Un pò di me e la mia intervista con Maurizio Costanzo e più in giù in nuovi post

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venerdì 27 gennaio 2012

...e lo scambio dei binari.





In ogni singola esistenza si verificano un numero infinito d’incontri.
Nasciamo e incontriamo, incessantemente.
Tuttavia non tutto ciò che incrocerà il nostro cammino, avrà la stessa importanza.
Ci saranno appuntamenti che si riveleranno più significativi di altri, eppure difficilmente saremo in grado di stabilirlo istantaneamente.
Ma, ma, ma.... un metodo che potrebbe aiutarci forse c’è.
Qualche anno fa, da qualche parte che non ricordo, lessi che “…agli incontri importanti della nostra vita ci prepariamo gradatamente”.
Sul momento il concetto mi colpì, ma non lo compresi totalmente e la mia mente decise, saggiamente, di riporlo in attesa di una decodificazione migliore.
Forse questa?
Forse.
Di certo la mia mente registrò quel pensiero, così come in modo diverso annota e archivia tutto ciò che i sensi le segnalano.
Insomma per essere chiari, io, voi, ce ne andiamo in giro per il mondo e ogni tanto e solo di fronte a precisi incontri ( persone, pensieri, luoghi, musica, non è l’argomento il punto essenziale) i nostri sensi accendendo il display con la scritta: “Attenzione qui!”
Ecco, quello è il punto d’inizio, la segnalazione di ciò che ha rilevato come “interessante”.
Tuttavia non è detto che quello sarà il momento apicale, quello in cui decideremo di dedicarci alla scoperta anzi, probabilmente quando si accenderà quella scritta, noi non saremmo assolutamente pronti per vivere quell’appuntamento con il fato. In linea di massima ci vorrà altro tempo, a volte molto altro tempo. In alcuni casi, quelli decisamente fondamentali, ulteriori incontri.
Non so bene perché, ma potrei ipotizzare che l’impatto che quell’incontro avrà nella nostra vita è talmente esplosivo che il destino stesso, magnanimamente, ci concede il tempo per prepararci. Come ci suggerisse: "Ehi, forse è il caso che ti attrezzi, questa è una cosa seria.”
E noi, spesso e senza rendercene conto, ci attrezziamo.
Cresciamo, ci fortifichiamo, ci predisponiamo per quello che sarà. Ma quello che sarà, può avvenire unicamente man mano che la nostra evoluzione interiore si compie.
Per questo il ripetersi di taluni incontri, quasi il fato e noi stessi testassimo il punto di evoluzione cui siamo giunti.
Sei pronto?
No! Sì! Quasi!
E finché a quella domanda non risponderemo almeno con un incerto sì, la sostanza, il significato, la forza di quello che dovrà rappresentare per noi quella determinata cosa o persona non si manifesterà, non completamente. Il display continuerà ad accendersi fin quando non diremo: “Ok, sono pronta/o!”
E, a ben pensarci, non potrebbe che essere così. A ogni elemento fondamentale della vita noi ci avviciniamo gradualmente. Dobbiamo conoscere e calibrare le nostre capacità, non farlo ci esporrebbe a dei rischi che potrebbero essere anche mortali.
Gli appuntamenti speciali della nostra esistenza determinano sempre un cambio di direzione, come l’incrociarsi e poi divergere dei binari ferroviari.
Bisogna arrivare nel punto X quando lo scambio è stato attivato, se questa non avviene tempestivamente, il treno potrebbe deragliare, oppure continuare la corsa su un binario sbagliato.
Noi però possiamo usare i nostri sensi e la memoria e se qualcosa torna, si ripete, beh, forse siamo davvero davanti a qualcosa di speciale!

venerdì 18 novembre 2011





Diciamo che credo ai cicli della vita ed alla storia che di vita umana è fatta.
Diciamo poi che la storia ci racconta, con profusione d’esempi, che gli esseri umani ed i loro comportamenti non mutano con il mutare dei secoli. A volte imparano, molto spesso ripetono e in qualche modo avanzano nonostante improvvise regressioni e dolorosi capitaboli.
Diciamo che non c’è niente di più umano, in quanto a passioni, debolezze e virtù del nostro emotivo e antico popolo.
In dieci giorni sotto ai nostri occhi è successo l’impensabile.

In dieci giorni siamo passati dal grottesco scurrile all’intelligenza elegante.
In dieci giorni in Italia si è compiuta una trasformazione che pensavo realizzabile in un altro ventennio, tanto basso era il fondo in cui ci stavamo attardando.
In dieci giorni alcuni uomini mi hanno dimostrato, cosa che sapevo già ma ricordarlo male non fa, che si può invecchiare in molti modi e lasciare la propria firma in questo mondo sotto azioni di elevato rilievo o di disonorevole egoismo.
Come sempre si può sciegliere ed io propendo sempre per l’espressione alta dell’essere umano. In genere è la più faticosa ed impegnativa, ma il senso di beatitudine che ne consegue ripaga di tutto…o quasi.
Insomma, diciamo che mentre vedevo sfilare davanti alle telecamenre i nuovi ministri del neonato governo, leggevo contestualmente i loro profili professionali ed ascoltavo le parole misurate, ironiche e lungimiranti del nuovo premier molto mi sorprendevo, un po’ mi commuovevo ed  "INCREDIBILE!” mi ripetevo.
Ma dietro a tutto quello che vedevo accadere,o percepivo con i miei sensi disorientati sapevo esserci sempre lui, il grande vecchio della Mia Repubblica: Il Presidente Napolitano.
Io per mia formazione culturale ed emotiva ho un rispetto ed una profonda attenzione per chi ha vissuto molto più di me.
Un proverbio africano recita: “ Il giovane corre veloce, ma il vecchio conosce la strada”.
Ecco, credo che il Presidente Napolitano mi abbia insegnato molte cose, alcuni concetti li conoscevo già, ma come dicevo prima i promemoria sono importanti.

Punto primo: nella vita tutto può succedere e quello che sembrava non dover succedere mai prima o poi accade e, per quanto l’aspettavi, ti sorprenderà sempre.
Punto secondo: il potere rende gli uomini arroganti, presuntosi e irrispettosi. La vita, che ha un potere infinito, in qualunque momento ed in un momento ridimensiona e riposiziona gli ordini reali dei fatti e delle persone.

Punto terzo: presunzione, arroganza, ignoranza e mancanza di rispetto sembrano vincenti nel breve periodo e davanti a menti pocco illuminate. L’intelligenza, la preparazione culturale, la saggezza hanno invece sempre ed almeno un’occasione per dimostrare che la precedente teoria è una bufola degli stolti e per gli stolti.
Puno quarto: i cambiamenti avvengono in un attimo, ma partano da lontano. La mutazione genetica a cui abbiamo assitito nel nostro parlamento è iniziata, sempre secondo me, diversi anni fa rendendosi visibile con l’elezione di Obama ed ora sta continuando la sua parabola mondiale.

Punto quinto: si dice che il minimo battito d'ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall'altra parte del mondo ». Applicate questa teroia come volete, ma che tutto sia concateato mi sembra evidente.

