a quelle piccole sbadataggini normalmente trattenute che, finalmente, posso concedermi tranquilla di un’unica solida certezza: non inciamperò in esigenze altrui. E questa sicurezza, questa indescrivibile sensazione di libertà mi accompagna in un lampo in uno stato di esaltante euforia.
L’ufficio vuoto è già una condizione di enorme privilegio. I telefoni che tacciono ed il silenzio dovuto alla mancata presenza umana regalano brividi d’intenso piacere, che assaporo mordicchiandomi le labbra. Otto ore di perfetta pace ed un pc; a volte mi ritrovo a ringraziare l’improbabile.
Fuori la temperatura è da girone dell’inferno, ma sono una donna coraggiosa e dopo piccoli e studiati accorgimenti tattici sono in grado di uscire dall’ufficio, pronta ad un lungo giro tra i miei negozi preferiti. Non rinuncio a nulla, indugio senza ritegno tra stand e scaffali, o libri e caffè. Ingorda assaporo ogni attimo con deliberata lentezza. Nessuna fretta, nessun appuntamento, credo di sfiorare il nirvana ma insaziabile so che non è finita qui. In macchina traccheggio scivolando tra le strade di una Roma che mozza il fiato. Anche lei respira libera dal caos. Senza rendermene conto le strizzo l’occhio, in fondo in questo momento è mia complice.
La casa mi accoglie in una quiete ombrosa: è un’osai che da refrigerio ad una tuareg e si apre un altro mondo.
Non ci sono timer pronti a scattare con il loro tic tac, la serata è un lungo hammam che si offre ai miei desideri. Faccio partire la musica, accendo le candele e mi concedo tutte le coccole del mondo. Dopo, con tutta calma bisboccerò con una cenetta improvvisata, consumata ad un orario illogico, mentre fuori il cielo avrà già acceso le sue stelle. In questa idilliaca atmosfera mi lascerò illanguidire da un film esageratamente romantico e da un turbinio di chiacchere e risa con la mia amica di sempre.
Poi, quando il sonno sopraggiunge capriccioso, mi abbandono tra fresche lenzuola, pensando che domani il nastro ripartirà e ci sarà un nuovo giorno da vivere nella stessa idilliaca dimensione. Ed allora, giusto un attimo prima che Morfeo mi scompigli le percezioni, il pensiero vola alle spiagge affollate, ai ristoranti colmi di un vociare assordante ed io mi chiedo se la mia condizione di lavoratrice estiva non sia in realtà un enorme, impareggiabile, assoluto privilegio.

venerdì 7 agosto 2009

India

Volevo condividere questa splendida e per me attenta descrizione dell’India e del suo popolo.

Trattato da “ Alchimia di un desiderio” di Tarun J Tejpal

"John aveva compiuto quarant’anni e ne aveva trascorsi ventiquattro a girare il mondo. Era un americano atipico - aveva voltato le spalle ai più prudenti avventurieri del continente, per andare per mare. Navigò fino in Giappone, Giava e Sumatra, poi toccò l’Egitto, il Tanganica e Zanzibar. Ma la sua destinazione preferita era l’Asia del sud, il subcontinente indiano, infestato da tigri e altre belve feroci, abitato da un’antica e sapiente civiltà, governato da pochi uomini bianchi ma invaso da un milione di oscure divinità. Aveva attraccato nei porti di Calcutta, Bombay e Madras, e attraversato il paese fino a Cawpore, Agra, Dheli, Lahore e al confine, a dorso di cavallo, cammello elefante, e a volte a bordo di sobbalzanti portantine; aveva superato deserti, foreste, piogge, tempeste, malattie e pestilenze, meravigliandosi dei grandi monumenti mogol, degli antichi templi indù, dei monasteri buddisti e dell’imponente Himalaya.
In seguito quando il matrimonio gli impedì di continuare a viaggiare era solito dire.
“ Quel posto è l’esperimento più assurdo che abbia fatto nostro Signore. Non c’è paese più strano e meraviglioso di quello. Ci ha buttato dentro un’accozzaglia di cose: gli uomini, le bestie, il clima, la geografia, la storia, la malattia, il benessere, la saggezza…e vuole vedere che cosa ne viene fuori”.
E quando l’ascoltatore gli chiedeva: “Allora che cosa ne è venuto fuori?” John si faceva pensieroso e diceva: “A essere sinceri, è impossibile dirlo. Forse la consapevolezza che puoi essere allo stesso tempo ricco e povero, coraggioso e pauroso, saggio e pazzo, grandioso e patetico”. Ed esortato a continuare, spiegava:“Il nativo è un paradosso. Suscita una profonda ammirazione ed un disprezzo ancora più profondo. Vive del suo corpo ma anche dell’occulto. Erige monumenti straordinari ma abita in baracche di fango. E’ privo di ogni dignità, ma allo stesso tempo ne è pieno. Non ha niente da dare, ma è intrinsecamente generoso. E’ vessato dall’uomo bianco, ma non è domato. Va al di là di ogni comprensione.”