Punto sesto: Forse per alcune persone è più importante far baldoria che vivere saggiamente. E’ più importante possedere che essere. Schiacciare il prossimo piuttosto che rispettarlo. Ma poichè la linea di ricapitolazione arriva per tutti, non è bello assistere a declini tristi e pieni di disonore da parte di chi recitava la parte del divino e finisce per interpretare il più ridicolo degli uomini. N.B. Anche chi vive saggiamente si diverte, solo che lo fa con un altro stile.

Punto settimo: il decoro è sempre una buona idea.

Punto ottavo: quando l’intelligenza ed il buon senso perdono la pazienza diventano giganti impossibili da fermare.

Punto nono: la vita è fatta di cicli, chissà perché alcuni esseri umani credono che il loro sia infinto.

Punto decimo, il più importante, quello che conoscevo già per esperienza familiare: non esistono limiti se non quelli che c’imponiamo o che tentano d’imporci. Giorgio Napolitano, anni 86, ha traghettato la nostra penisola verso un nuovo orizzonte. Il grande vecchio conosceva la strada e ce l’ha indicata. Il grande vecchio ha dimostrato che si possono compiere grandi azioni fino alla fine della nostra vita, fino a che abbiamo la vita dentro di noi. Il tutto dipende da come ci si è posizionati nei punti precedenti.


Linea di ricapitolazione
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Ora tocca a noi, ognuno faccia la propria scelta.

venerdì 11 novembre 2011



C’è qualche cosa che proprio non mi convince in tutta questa storia del tracollo economico.
C’è, per esempio, questa storia dei tagli e dell’austerity di cui il popolo sarà vittima.
Il popolo appunto. Il popolo che, come già accaduto in altri stati ( Grecia, Irlanda, Portogallo e precedentemente ed oltre oceano l’Argentina e l’America) dovrà pagare, soffrire e magari morire di stenti e mancanza di dignità pur di risollevare le sorti di un’economia “apparentemente” moribonda, della cui condizione però non è che parzialmente responsabile.
E poi ce n'è un'altra, ossia quella che mi racconta che i dottori che stanno curando questa gravissima malattia dell’economia mondiale sono gli stessi che, in misure diverse, l’hanno prodotta.
E poi ce n’è una terza che mi lascia perplessa: tutti questi signori, menti altissime e lungimiranti che a turno salgono sul pulpito a dire al popolo che “Le cose così proprio non vanno e per questo saranno costretti ad applicare pene durissime che renderanno la nostra vita già complicata, complicatissima”.
E dalla terza si passa inevitabilmente alla quarta questione, questione che proprio non capisco: perché tutta questa gente (politici, economisti, finanzieri ecc ecc) sembra rimproverare ed incolpare noi di errori o marachelle che in realtà hanno commesso loro?
Perché se si ritengo dotti e saggi dai loro pulpiti, da cui ora ci guardano con sguardi severi e di rimprovero, gridandoci messaggi minatori, perché mi chiedo non si sono mossi prima applicando nuove formule, stoppando quelle sbagliate, inventandosi insomma soluzioni migliori di quelle che ci stanno propinando ora? Perché se sono così preparati ci hanno condotto alla carambola?
In genere in classe sono i maestri e professori a dettare le regole, sempre loro a farle applicare, se le hanno sbagliate, o non sono stati in grado di farle adottare a questi popoli discoli ed un po’ somari. No dico, anche loro come professori valgono pochino…ed io mi dovrei fidare?
E poi arriva l’ultimo dubbio, dubbio che riguarda l’aspetto puramente psicologico: la fretta.
Mesi e mesi di tam tam mediatico in cui si sono rincorse voci, bisbigli ed urla che dicevano al popolo sovrano che la festa a cui l’avevano volutamente invitato ( nella nostra nazione va tutto bene, anzi meglio, anzi meravigliosamente bene. Ridete, godete, mangiate e fate l’amore perché non c’è problema, nessun problema) era finita, chiusa, drammaticamente conclusa. E si sa, alle feste dopo un po’ ci si lascia andare e tutti noi, chi più chi meno, un po’ avevamo esagerato e l’euforia ci aveva reso speranzosi e felici, tutti credevamo di essere ad un passo o dentro la realizzazione dei nostri sogni. E che succede? Secchiata d’acqua gelida e via di corsa a porre rimedio (noi, e sì sempre noi) a tutti questi sciagurati eccessi. Bestia di popolo che non siamo altro!
Veloci, veloci, a testa bassa, senza distrarci, senza avere la possibilità di rispondere, di fermarci a pensare. E già pensare…capire…mettere in relazione i dati…
Ed insomma eccoci qui, tutti rimbambiti di nuove nozioni che continuiamo a non comprendere (fondi monetari, bot, btp, spread, crolli di borsa, indici mb e via così) istupiditi dalla paura, resi ansiosi dai continui richiami, ora sì, ora siamo davvero pronti ad inneggiare l’arrivo del salvatore della patria.
Alla sua nomina, chiunque sarà, sventoleremo bandierine, tireremo un bel sospiro di sollievo ed accetteremo a testa bassa e diligentemente qualunque misura di supplizio di massa. Dimenticavo, saremo anche molti grati di ciò.
Il tutto, e qui sta il vero colpo da maestri, facendoci apparire il suo feroce agire come il minore dei mali.
Come si può infliggere e far digerire ad un popolo (senza che scoppi la rivoluzione) una serie di misure assolutamente anti democratiche che bastoneranno sempre le stesse claudicanti classi sociali? Gli metti paura, molta paura, fretta e se possibile lo fai sentire anche un po’ in colpa… et voilà, l’inganno è servito.
Il popolo piegherà le spalle, caricherà sulle proprie spalle il fardello degli errori e delle colpe, e procederà faticosamente sul sentiero che altri avranno tracciato. Loro, le menti superiori, continueranno una vita agiata e noi continueremo, come facevano gli antichi con gli dei, ad omaggiarli della nostra gratitudine e dei nostri servigi.
E la storia, come vuole tradizione, si ripete

giovedì 8 settembre 2011

Gli indifferenti


Per la mia nazione sono i giorni del risveglio, un brutto risveglio.
Dopo un sonno paragonabile a quello di un incantesimo, il popolo si è destato.
Potrebbe essere una bella notizia in un orizzonte di pessime notizie. Lo è, ma solo a metà, almeno secondo me.
Mi solleva constatare che le menti sono tornate a funzionare ed i cuori a pulsare di una passione che ha il sapore intenso dell’attenzione, della partecipazione, della presa di coscienza.
Finalmente abbiamo di nuovo voglia di personalità illuminate, di pulizia morale, di etica, uguaglianza e incredibilmente di giustizia sociale!
E questo è il buono che ritorna. Era ora!
Purtroppo però il sonno è stato talmente lungo e profondo che solo quando abbiamo riaperto gli occhi, ci siamo accorti che, nel frattempo, ci avevano trascinato sull’orlo del baratro.
“Fermi tutti!”
“Pericolo!”
Le urla hanno iniziato ad echeggiare, mentre i nostri sguardi scivolavano lungo il vuoto in cui potremmo cadere.
Gran brutta sensazione quella di ritrovarsi là in fondo, sfracellati.
Niente piume, né molle, ma uno schianto secco ad accoglierci.
E poiché di schiantarci proprio non ci va, il popolo di nuovo vigile si ribella.
Niente di eclatante sia chiaro. Noi siamo gente che le rivoluzioni le fa a modo suo, con calma e possibilmente seduti sul divano di casa. Anche perché il mio popolo è un fanciullo pieno di potenzialità ma ancora acerbo.
La nostra nazione ha solo 150 anni e la giovane età non ci concede la malizia e la lungimiranza acquisita da stati ben più “maturi”.
“Un popolo pischello” direbbero i romani.
Sarà dunque a causa della giovane età che la mia bella gente non si è allarmata quando, nel corso degli anni, cricche di faccendieri lucravano sulle disgrazie d’intere regioni.
Per inesperienza non abbiamo compreso fino a che punto fossero mortali i colpi inferti all’istruzione pubblica, alla ricerca, alla dimenticata cultura.
E come potevamo sapere che il tracollo finanziario del resto mondo poteva riguardarci? Noi siamo una nazione che lavora sodo e risparmia e compra casa. Il precariato riguarda un’esigua parte dei nostri concittadini, pensavamo, per questo sembrava una faccenda irreale, lontana dal nostro consolidato benessere.
Il mio giovane popolo poi si teneva informato, ascoltava la tv ed era una costante gara di rassicurazioni: "Va tutto bene, viviamo nella penisola più bella del mondo in cui, tra l’altro, puoi anche fare degli illeciti, godertela tra giovani corpi, sbattere in faccia a tutti le tue nefandezze senza che nessuno ti chiuda in galere". No dico, perché mai la mia gente avrebbe dovuto allarmarsi o non credere o non fidarsi?
Mica è scemo il mio bel popolo, se li è scelti da solo questi politicanti.
E poi va detto, anche la religione ci confortava: siamo tutti peccatori e che dobbiamo saper perdonare. Dunque che altro avremmo dovuto fare? Abbiamo sorriso e perdonato.
Non eravamo indifferenti, dormivamo il sonno della beata gioventù.
E dormivamo sereni anche mentre qualche politico perfezionista tentava di riscrivere la nostra meravigliosa costituzione. O quando, sull’entusiasmo della famosa goliardia italica, qualcuno si lasciava andare a proclami e battute omofobe, razziste, misogine o denigratorie d’intere categorie sociali. Noi del popolo si pensava scherzassero. Quindi sorridevamo e perdonavamo.
O per lo più ritenevamo che la cosa non ci riguardasse. Perché avremmo dovuto pensare che in fondo siamo tutti potenziali disabili, futuri vecchi bisognosi di assistenza, o genitori di probabili disoccupati, o di figli brutalizzati dalla violenza di qualche pazzo intollerante?
La nostra mancanza di vita vissuta c’impediva di comprendere tutto ciò. E poi, ammettiamolo, non erano argomenti che sentivamo nostri.
Ma quando questi politicanti sono arrivati a toccare la parte concreta della vita, ossia il nostro denaro, ecco a quel punto lì non abbiamo tentennato neanche un istante.
Noi davanti ai nostri soldini diventiamo subito seri e c’incazziamo. Di brutto.
E si vede, lo stiamo dimostrando al mondo intero. Una mobilitazione dopo l’altra e quando il popolo s’incazza, si sa, fa paura. E tremano i nostri politicanti, uhhh come tremano…!
Ed è per questo che sono felice del nostro risveglio. Finalmente abbiamo compreso che qualcosa in questo sistema non funziona e siamo pronti a difendere i nostri diritti, pardon, i nostri portafogli.
D’altronde siamo un popolo giovane e come tale concentrati solo su noi stessi.
La maturità di comprendere che una nazione indifferente al bene pubblico è una nazione debole ed esposta è consapevolezza che verrà poi, fra qualche centinaio di anni.  Dobbiamo ancora maturare e provare sulla nostra pelle che il disinteresse è pericoloso ed incivile. Popoli più scaltri e saggi hanno appurato da decenni che il rispetto civico del diritto del singolo e l’unica strada per la tutela di un intero popolo.
Ma noi siamo giovani e un po’ scapigliati e questo, non è mica una colpa.
O no?

martedì 2 agosto 2011

Ma lui, chi era?




Ma allora chi era quell'uomo?
Già, chi era?
La nuova risposta rivoluzionava tutto.
Tutto da rileggere.
Tutto da riscrivere.
Brutta storia la presunzione, si disse. Gran brutta storia.
Ma forse l'errore era parte del racconto, dell'insegnamento.
Però le bruciava ed era per quello, per fugare l’infimo dubbio, che avrebbe voluto prendere il telefono e chiedergli: “Ma tu cosa hai imparato?”
Ma se lui, a differenza sua, avesse risposto:“ Nulla”.
Ecco, lei a quel punto cosa avrebbe fatto?
Una risposta di tal genere avrebbe confermato una certezza assai scomoda.
Avrebbe significato che in tutta quella storia lei non era mai stata, come aveva sempre orgogliosamente ritenuto, la sua guida, bensì colei che era stata condotta verso la conoscenza.
I ruoli si sarebbero capovolti e lei si sarebbe ritrovata a testa in giù, con un forte senso di nausea e la quasi certezza di vomitare.
Se quella fosse stata la risposta.
Fermò il pensiero.
Stava cadendo nel medesimo errore.
Quella era una delle mille vite, una delle mille possibili storie.
Solo ciò che aveva scoperto era il punto determinate: chi sceglie di oltrepassare ciò che appare, accede ad illimitate possibilità.
Si può saltare da un punto all’altro, entrare ed uscire da una qualunque ambientazione, trasformarsi in ciò che si vuole, oppure chiedere aiuto ad una persona, un elemento, una situazione. E’ irrilevante il percorso che si sceglie.
Lei aveva deciso di intraprendere un viaggio e lui si era trasformato, di volta in volta, in ciò che a lei serviva.
Chi fosse in realtà?
Non l’avrebbe mai saputo.

martedì 24 maggio 2011

Come se...



Sfoglio le pagine dei miei pensieri e ritrovo me, tante me, intatte.
I miei scritti sono uno scrigno in cui adoro rovistare. Un’ulteriore possibilità per capire e ritrovare ciò che ancora sono o non sono più.
E poi ci sono i ricordi, quelli non scritti, quelli impressi unicamente nella memoria.
Una memoria che vi partecipa con tutti i sensi, riproducendo spezzoni vividi ed immutabili.
I ricordi sono attimi di vita cristallizzata, ma sono magici. In qualunque momento io lo desideri posso spegnere il presente e volarci dentro, rivivendoli con la stessa intensità, con indistinguibile precisione. Posso rientrare in uno specifico istante, in un luogo definito, ritrovando le persone che erano presenti, ferme in una determinata età, contornate dagli stessi oggetti, il tutto illuminato da quella particolare luce.
Tutto può tornare ad essere, come fosse un film che riparte dal preciso istante che decido di scegliere.
Ma cosa vuol dire questo?
Se il passato è un’immagine in cui posso rientrare ogni volta che voglio, vuol dire che quel ricordo è ancora reale, esiste in un luogo non luogo, nella mia mente, od in quella dimensione indefinibile che è l’anima.
E se ogni attimo del passato è ancora lì, pronto ad essere rivissuto, allora in qualche altro luogo non luogo esistono altrettanti attimi, e contesti, e persone ed accadimenti che potrebbero verificarsi e dunque in qualche modo già esistere, sono realtà, anche se non li ho già vissuti.
Sono la potenzialità ancora inespressa di ciò che potrei essere, o che farò, che spero vivrò.
Ed allora come interpretare le immagini che ogni tanto attraversano la mia mente proponendo scenari? Cosa sono quelle parole che penso di poter pronunciare, che a volte immagino di poter ascoltare? Chi sono i volti, in alcuni casi ben definiti, che s’inseriscono nelle mie fantasie?
Cosa può significare, od essere realmente, quello che la mia mente a volte proietta davanti all’interiorità del mio sguardo?
Potrebbe non essere solo “pura fantasia”, ma bensì squarci, spezzoni di un “possibile” ancora inespresso.
In più contesti si sostiene che non esiste una distinzione tra passato, presente e futuro. Tutto potrebbe essere mescolato nel mare cosmico che ci circonda.
Vediamo la luce di una stella che ormai è morta da millenni eppure per noi esiste, è davanti al nostro sguardo, e brilla, vera e splendida.
Come quel tuffo al cuore che sento netto ed immutato ogni qualvolta ripenso al volto di chi ho amato. O il brivido di beatitudine che corre sulla mia pelle quando rivivo le carezze insostituibili di mia madre. Dov’è tutto ciò?
I miei sentimenti rispetto a milioni di attimi sono ancora lì, perfetti ed identici, come se io fossi ancora la persona di allora, nonostante non lo sia più. Posso rivedermi, posso proiettarmi in ciò che potrei essere. E’ come se intorno a me e dentro di me fosse possibile contenere tutto. Come se io fossi una particella capace di riprodurre nell’infinitesimale la grandiosità dell’infinto.
Come se...