sabato 11 luglio 2009

La noce

Nella caotica notte madrilena ho incontrato uno strano tipo senza eta, aveva capelli lunghi e bianchi ed una folta barba. Per parlare scriveva delle piccole frasi sui bordi di un giornale. Abbiamo comunicato così per un pò: io parlavo e lui scriveva. Poi ha tirato fuori una noce è mi ha chiesto di mangiarla insieme. Non l'ho fatto, un pregiudizio igienico me l'ha impedito. Lui mi ha fissato a lungo, deluso e senza più guardarmi negli occhi mi ha scritto un biglietto, questa volta usando un pezzetto di carta pulita prerso da un tacquino. Una metafora nel gesto stesso. Non ho ancora compreso completamente il significato un pò contorto del suo messaggio nel quale mi parla di saper condividere, ma la sensazione è esattammente corrispondente a quella parola: condivisione. Non sono stata capace di condividere, non totalmente ed ho la netta convinzione di aver perso un'occasione, pur avendo appreso una lezione. " Scusami" gli ho ripetuto più volte, ma la noce continuavo a non mangiarla. Scusami ripeto ora, saprò riuscirci se mai ti rincontrerò...

domenica 19 aprile 2009

L'educazione al silenzio

"L'educazione al silenzio, al tacere, iniziava molto presto.
Insegnavamo ai nostri bambini a sedere in silenzio e a gioirne.
Noi insegnavamo loro a utilizzare i sensi, a percepire i diversi odori, a guardare quando all'apparenza non c'era nulla da vedere, ed a ascoltarla con attenzione, quando tutto appariva totalmente tranquillo.
Un bambino che non sa sedere in silenzio, è rimasto indietro nel suo sviluppo.
Un comportamento esagerato, appariscente, noi lo respingevamo come falso e un uomo che parlava senza pause, era considerato maleducato e distratto.
Un discorso non veniva mai iniziato precipitosamente nè condotto frettolosamente. Nessuno poneva affrettatamente una domanda, fosse stata anche molto importante, e nessuno era costretto ad una risposta.
Il vero modo cortese d'iniziare, era un momento di silenziosa riflessione insieme; ed anche durante i discorsi, facevamo attenzione ad ogni pausa, nella quale l'interlocutore rifletteva e pensava.
Per i Dakota il silenzio era eloquente. Nella disgrazia e nel dolore, quando la malattia e la morte, offuscavano la nostra vita, il silenzio era un segno di stima e di rispetto; altrettanto quando ci colpiva l'incantesimo di qualcosa di grande e degno di ammirazione.
Per i Dakota il silenzio aveva una forza ben più grande della parola."

Orso In Piedi
Tratto da "Sai che gli alberi parlano"

giovedì 26 marzo 2009

La magia delle parole e Oscar Wilde

" Solo la musica l'aveva eccitato così, turbandolo più di una volta. Ma la musica non era articolata: non era un nuovo mondo, ma piuttosto un altro caos che si generava dentro di noi.
Parole, semplici parole!
Come eranano terribili! Chiare , vivide, crudeli!
Impossibile sfuggire. Eppure, che sottile magia racchiudevano! Quasi che riuscissero a dare forma plastica a cose informi, e che avessero una musica propria, dolce come la viola o il flauto.
Semplici parole! C'era niente di più reale delle parole?"

Tratto da " Il ritratto di Dorian Gray" di Oscar Wilde


A tutti i parolai, ai giocolieri, a chi le usa con parsimonia, a chi non sa trattenerle, a chi le pensa e non riesce a pronunciarle, a chi le teme, a chi le incita, a chi vorrebbe dimenticarle, a chi le sogna.
Nella convinzione che la potente magia delle parole va usata con buon senso e poca superficialità, quasi fosse una pozione di cui è necessario conoscere ingredienti e dosi.

domenica 8 marzo 2009

Anais Nin, il tempo e gli altri

“ E tu…be’, hai un modo così chiaro e bello di presentare le cose, così cristallino che sembra tutto semplice e vero. Sei così pronta, così intelligente. Ma non mi fido della tua intelligenza. Tu crei uno schema meraviglioso, tutto è al suo posto, e sembra chiaro in un modo assolutamente convincente, troppo chiaro. E intanto, dove sei tu? Non sulla chiara superficie delle tue idee, no, tu ti sei già tuffata più a fondo, in regioni più oscure, così uno pensa che tu gli abbia dato tutti i tuoi pensieri, ma lo immagina soltanto che tu ti sia svuotata in quella chiarezza. Invece ci sono strati e strati – sei senza fondo, insondabile. La tua chiarezza è ingannevole. Sei la pesatrice che suscita in me più dubbi, più confusione, più turbamento.”
Queste le parole che Herry Miller rivolgeva in uno scritto ad Anais Nin, sua mante dell’epoca.
Parole che mi hanno condotto, non so perché verso una associazione ben precisa.
Come si può scendere a conoscere gli strati e strati di una persona?
Ho un’unica risposta: dandogli e dandosi tempo.
Il tempo che è divenuto il vero lusso della nostra moderna società, il tempo che corre, in fretta, troppo in fretta, e ci impedisce di fermarci a guardare, a capire, ad esplorare.
Crediamo di vivere pienamente anche se in realtà sorvoliamo il mare sfiorando solo le increspature.
La vita, quella vera, si muove al disotto di esse e noi la guardiamo appena, affondando solo di tanto in tanto la nostra testa, curiosi forse, ma poi non così coraggiosi per decidere di inabissarci nelle profondità, anche oscure e paurose dell’esistenza. Allora torniamo in superficie e riprendiamo la via.
Il mare in questo caso è come metafora dell’altro, delle persone che ci circondano o che ci capita d’incontrare ma alle quali spesso concediamo assai poco. Poco tempo, poca attenzione, poca disponibilità empatica, poco insomma, per poi lamentarci che gli altri non sono quello che noi vorremmo, meriteremmo, spereremmo. Ma noi, in fondo, cosa abbiamo concesso veramente di noi stessi, quanto siamo stati pronti a metterci in gioco, a mostrarci, a voler capire, vedere, quanto siamo stati disposti in realtà a rischiare. Rischiare il nostro tempo, i nostri sentimenti, una possibile delusione, un possibile sentimento, vero, autentico, coinvolgente che potrebbe farci perdere la bussola del nostro amorfo andare.