lunedì 2 maggio 2011

Tu chiamala se vuoi..Fortuna...




Nessuno è nato sotto una cattiva stella; ci sono semmai uomini che guardano male il cielo.
Dalai Lama

Cosa vuol dire essere fortunati?
Quasi sempre ci rispondiamo che essere fortunati è una condizione del vivere che è oltrepassa la nostra volontà.
“Fortuna era una divinità antica, forse precedente alla fondazione di Roma” riporta Wikipedia. Una divinità generalmente rappresentata con una benda sugli occhi, anche se oltre a questa descrizione nella storia esistono diverse interpretazioni. Ma rimaniamo nella più comune: la dea bendata. Il solo fatto di averla pensata una divinità induce a pensare che l’essere umano abbia sempre percepito la buona sorte come un evento esterno a sè, superiore a sè e poiché bendata praticamente inconsapevole!

Ma è veramente questa la sola interpretazione?

Noi esseri umani, a volte, abbiamo la necessità di semplificare ciò che non comprendiamo o che non abbiamo voglia di approfondire.
L’idea di una divinità che vaga per il mondo bendata ed inconsapevole ha un suo fascino e ci risolve una moltitudine di problemi, uno tra tutti: se una cosa va male non è colpa mia!
E questo, diciamocelo, è un gran sollievo. Qualcuno o qualcosa di superiore ha deciso per noi.
In pratica, sempre secondo me, per alcuni aspetti della nostra vita continuiamo a ritenerci bambini indifesi e, quel che peggio, un po’ incapaci.
Brutta storia, brutta sensazione. Non abbiamo voce, non abbiamo possibilità, siamo alla mercé di “altro oltre noi”. Brivido!
Ma è davvero così?

 Concerto del primo maggio. Decisione vado o non vado? Supero la pigrizia, la paura degli attentati, l’inevitabile casino che troverò. Vado. Arrivati il clima è festoso, il sole riscalda, la musica è strepitosa. Ballo, gioisco di quel che vivo e penso: “Ogni attimo di felicità è un dono, goditelo”.
Bene, questa è la premessa.
A seguire succederà che: in mezzo a mezzo milione di persone incontrerà mio cugino e la sua famiglia, il quale chiamerà una sua amica che ci dirà di raggiungerla. Lungo la strada troverò una discreta somma di denaro, la nostra amica ci porterà nel backstage del concerto dove gusteremo una simpatica cenetta e vivremo il concerto da vicino. I nostri figli, che ci avevano seguito sbuffando, si ritroveranno in una situazione privilegiata. Grande insegnamento per loro, bel momento di condivisione per tutti noi.
E per finire, tornando verso casa raccoglierò un portafoglio nel quale non ci sono soldi ma tanti documenti. La ragazza a cui li restituirò dopo una piccola ricerca, guarda il caso, è di una piccola località a cui evidentemente la mia vita è indissolubilmente legata…ma questa è un’altra storia e comunque compirò una buona azione che fa sempre bene.
E’ stato un giorno fortunato? Per come la vedo io sì, decisamente.
E se fossi rimasta a casa, tutto questo sarebbe accaduto?

Se davvero la fortuna è bendata e non sa dove si trova, né dove andrà forse, e dico forse, per incontrarla dovremmo essere noi ad uscire dalla porta di casa, alzare il telefono, dire una cosa, non dirla, compiere un’azione accettando disagi, incertezze, pericoli, fatica, delusioni, possibili sconfitte. Ma forse, sempre forse, solo così potremo andarle incontro...se lei non ci vede...
Quando a qualcuno capita qualcosa di buono, o vive una buona vita, siamo pronti a liquidare il tutto con un: “E’ una persona fortunata”.
Facile, conclusivo, superficiale. E vigliacchetto aggiungo io.
Tradotto potremmo leggerlo anche così: se a lui va bene a me non dipende dalle sue capacità e dalle mie incapacità, è oltre lui è oltre me, è solo fortunato.
Bene, io non la penso così e molti studi indicano che non è così. Le cose capitano a chi si mette nelle condizioni di farle capitare. Capitano a chi sorride e prova, a chi sa mettersi in gioco, a chi ha coraggio, a chi non rimanda tutto ad improbabili discese dal cielo, ma muove se stesso e va. Capitano, insomma, a chi va incontro alla vita e poi si vedrà.
Buona fortuna a tutti.