Ho conosciuto Polle e Paolo in un mio precedente incarico lavorativo. Una sede spersa nel nulla, un’infinità di ore da trascorre insieme, obbligati ad una convivenza spesso forzata, non sempre piacevole. Il giorno passava davanti ai nostri occhi, oltre i vetri delle finestre, mentre noi eravamo costretti a vederlo scivolar via senza averlo veramente vissuto, non come avremmo voluto almeno. Mattine, pranzi, pomeriggi, a volte addirittura sere e nottate insieme, senza avere un lavoro così pressante o coinvolgente da svolgere, e noi che lentamente ci avvicinavamo all’altro, più per ammazzarlo quel tempo che per viverlo. Con Polle abbiamo iniziato a parlarci sporadicamente, lui veniva nella mia stanza e chiacchieravamo di tutto un po’, e poi lentamente sempre più di noi, dei nostri pensieri. Paolo era, all’epoca, ancora un collega che volava sulla facile battuta, se una provocazione gettata e subito ritratta. Tuttavia sentivo che era molto più di quel che mostrava ed inizia a dirglielo.
Poi, improvviso il trasferimento ad un nuovo incarico, dovevo spostarmi dall’altra parte del corridoio e c’era una scrivania vuota nella stanza di Polle. Andai lì, un po’ timorosa di quello che sarebbe stata la convivenza con quel trentenne gentile e ribelle. La sintonia fu, invece, quasi immediata e noi ci accomodammo in una piacevole e stimolante convivenza. I nostri dialoghi si fecero frequenti, profondi fino a divenir intimi, schietti, fino a farci a volte male. Paolo nella stanza accanto si affacciava, buttava lì frasi e poi tornava a sedersi. Le sue visite divennero sempre più frequenti e nel mare di ore che si apriva ogni giorno davanti a noi, sempre più lunghe. I discorsi volano, s’inerpicavano, scendevano in rapide picchiate che ci lasciavano con il cuore che batteva, ma esploravano. Noi ci stavamo concedendo del tempo scambiandoci attenzione, ascolto, provando a comprendere l’altro, accettandolo. Trenta anni Polle, quaranta io, cinquanta Paolo. Tre generazioni, due uomini ed io che avrei potuto essere schiacciata dalla forza a volte brusca dei loro modi, dalle parole senza filtri che ormai non smettevano di usare. Eppure non è accaduto. Io ho evitato di soffermarmi sui fronzoli e loro hanno addolcito i toni. È stato magico. La nostra amicizia cresceva, si espandeva, si approfondiva.
Loro mi portavano ad esplorare l’orizzonte ed io li conducevo verso le profondità del io nel rispetto della propria individualità. Ognuno portava se stesso: la propria età, il proprio carattere, le proprie modalità di pensiero, il proprio essere maschi oppure femmina, nella completa rilassatezza di potersi mostrare. Abbiamo discusso, litigato furiosamente, abbiamo riso come pazzi, ci siamo sostenuti e consolati.
Il nostro trio è stato quello che ci ha permesso di resistere ad una dimensione lavorativa assurda. E’ stato come se quell’essere costretti a stare dentro un ufficio ci avesse spinto ad andare oltre, a stare dentro di noi, dentro l’altro. A ben pensarci, d’altronde, era l’unico viaggio che ci era permesso di compiere rimanendo fermi.
Non potete immaginare quante volte mi sono ritrovata a ringraziare quel tempo che avevo pensato perso.

lunedì 16 febbraio 2009

L'amore nelle memorie di Adriano

" Confesso che la ragione si smarrisce di fronte al prodigio dell'amore, strana ossessione che fa sì che questa stessa carne, della quale ci curiamo tanto poco quando costituisce il nostro corpo, preoccupandoci unicamente di lavarla, di nutrirla, e - fin dov'è possibile - d'impedirle che soffra, possa ispiraci una così travolgente sete di carezze sol perchè è animata da una individualità diversa dalla nostra, e perchè è dotata più o meno di certi attributi di bellezza su i quali, del resto, anche i giudici migliori son discordi.
Di fronte all'amore, la logica umana è impotente, come in presenza delle rivelazioni dei Misteri: non s'è ingannata la tradizione popolare, che ha semprre ravvisato nell'amore una forma d'iniziazione, uno dei punti ove il segreto ed il sacro s'incontrano. E per un altro aspetto ancora, l'espressione sensuale si può paragonare ai Misteri, in quanto il primo contatto appare al non iniziato un rito più o meno pauroso, violentemente diverso dalle funzioni consuete del sonno, del bere e del mangiare, oggetto di scherno, di vergogna o di terrore. L'amore, non altrimenti della danza delle Menedi e del delirante furore dei Coribanti, ci trascina in un universo insolito, ove in altri momenti è vietato avventurarci, e dove cessiamo di orientarci non appena l'ardore si spegne e il piacere si placa."

Tratto da " Memorie di Adriano" di Marguerite Yourcenar

sabato 6 dicembre 2008

I perchè dell'amore

" Non cercare i perché - in amore non ci sono perché, non ci sono ragioni, nè spiegazioni, nè soluzioni."