Se non ti aspetti l'imprevisto, non lo incontrerai.
Eraclito

mercoledì 6 aprile 2011

Sguardo oltre la pelle


Corpi esposti senza pudore, piedi costretti su tacchi importabili che impediscono di camminare figurarsi di ballare. Volti acerbi o maturi truccati oltre misura. Uomini giovani e meno giovani che osservano con occhi rapaci le statuine traballanti che sfilano davanti a loro.
Era una discoteca e sembrava un’arena in cui si muovevano tori e toreri. Di certo, allargando lo sguardo, poteva rappresentare una metafora. In questo strano mondo ognuno di noi si muove nello spazio che lo circonda cercando di fare il proprio gioco. Ma qual è il gioco?
Le finalità che muovono ognuno di noi nei rapporti interpersonali potrebbero, per lo più, essere ridotte ad una formula elementare: essere amati/accettati.  E per raggiungere questo scopo le proviamo tutte, ma proprio tutte, cadendo però in un subdolo paradosso che inficia frequentemente il nostro intento:  il timore di svelare chi siamo, nella non remota possibilità di non sapere esattamente chi siamo. In questa epoca non proviamo, a differenza del passato, un grande pudore nell’esibire il nostro corpo, né ad offrirlo per un reciproco soddisfacimento sessuale. Abbattuti e risolti molti tabù ed impedimenti procreativi ci siamo lanciati in questa sensoriale esperienza con una certa ingordigia liberatoria. E’ stata una grande conquista che però non comporta una consequenziale conquista del soddisfacimento amoroso. Ed è qui che scatta il problema. Appagati i sensi rimane un'indefinta percezione d' insoddisfazione alla quale cerchiamo di porre rimedio usando ancora il corpo ed ancora i sensi. Ma quel languore, una specie di mancanza, non si placa perché in fondo ciò che desideriamo è essere amati ed il corpo rimane una barriera tra noi e l’altro. Per amare ed essere amati bisogna oltrepassare la pelle ed aver il coraggio di mostrare all’altro qualcosa di assai più intimo di un corpo nudo: dovremmo concedergli di guardare la nostra anima.
Rischiosissimo a detta dei più, inevitabile se dai sensi vogliamo approdare ai sentimenti. Ma soffriamo un’istintiva paura e tendiamo a celare l’intimità fragile di cui siamo proprietari. Siamo frenati dal timore di venir feriti, derubati, non compresi e ci nascondiamo.
Vorremmo che qualcuno intuisca le nostre meraviglie in modo divinatorio, giustificando i nostri limiti, comprendendo le nostre difficoltà, senza ovviamente esporre il nostro amabile cuore a dei veri rischi. L’altro dovrebbe compiere un atto di fede senza conoscerci, senza che gli sia veramente permesso d’entrare nella nostra interiorità. Vogliamo dedizione e non siamo disposti a dare fiducia.
Incredibile no?
E in attesa che questo miracolo si compia, quello che ci sembra più semplice e meno pericoloso fare è esporre il nostro corpo, abbellirlo, pitturarlo, scolpirlo concederlo. Sorprendentemente l’intimità fisica non c’impensierisce, quella dell’anima sì. Eppure è quella la vera meraviglia a cui ambiamo, l’incanto sublime, magari temporaneo di cui vorremmo essere protagonisti almeno una volta nella vita. Ma come possiamo riuscirvi se noi stessi abbiamo paura di sprofondare oltre la nostra pelle, quasi temessimo di scoprire chi siamo?
E questo è un ulteriore paradosso: pur guardandoci con diffidenza od insoddisfazione pretendiamo che l’altro ci guardi con meraviglioso incanto. Che strani tipi siamo…ci teniamo a galla, navighiamo a vista, senza immergerci mai o quasi mai né in noi né nell’altro.
Troppo faticoso mi si dice in genere ed è vero. Ma allora come pretendiamo di essere visti  celandoci, essere capiti senza perdere tempo a capirci. Come può l’altro comprenderci la dove anche per noi regna solo il caos? Imputiamo agli altri delle incapacità, una disattenzione che a volta ci appartiene.
Vaghiamo dunque per questo mondo offrendoci all’altro come potrebbe farlo un bambino pieno d’inconsapevolezze ed ingenuità. Cercando, allo stesso tempo, d’ingannarlo con un’immagine e non seducendolo per ciò che siamo. Vorremmo essere amati a prescindere non amandoci a prescindere.
Ci raccontiamo un sacco di storie, le proponiamo agli altri ma che paura andare a scoprire quali sono i nostri effettivi limiti, le zone d’ombra, gli inevitabili difetti. Però poi, a ben pensare, come possiamo scoprire le vette che potremmo raggiungere se non abbiamo la forza e l’ardire di esplorarci? La vita è un viaggio e non conoscersi e non permettere a nessuno di conoscerci profondamente rende, a mio parere, quasi inutile la gran fatica che comporta esistere.

venerdì 11 marzo 2011

Che cosa faresti se non avessi paura?

In ognuno di noi convivono, generalmente, due anime. Una luminosa, leggera, amabile. Un’altra piena di ombre, capace di scatenare i moti violenti dell’anima, pericolosa.
Nasciamo con questa dualità e con questa dualità moriremo. Vale per le donne così come per gli uomini.
Quali di queste due anime prevarrà, e se una delle due prevarrà, dipenderà dalla nostra indole e dalla nostra storia. Di certo il primeggiare dell’una sull’altra segnerà quel che saremo e gran parte di quello che avverrà nella nostra vita.
Ognuno di noi è però un essere molto più complesso, composto da un’infinita gradazione di sfumature. Dentro di noi non esiste solo il bianco ed il nero, quindi prima di arrivare all’estremo opposto della nostra essenza ci sono tanti noi, una scala di sentimenti e quindi pensieri e quindi  comportamenti. Ridurre l’essere umano a due sole tonalità è talmente ingiusto!
Questa semplificazione è utile unicamente allo sguardo sociale che è per lo più superficiale e conclusivo. Questa semplificazione è l’arma, l’accetta con cui lo sguardo sociale se ne va in giro. Lui va per le spicce, non si sofferma, non approfondisce e per questo spesso non è lungimirante. Si nutre e produce schemi elementari, distinzioni nette: buoni o cattivi, belli o brutti, intelligenti o stupidi, nemici ed amici ecc.
Allo sguardo sociale non interessa capire. Usa una quantità enorme di punti esclamativi.  Difficilmente concede il privilegio di un dubbio, il brivido speranzoso di una domanda.
Classifica, regola, decide. O di qua o di là, impossibile contemplare opzioni multiple.
Ed allora, generalmente, tutti noi decidiamo o veniamo spinti ad entrare in una delle due dimensioni: o cigno bianco o cigno nero. O parte nobile o maledetta. O costruttivi o distruttivi. O tendenzialmente amabili o tendenzialmente insopportabili. Però attenzione, una volta accettata quest’unica possibilità, uscire dalla scatole in cui ci hanno o ci siamo rinchiusi, sarà difficilissimo e se proveremo a farlo saremo osteggiati oltre ogni possibile comprensione: il buono non può ribellarsi, il cattivo non può redimersi. Se l’anima bianca s’impunterà, sbatterà i pugni, urlerà, o sconvolgerà anche una sola volta lo schema, lo sguardo sociale si leverà su di lei non comprendendo, non sforzandosi di farlo, ma prontamente si scandalizzerà e negativamente giudicherà. Sorte analoga toccherà alla cosiddetta anima nera. Chi sarà disposto a considerarla “altro” dopo essersi accomodato nella certezza della sua cattiva indole? Come credere che oltre il nero potremo sconvolgerci trovando un bianco abbagliante? Quanti si porranno lo scrupolo di un punto interrogativo?
Lo sguardo sociale è così spesso fermo nello stagno della propria crudele mediocrità…
D’altronde giudicare in modo approssimativo è più semplice che comprendere, non richiede fatica, né alcuna capacità, è alla portata di chiunque.
Ma chi sa solo definire vive un’evidente condizione d’insicurezza o di stupidità. Giudica per aiutarsi e stabilendo chi è l’altro come regolarsi. Finalità: il controllo.
L’indefinito invece è libertà, è tutto ed il suo contrario. L’indefinito è per chi ha coraggio e generosità. Per tutti gli altri è uno spazio troppo aperto in cui ci sente esposti e fragili e questo genera paura e la paura costruisce prigioni.
Prigioni mentali in cui lo sguardo si ferma addosso ai muri, incapace di qualunque immaginazione. E chi è prigioniero non può concedere libertà, perché qualora ne fosse capace la concederebbe prima che ad ogni altro a se stesso.


domenica 27 febbraio 2011

Le parole raccontano di noi



Parole. Parole dette, parole ascoltate, parole sognate, parole urlate, parole scritte, cantante, disprezzate, amate, odiate, parole trattenute, parole intuite, parole celate, parole, miliardi di parole.

Le parole sono un potere di cui trascuriamo troppo spesso gli effetti. Le usiamo senza cura, quasi mai c’interessiamo della loro etimologia, le gettiamo via privandole della loro importanza, le pronunciamo senza riflettere sulla loro potenza. Siamo dei produttori presuntosi e superficiali, dei fruitori distratti. Credo che troppo spesso, nell’uso parlato che ne facciamo, non siamo in grado di apprezzare la bellezza. Una parola non è mai solo una parola. Una parola ha una storia, un significato antico, un viaggio fatto di terre e di popoli. Una parola ha una sua fisicità, è molto più di una semplice vibrazione. Una parola ha una sua corposità, un carattere formato non solo dalle lettere che la compongono. Una parola acquisisce, a volte, la fisionomia di chi la pronuncia, si contamina della sua anima. Può essere meravigliosa od infima dipenderà da quali labbra la pronunceranno. Quindi  non ha una sua personalità? Oh certo che ce l’ha! Ha una personalità talmente strutturata che può rendersi creta, illudendoci che potremo plasmarla come vorremmo. Ma la nostra è solo sciocca presunzione. Ogni parola è talmente certa del proprio significato che può rendersi apparentemente trasparente, o colorarsi, riempiersi oppure svuotarsi, esteriormente rimodellarsi, quasi scomparire per compiacere le nostre finalità senza perde la vera essenza di se. La parola sa di se molto più di quanto noi crediamo di conoscere di noi stessi. Una parola ci rivela e quasi mai ce ne accorgiamo. Usare un termine piuttosto che una altro lo riteniamo solo una scelta casuale, la dove voluto uno sbizzarrirci tra sinonimi, ma più frequentemente di quanto immaginiamo non è così. Quasi mai le parole si fanno usare da noi, tutt’altro, sono loro che ci beffeggiano mostrandoci proprio dove o quando avremmo voluto nasconderci od esaltarci. Ed allora accade che una frase, un singolo termine usato senza riflettere, o senza conoscerne il significato reale ci riveli, ad un ascolto attento, rendendoci  nudi nel nostro intimo pensiero, svelando il sentimento profondo che abbiamo tentato ingenuamente o subdolamente di celare. Forse dimentichiamo che le parole sono umane per nascita e si formano nella nostra mente, vibrano di ciò che proviamo. Possiamo tentare d’ingannare la nostra volontà, molto più complesso è riuscire a mascherare l’incoscio. Maneggiamole con cura quindi, la delicatezza e l’attenzione con cui le useremo racconterà di noi molto più di quanto vorremmo.

lunedì 14 febbraio 2011

Rispedite al mittente


Una manifestazione di piazza. Un urlo di ribellione. Un’infinita lista di motivazioni con cui le donne hanno raccontato il loro disagio, le loro difficoltà, la loro volontà.
Le donne che hanno partecipato alle varie manifestazioni di ieri sono una parte della nostra società, una parte dell’elettorato, una forza produttiva. Influiscono sull’economia, sono spesso il perno delle nostre famiglie. Ma soprattutto sono donne capaci di pensare, valutare e decidere. Autonomamente!
Ed invece, ancora una volta, i rappresentanti dell’attuale governo ed i vari lacchè al seguito, non hanno saputo far altro che sminuire e negare questa ovvietà.
Comprendo assai bene che questi giochetti psicologici sono finalizzati alla comunicazione. Al voler ridurre la potenza mediatica di quelle piazze piene. Ma è anche il solito modo becero e denigratorio di non voler conferire attenzione, rispetto e dignità ad una parte significativa del popolo.
Per i rappresentati di questo governo chi non è d’accordo con loro o è strumentalizzato o è numericamente ininfluente. Quindi non autorevole, non degno è di essere ascoltato, in un'unica parola è scemo.
Male! Molto male!
Io sono stufa anche di questi espedienti meschini.
Io sono una persona, un essere pensante e sono in grado, perfettamente in grado, di vedere, analizzare, valutare e decidere cosa ritengo giusto ed opportuno per la mia vita. Il mio pensiero potrebbe non essere condiviso e questo è normale, ma oltre a questa banalità non concedo. Di più non permetto!
Non permetto a nessuno di negare la mia intelligenza, la mia capacità critica, la mia volontà. Non sono strumentalizzata, non sono annoiata, io sono incazzata!
E lo sono proprio nei confronti di una classe politica che ostinatamente, volutamente cerca di chiudermi in un angolo d’impotenza, cercando di togliere significato ai miei pensieri, ai miei sentimenti, alle mie difficoltà o, ancor peggio, ai miei legittimi diritti. Io non sopporto più che una manciata di personaggi dubbi decida del mio futuro, del futuro di mio figlio e della mia nazione.
Il diniego e la denigrazione sono le armi dei deboli, delle personalità che non hanno il coraggio di valutare e rispondere. Sminuire e negare è una mancanza di rispetto, un’ulteriore mancanza di rispetto. Di più, un’insopportabile, e trovo violenta, propensione a negare il valore dell’altro. E se un governo arriva a questo nei confronti di una parte del suo popolo, non è un governo da cui voglio essere rappresentata. Sarà più netta: non è degno di rappresentarmi.
Inoltre non accetto di essere aggettivata da personaggi strumentalizzati dalla loro sete di potere, o dalla loro assoluta devozione al dio denaro. Non concedo a chi ha paura di perdere i suoi privilegi di casta, di lussi e d’impunità di dire a me che sono strumentalizzata. Chi ha paura non è libero, qualunque sia la paura che l’attanaglia.
E se un uomo ha paura di perdere potere e soldi è un uomo strumentalizzato oltre che dalle sue paure, anche da chi quelle paure può usarle per togliergli ciò che brama così spasmodicamente.
Per questo motivo credo che i salottieri strumentalizzati siano proprio loro, loro che per difendersi da un profondo senso d’inadeguatezza accusano me dei loro vizi, dei loro limiti.
In psicologia questa modalità comportamentale si definisce “proiezione del se”; proietto su di te ciò che in realtà sono io a provare.
E’ l’abc delle nozioni di psicologia e quindi,conoscendo il trucco, rifiuto i termini e rispedisco al mittente.