Tratto da Henry & June di Anais Nin

mercoledì 26 novembre 2008

Ieri la mia intervista con Maurizio Costanzo ed oggi le riflessione su questo incredibile momento. Riflessioni che vanno oltre la gioia di essere stata intervista, per il mio libro, da questo notissimo personaggio.
“Volevo condividere la mia gioia con te. Grazie, grazie di cuore.”
“…perdona la lunghissima attesa.”
Questi i frammenti di una conversazione intercorsa tra me ed una persona della segreteria di redazione con la quale, nel corso di un periodo discretamente lungo, si è instaurata una certa simpatia. L’intervista era in programma da diversi mesi, ma per mille motivi veniva di volta in volta spostata ad un’altra data e, soltanto ieri, tutti i pianeti si sono allineati e questo appuntamento tra me ed il re della televisione si è felicemente concluso.
“Ogni cosa ha un suo tempo per realizzarsi ed io ho imparato ad aspettare.” E’stata la mia risposta a delle scuse che non ritenevo necessarie. Io, esordiente pubblicata da un piccolo editore, mi sento già sufficientemente miracolata per essere arrivata a tanto, figuriamoci se posso lamentarmi per qualche mese d’attesa. Ma quella frase l’ho scritta di getto e soltanto in un secondo momento ho ripensato alle mie parole.
Io ed il tempo, io e le attese, io e l’ineluttabilità degli eventi, io e gli strani giochi del destino.
Eppure è proprio vero e non me n’ero resa conto: ho imparato ad aspettare, di meglio, ho imparato ad indugiare piacevolmente nelle attese.
Io, che ero l’impazienza fatta persona, da un po’ mi accomodo tranquillamente nell’attese e lascio la mente libera di sorvolare qualunque sogno. E già, perché senza rendermene conto è questa la dimensione a cui sono giunta: nelle attese, nell’indefinito io mi crogiolo. Tutto può accadere e la mia immaginazione è sconfinata . Ma non è tutto qui, ho scoperto anche l’ineluttabilità a doppio senso di marcia.
Per anni mi sono affannata nel voler imprimere i miei tempi frettolosi alle conclusioni che auspicavo. Oggi mi dico che nella maggior parte dei casi è un’inutile spreco di energie: le cose accadono quando e come debbono accadere. Puoi dargli una spintarella, un colpo di voce, ma poi devi aspettare che il loro corso si evolva. Così come è completamente inutile macchinare contro qualche cosa che il destino ha deciso.
Per il lavoro che svolgo, per le mille conoscenze che ho, avrei potuto essere molto aiutata nella mia scalata editoriale. Alcune persone avrebbero potuto favorirmi in nome di un’amicizia che sbandieravano di qua e di là ed invece non l’hanno fatto, volutamente. Ed io, credetemi, ne ho sorriso. Non perché sono buona, né perché sono saggia, né tanto meno perché credo che comunque ce la farò comunque. Ne ho riso semplicemente perché, come dicevo prima, la vita mi ha insegnato che le cose accadono se devono accadere e non c’è nulla che possa impedirlo. Gli umani possono ostacolare, rallentare, rendere il percorso ostico, ma se quella determinata situazione è destinata a verificarsi così sarà.
Quest’ultima considerazione ha rafforzato quindi la serenità della mia attesa. La vita è fatta d’incontri e dall’incrociarsi di combinazioni. Prima stavo in finestra ed aspettavo, ora sono scesa al portone e cerco di essere pronta a saltar su se passa il mio treno. E come mi disse un giorno un mio amico: “ I treni passano continuamente, bisogna soltanto saperli riconoscere ed essere agili nello scatto.” Lui, il mio amico, è, tra l’altro, la persona che con estrema naturalezza ha porto una mano verso di me in quest’ultima occasione, oltre che in molte altre.
E questo è l’altro aspetto di cui vorrei parlare: aiutare il prossimo.
Per tutti i motivi di cui sopra, ogni qual volta mi viene chiesta una cortesia io mi dico: “ Cosa mi costa?” e se posso aiuto e questo mi fa sentire bene, in pace con me stessa, oltre a ritrovarmi con il cuore colmo della gioia che, minimamente, ho favorito nell’altro. Non capisco, al contrario, chi gioisce nel creare impedimenti, schiavo di un’invidia che ferisce più chi la prova che chi ne è vittima. La felicità è oro che si espande ed avvolge chi ne è partecipe, da protagonista o da spettatore non c'è differenza. Per questo motivo coinvolgo nella mia gioia tutti coloro che mi circondano. Ho memoria dei gesti buoni, di quella mano porta senza tante storie e tante suppliche.
Ed anche questo è un comportamento che ho verificato vincente.
Quando mio padre stava male ed io andavo a trovarlo in ospedale c’erano malati abbandonati a loro stessi, infermi con mille difficoltà che non avevano il coraggio di chiedere aiuto per un tenero pudore. Assisterli senza che mi fosse richiesto mi regalava il loro sorriso e la bellezza di uno sguardo indescrivibile per avere compreso e dato con semplicità. ero io ad aver ricevuto motlo più di quanto non avessi dato.
E poi che dire dell'amore? I suoi mille giochi, le attese, i giri infiniti, le parole non dette, i baci non dati, gli ostacoli, le lontananze. La letteratura racconta, il cinema mostra e tutti noi potremmo narrare almeno una storia che ci ha visto attori principali di un amore che sembrava impossibile. Ma l’amore, forse più di ogni altro sentimento, da forza e coraggio e prima o poi fa diventare impavidi anche i più timidi ed allora, se si sa aspettare, l’alchimia si compie e ti ritrovi a volare fin dove non credevi possibile. Basta saper aspettare ed il momento arriverà e sarà comunque magia. Avete presente " L'amore al tempo del colera" di Gabriel Garcìa Màrquez.