martedì 12 ottobre 2010

Per quanto possibile, nessun rimpianto






Un amico pubblica un video su Facebook.
Scena clou di un film in cui lui dice a lei: “Quella volta sulla barca avrei voluto baciarti.”
“Anche io.” Risponde lei.
Si baciano.
La vita ha concesso ad entrambi una seconda opportunità.
Nulla di originale. È stato scritto e raccontato molto da cinema e letteratura sulle parole non dette, i gesti trattenuti, i rimpianti che accompagnano sia gli uni che gli altri.
Ok, questo è un aspetto della storia, quello che poteva essere e non è stato.
Ma non è quello che m’interessa. A me la scena di quel film ha fatto venire in mente altro, ha aperto il pensiero verso tutti quei pezzi di vita che mi riguardano e che io non conoscerò mai.
Quante parole erano per me è mi sono state sottratte, quanti gesti che avrei accolto con gioia mi sono stati negati, quanto di me è rimasto dentro ad una persona senza che me ne abbia fatto mai  partecipe?
Improvvisamente questa ovvietà mi è apparsa un’enorme ingiustizia, quasi insopportabile per il danno emotivo che mi ha procurato. È un tesoro che mi è stato celato, nascosto. Una ricchezza che mi avrebbe permesso di camminare con più baldanza tra le strade di questa terra complicata. Una coperta calda ed avvolgente che avrebbe reso più morbide le miei notti, più dolci i miei ricordi, più profondi alcuni legami.
E chi ci ha guadagnato in questo insopportabile silenzio emotivo? Nessuno credo.
E non capisco perché a volte, e sempre che ci dica bene, sia necessario attendere decenni per conoscere una parola, un sentimento, fosse anche un  pensiero che non poteva che farci piacere.
Uno strano muro di pudori s’innalza spesso tra noi ed il resto del mondo. Una timidezza che blocca  parole belle, gesti affettuosi, conferme sulle nostre qualità.
Una strana riservatezza che ci colpisce, a ben guardare, molto di più sul bello da dire piuttosto che sul brutto, come a buon senso apparirebbe ovvio. Ed invece a causa di uno strano fenomeno, le brutte parole, i pessimi gesti, le maleducate azioni ci vengono che è una meraviglia, fluide e spontanee. Per il resto siamo tiranneggiati da invincibili rossori.
Esseri paradossali noi umani.  
Ieri sera ho chiesto ad un mio amico: A te piace l’autunno?
“ L’autunno era il periodo dell’anno in cui progettavo di venirti a trovare. D’allora amo questa stagione.”
Una domanda banale, una risposta inaspettata, un’emozione regalata.
Questo particolare così carino, così tenero è rimasto per decenni nel cuore di un uomo a cui sono molto legata. Forse era mancata l’occasione per dirmelo, probabilmente non era indispensabile che io lo sapessi, ma a pensarci bene se non con me con chi avrebbe dovuto condividere questo ricordo?
E poi, ma perché mai avrebbe dovuto nascondermelo? Cosa c’è di così disonorevole nel dire ad un’altra persona: sì, tu per me conti? Cos’è questa strana vergogna che ci assale nel dover ammettere che la persona X ha un suo posticino nel nostro cuore? Cos’è tutta questa aridità, questa mestizia affettiva?
Ma non vi sembra follia pensare che, senza saperlo, noi spesso viviamo migliaia di vite parallele nel cuore e nella mente di chissà quanta gente. Vite in cui continuiamo ad esistere, nutrire, emozionare.
In fondo è come se ci venissero sbarrate delle finestre dietro alle quali noi “ ci siamo” oltre la nostra percezione di quotidiana realtà.
Non tutto si può raccontare, i segreti hanno il loro fascino, ma io propongo un termine temporale di là da del quale per diritto ciò che ci appartiene, poiché l’abbiamo suscitato, ci venga in qualche misura restituito, o per lo meno venga con noi condiviso.
E tanto perché non pensiate che predico e non pratico la mia filosofia da diversi anni è: per quanto possibile nessun rimpianto.


martedì 24 agosto 2010

Corsi e ricorsi storici


"Il 1° gennaio del 49 a.C. i consoli avevano iniziato a sollecitare con tutte le forze la destituzione di Cesare dal suo governatorato. Per quasi nove anni l’aveva avuto; il termine era scaduto. Ora Cesare aveva intenzione di ottenere il consolato del 48 e di ritornare alla politica romana. Ma proprio questo volevano impedire i suo avversari. Ancora prima che egli potesse candidarsi, avrebbe dovuto deporre il comando e recarsi a Roma come privato cittadino. Là sarebbe stato messo sotto processo per le diverse infrazioni alla costituzione di cui si era reso colpevole durante il suo consolato. E ciò doveva aver luogo sotto protezione militare, perché egli non potesse fare pressioni sul tribunale, ma anche perché il tribunale non potesse decidere del tutto libero da pressioni.
In questo modo, così pare si sia sperato, si sarebbe annientata l’esistenza politica di Cesare e si sarebbe pienamente ripristinato il regime senatorio. Non importava se Cesare fosse veramente un avversario dell’ordine costituito o no: egli aveva in precedenza costantemente ostacolato il suo funzionamento. E c’era da temere che egli potesse imporre diverse richieste contro la volontà del senato e divenire quindi così potente, che si sarebbe potuti prevedere sempre nuovi conflitti e sconfitte del senato se ora gli riusciva di divenire console un’altra volta.
Già da quasi due anni gli avversari dichiarati di Cesare avevano cercato di convincere l’organo centrale del governo romano, il senato, a destituirlo. Ma avevano sempre fallito, perché Cesare aveva tratto dalla propria parte alcuni tribuni della plebe, che con il loro diritto di veto potevano rendere vana ogni deliberazione contro di lui. A volte passarono persino all’attacco e riuscirono a strappare alla maggioranza del senato alcune decisioni conformi alla volontà di Cesare."
Tratto da " Giulio Cesare" di Christian Meier
La storia alterna fasi di progresso a fasi di decadenza: Vico parla di "corsi e ricorsi storici". Ciò non significa, come comunemente si interpreta, che la storia si ripeta. Significa, piuttosto, che l'uomo è sempre uguale a se stesso, pur nel cambiamento delle situazioni e dei comportamenti storici.

lunedì 14 giugno 2010

La sfida


Una strada di montagna e un enorme masso di basalto ad ostruirmi il passo.
Perchè proprio il basalto poi...
Ma tant'è, sono giorni che quest’immagine mi frulla nella testa.
La vita a volte mi appare così: o una vetta da cui lanciarmi per un fantastico volo, oppure un sentiero da percorrere. Negli ultimi tempi mi sentivo più sul sentiero. E su questo sentiero era caduto un bel masso ed io ho dovuto osservarlo a lungo prima di capire come era possibile oltrepassarlo.
Una gran fatica!!!
Ma ogni ostacolo oltre che una scocciatura è un gran momento, un’opportunità che mi pone davanti a ciò che di me non avrei mai scoperto e quindi capito. Non che mi auguri di avere problemi, però devo ammettere che ho imparato ad apprezzare anche quest’eventualità, almeno gran parte di queste eventualità. Certo l’apprezzo in un secondo momento, guardandomi indietro dopo aver superato l’ostacolo, ma in genere è ciò che avviene.
E sì, perché star lì a rimembrare, a pensare, ad ipotizzare, aguzza i miei sensi, crea associazioni, stimola la mia voglia di andare oltre ai limiti che mi appartengono. Non c’è altro modo “a da passà oltre il masso…”
Ne parlavo anche con mio figlio che, per ragioni apparentemente ingiustificate, si era ritrovato quasi per un’intera partita in panchina. Rabbia, frustrazione, dolore. Tutto umano, tutto giusto. Capita a me, capita a lui. Ha incontrato il suo masso e doveva superarlo.
Ed allora pensa per me, pensa per lui, ho formulato e riferito il seguente pensiero:“Un masso è solo un masso, una panchina è solo una panchina. Nulla può farti sentire in panchina se non sarai tu a sentirai in panchina, se non sarai tu a sentirti vinto da quel famoso masso. Tradotto: Molto spesso gli umani tendono a porti in condizioni di disagio, ma è solo la tua mente che pone il vero limite.
Questo capiterà mille e mille volte nel corso di una vita e nessuno di noi può impedire alla stupidità umana, alla superficialità, alla bassezza di un pensiero o a chissà quale altra ragione, di volerci costringere la dove riteniamo di non dovremmo stare. La frustrazione fa male, le ingiustizie ancora di più, ma se io sarò capace di vedere oltre quel masso, se tu saprai pensarti fuori da quella panchina, gli umani potranno dannarsi quanto vogliono, la tua mente ti restituirà il valore che sai appartenerti, la dimensione reale del tuo essere. Per di più aver accettato la sfida, aver cercato dentro di noi le soluzioni migliori ci farà acquisire un’ulteriore consapevolezza sulle nostre capacità, la caratura del nostro carattere e la lungimiranza di una vista o di un sentire che sa scavalcare o sorvolare.
Io ho superato il mio masso, lui non si è sentito più in panchina ed anzi il giorno dopo, chiamato ad entrare in campo in una partita quasi persa, con le proprie forze e la ritrovata fiducia in se stesso ha portato alla vittoria la propria squadra.
Per niente facile, ma neanche impossibile ed alla fine tanto tanto gratificante.
E se non sempre sarà così, se scopriremo che quell’ostacolo o quella panchina sono davvero un nostro limite, allora avremo sviluppato, si spera, la capacità di accettarlo e rivolgere il nostro sguardo altrove. La vita offre sempre molteplici opportunità, se non poteva essere questa sarà altro.