Se la vostra risposta è sì, sapete di che cosa sto parlando. Se invece è no, consiglio a tutti i romantici di correre in libreria.
" Alla fine ho capito che non è la morte ad essere infinita, ma la vita." Parola di Florentino Areza, protagonista del romanzo. Ed io sottoscrivo.

mercoledì 19 novembre 2008

Le ombre e le false immagini.

Durante la distruzione di Troia i Greci si erano macchiati di molte colpe: penetrati nel più sacro tempio della città ne avevano trafugato il Palladio che proteggeva i Trioiani: per entrare nelle mure erano ricorsi alla frode; durante il tumulto della strage avevano ucciso Priamo, rifuggiatosi supplichevole presso un altare, e messosi direttamente sotto la protezione degli dei. Questi non potevano permettere che le loro leggi fossero così trascurate dai Greci, i quali dovettero acerbamente pentirsi del male commesso. Tempeste orrende investirono le navi al loro ritorno verso la patria, le separarono, e ne distrussero un gran numero. Anche Menelao con la sua nave, ebbe a sostenere il pericolo dei mari e dei venti, che gli fece perdere la giusta rotta verso la Grecia. E dopo varie traversie approdò in Egitto. Nessuno potrebbe descrivere il suo stupore, quando, sbarcato e recatosi al palazzo del re per chiedere soccorso ed ospitalità, si vide venir incontro Elena che egli credeva di aver lasciato sulla nave, su cui l'aveva condotta per farla ritornare con se in Grecia. Elena gli corse incontro, per abbracciarlo, ma egli cercò di tenerla lontana, non sapendo se vedeva uno spettro o se era ingannato da un falso miraggio.
Finalmente, Elena potè raccontargli le ragioni per cui egli la trovava in Egitto.
Quando era paertita con Paride dal suo palazzo di Sparta, non per sua volontà, ma per obbligo fattogli dagli dei, appena giunta sulla nave che veleggiava verso Troia, gli dei stessi l'avevano condotta dove ora si trovava, e l'avevano sostituita sulla nave di Paride con una falsa immagine fatta soltanto di aria. Ed in Egitto ella aveva atteso con impazienza il momento di rivedere il marito e di tornare in patria. Menelao, stupito e felice, l'abbraccio e la ricondusse sulla sua nave, da cui da quel momento volava via la vana immagine della donna, ed ambedue tornarono insieme in Grecia.
Perchè, dunque, i Greci ed i Troiani avevano così duramente combattuto fra loro per dieci anni? Soltanto per tenere o conquistare una vana immagine? O per un disegno imperscrutabile del destino e degli dei? Diversi sono i motivi di questo inganno, ma è anche vero che gli uomini si combattono e si distruggono fra loro per un vuoto miraggio, per una parvenza irreale. E, dopo i dolori, le sciagure, le morti, le distruzioni, il mondo ritorna ad essere sempre quello di prima, e non sempre gli uomini riconoscono di compiere inutili sforzi, che si risolvono nella conquista di un aereo fantasma pronto a dissolversi non appena si ritenga di averlo raggiunto.

Con questo racconto ne è congiunto un altro, pieno di spirito arguto.
Si narrava, dunque, che un illustre poeta italiano, Stesìcoro di Iméra, avesse un tempo cantato la fuga di Elena, insultandola. Per vendicarsi, gli dei gemelli Càstore e Pollùce (che di Elena erano fratelli) resero cieco il cantore. Questi si rese conto della colpa che aveva commesso, e scrisse un carme, in cui, ricordando Elena e rivolgendosi e la diceva: " Non è vero questo racconto,: tu non partisti per Troia, nè salisti sulla nave fornita di bei banchi per i rematori". Non appena la poesia fu composta, Càstore e Pollùce per la loro virtù divina restituirono la vista a Stesìcoro, che visse molti anni, cantando gli dei e gli eroi, e mostrando con il suo stesso esempio quanto grande sia il potere della poesia, che gli dei stessi inspirano e suggeriscono".

Tratto da " Miti e leggende del mondo greco-romano" di Nicola Terzaghi

giovedì 23 ottobre 2008

La soavità Zen

Non si può rubare la luna

" Ryokan, un maestro Zen, viveva nella più assoluta semplicità in una piccola capanna ai piedi una montagna. Una sera un ladro entrò nella capanna e fece la scoperta che non c'era proprio niente da rubare. Ryokan tornò e lo sorprese. " Forse hai fatto un bel pezzo di strada per venirmi a trovare" disse al ladro " e non devi andartene a mani vuote. fammi la cortesia, acceta i miei vestiti in regalo".
Il ladro rimase sbalordito. Prese i vestiti e se la svignò.
Ryokan si sedette, nudo, a contemplare la luna. " Povero uomo," pensò " avrei voluto potergli dare questa bella luna".

Tratto da " 101 storie Zen"

martedì 21 ottobre 2008

Il nostro triste " The Truman Show"

Se c’è una cosa che amo del mio lavoro è l’opportunità che mi offre d’incontrare persone che difficilmente mi capiterebbe di conoscere.
La cosa che invece amo della vita è che, nei modi più impensati, sa dimostrami che ciò che pensavo vero può essere rimesso in discussione e guardato da altri punti di vista.
Oggi, per esempio, avevo scritto un post su i commentatori dei blog e per la seconda volta in una settima l’ho dovuto modificare.
Nel primo post mi domandavo per quale motivo due tipologie di blog ricevono tantissimi commenti: quelli impegnati e quelli dei fancazzistiti ( termine in uso per definire il nulla del fare e del dire che secondo me rende bene l’idea). Mentre tutti gli altri, quelli più intimisti vivono alterni splendori.
Nella mia prima analisi ipotizzavo che il contesto sociale, sempre più difficile, inducesse i frequentatori dei blog a scegliere luoghi dove o poter ridere o dove poter sfogare la propria rabbia. Evidenziando come, in entrambi i casi, il sociale, cioè l’esterno a noi, diviene il protagonista su cui accanirsi. Amo la satira e vivo e lavoro credendo che l’impegno politico, e quindi sociale, dovrebbe essere un comune interesse su cui confrontarsi e crescere per migliorare il nostro mondo. Ma proprio non riesco a spiegarmi perché, quando si sposta l’attenzione dal generale( colpevole del nostro becero vivere) al particolare( e cioè noi stessi ed i nostri modi di essere e quindi di approcciare al mondo) l’attenzione si fa distratta e poi corre da qualche altra parte.
Mi domandavo tutto ciò quando, per motivi di lavoro, ho assistito ad una iniziativa promossa dalla Provincia di Roma intitolata “ Gli Stati Generali contro il razzismo.” E qui, tra un discorso e l’altro, ha preso la parola un uomo di colore che ha fatto a tutti un discorso chiaro, riassumibile in questo semplice concetto: il razzismo non nasce dal nulla, ma ha una sua origine, un suo percorso che si sviluppa negli anni e lascia delle tracce visibili lungo il cammino. Bene, dove eravamo noi mentre questo accadeva? O meglio, mentre qualcuno faceva in modo che questo fenomeno crescesse e si impossessasse della società?”
E già, dov’eravamo noi? Dove eravamo mentre una parte dei nostri governatori gettava le basi e poi i muri portanti di questa società che tanto denigriamo, beffeggiamo e su cui ci accaniamo con tanta animosità? E già, dov’eravamo?
Dov’eravamo mentre smontavano mattone dopo mattone il lavoro certosino di chi ci ha preceduto? Un lavoro fatto, è vero, di lavoro e sacrifici, ma anche di valori e solidarietà, di sussistenza e pari opportunità?
E queste domande mi riportano alla mia idea iniziale: perché urliamo al buio cattivo e minaccioso e non proviamo ad illuminare le nostre ombre interiori? Perché non siamo capaci di dirci che abbiamo voluto credere, non tutti certo, alla fiction che ci avevano propinato come possibile e reale? Facili guadagni, un’esistenza di agi e possibilità di vivere con la morale dei protagonisti di Beautiful, tutti felici e contenti compresi i figli che, tranquilli avrebbero compreso questo mondo di adulti capricciosi ed incontentabili . Ed ora, ora che il nostro personale “ The Truman Show” ha rilevato le crepe del suo sfondo, e noi ci siamo accorti che il sole che speravamo scaldarci in eterno ha invece bruciato il fusibile, ora, ci sentiamo una massa di illusi che hanno difficoltà a rientrare nel mondo reale. Quello mondo in cui, se invece di pensare solo all’Io, all’adesso e che m’importa del vicino, avessimo lavorato su i nostri egoismi, le nostre paure, sul nostro futuro, forse il mondo sarebbe meno inquinato, più vivibile e con gli aiuti giusti ed equamente distribuiti forse, dico forse, staremmo tutti meglio e non ci ritroveremmo quasi tutti con il cosiddetto per terra a piangere lacrime amare.
E questo mi riporta all’argomento iniziale. Nei blog, così come in altri luoghi, stiamo continuando a sfuggire, sempre secondo me, il punto centrarle del problema: siamo noi, singoli individui a dovere capovolgere il nostro intimo modo di porci nei confronti del mondo. Siamo noi che dovremmo tornare a pensare che oltre “noi” non è “chissenefrega”, ma “me ne frega” perché il mio “chissenefrega” sarà inevitabilmente il “chissenefrega” di un altro e questo ci imprigionerà un circolo vizioso d’indifferenza che, com’è ovvio, colpirà tutti. I politici non sono che la rappresentazione della nostra collettività, così come gli dei lo erano per gli antichi: potenti sì, ma simili agli uomini per vizi e virtù. Nulla di nuovo, insomma.

domenica 19 ottobre 2008

L'essenza di una donna - Anais Nin

“Ho passato la maggior parte della mia vita ad arricchire quanto meglio potevo la lunga, lunghissima attesa dei grandi eventi che ora mi riempiono con tanta intensità da sopraffarmi. Ora capisco la spaventosa inquietudine, il tragico senso di fallimento, il profondo scontento. Ero in attesa. Questa è l’ora dell’espansione, della vita vera. Tutto il resto non era che una preparazione. Trent’anni di veglia angosciosa. E adesso questi sono i giorni per i quali ho vissuto. Rendermene conto con tanta chiarezza, è una cosa quasi insostenibile umanamente. Gli esseri umani non sopportano la conoscenza del futuro. Per me, la conoscenza del presente è altrettanto abbacinante. Essere così acutamente ricca e saperlo!”

Tratto da “ Henry &June” di Anῒs Nin