mercoledì 2 giugno 2010

La libreria creativa





Non sono una consumatrice di certezze, intorno a me invece, molte persone sembrano farne largo uso.
Persone apparentemente organizzatissime, capaci di decidere in un nano secondo che a problema A corrisponde soluzione B. Sembrano portatori di verità ed io li ascolto affascinata, con gli occhioni sbarrati, stupita da tanta sicurezza. Si mostrano fermi, decisi, con la piena capacità di controllo su ogni singolo avvenimento della loro vita. Appaiono provvisti di tasche magiche nelle quali, come in quelle senza fondo di Eta Beta, puoi trovarci di tutto: miriadi di regole, valige di luoghi comuni, verità inaffondabili, schemi, cinismo para cuore. A sentirli parlare somigliano spesso a dei grandi saggi. Per come si presentano non dovrebbero sbagliare un colpo. Poi però, oltrepassata la soglia della famosa apparenza, qualcosa dentro di me intuisce che a tanta organizzazione verbale non corrisponde ad un’altrettanta chiarezza interiore. Ossia, tutto è messo bene in ordine, catalogato con dei codici precisi, quasi l’esistenza fosse una libreria nel quale riporre pagine e pagine del comune vivere. A volte avrei voglia di chiedergli da dove attingono tutte le regole che declamano, se sono le loro o le hanno apprese da qualcun altro che ritengono ancor più saggio. Da quale misterioso pozzo possono tirar su i dettami del loro imperturbabile comportarsi. Ma spesso non serve neanche chiedere, le risposte arrivano da sole quando un colpo di vento improvviso, una pagina di vita non catalogabile arriva a mettere in crisi tutto il sistema ingegnosamente creato. In genere non avevano messo in conto la mescolanza delle possibilità ed è allora che la struttura rigida dei loro pensare diventa un problema. La poca attitudine ad accettare che l’imprevedibile possa rimescolare l’ordine codificato, ricreando un nuovo ordine è, evidentemente, cosa ostica d’accettare. E quindi, per difendersi, giù a sfornare precetti e massime di vita che non si sa bene a chi veramente appartengano e quanto, in ogni caso, abbiano realmente funzionato. Ma poi funzionato rispetto a chi ed a quale situazione? Mi è capitato di ascoltare i ragionamenti più impensati, ho visto comporre sotto i miei occhi schemi chiarificatori di una situazione sentimentale, o liquidare un’emozione come fosse un problema di cui liberarsi in fretta. Tuttavia, la vita tenta sempre di salvarci rimettendo in discussione le nostre monolitiche certezze. Ed è in questi casi che li vedi davanti alla loro libreria tutta ordinata, ben imposta, con il nuovo foglietto in mano, finalmente perplessi se non completamente persi. Umani e mortali. O per lo meno è così che appaiono a me: belli ed invidiabili. Invidiabile sì, perché l’imprevedibile porta con se la potenza per rimescolare ogni cosa offrendoci una grande opportunità: liberare la nostra creatività regalandoci la possibilità d’impostare su i nostri veri desideri un ordine che almeno ci appartenga, nel profondo.

martedì 4 maggio 2010

Come due elefanti


“Quando due elefanti lottano, è l’erba che soffre.”
Proverbio africano
E quella che segue è la mia metafora.
Le relazioni tra due persone spesso si rivelano una lotta tra due elefanti. Gli elefanti in realtà non siamo noi ma l’immagine che di noi, inconsciamente, proiettiamo sul campo comune dei nostri rapporti interpersonali. Il che è molto umano. Desideriamo lasciare la nostra impronta, dimostrare il nostro valore intellettivo, rendere visibile la nostra bellezza. Vogliamo innalzarci, stupire, sedurre, influenzare. Cerchiamo in fondo di mostrarci al meglio. Ma quando scatta questo irresistibile desiderio noi non chiediamo aiuto alla parte più intima e profonda di noi, quella vera, ma bensì a tutto ciò che ci è più facile manifestare: ego, vanità, narcisismo. E così, senza rendercene conto ci trasformiamo giorno dopo giorno in elefanti ingombranti, imponenti, potenzialmente pericolosi.
Gonfiamo le nostre caratteristiche per renderci evidenti agli occhi dell’altro, certi che questo possa essere un modo vincente per raggiungere i nostri obbiettivi. Ma in questo modo ci dimentichiamo dell’erba che si trova sotto le nostre zampe. Ci dimentichiamo di noi, dei nostri sentimenti, dei nostri desideri più intimi, delle nostre fragilità e delicatezze. La nostra vera essenza, ahimè, siamo abituati a celarla, convinti che solo nascondendola ci sarà possibile proteggerla. Senza pensare però che ciò che non si vede, apparentemente non esiste. E’ un paradosso eppure…
Non sarà colpa dell’altro elefante quindi, lui si muove come la natura gli impone, ha zampe pesanti e passi lenti, ma l’erba su cui si posa soffre, si spezza, i fiori appiattiscono, a volte muoiono.
Ed anche quando i due elefanti avranno smesso di lottare, stanchi o soddisfatti, vincitori o vinti poco importa, l’erba resterà calpesta e dolorante. Ci vorrà del tempo prima che ritrovi vigore, la bellezza fiera dei suoi fiori, i quali, di certo, stenteranno un po’ prima di riaprirsi fiduciosi al calore del sole.
Morale: forse a volte sarebbe meglio ridimensionare l’ego, farsi che so gatto, sempre grandino rispetto all’erba ma insomma, almeno il suo è passo felpato e meno pesante.
Oppure, e quest’immagine mi piace ancor di più, potremmo trasformarci in coccinelle: leggere, colorate e capaci di volare su qualunque fiore o filo d’erba senza fare danni.

mercoledì 17 marzo 2010

La verità oltre i fatti


"A forza di cercare questa verità nei fatti mi sono reso conto che i fatti me la nascondevano a volte. E che c’era un livello di verità al di là dei fatti. C’era una cosa più vera di tutti i fatti. Ed è così che ho cambiato la mia prospettiva ed allora, non è che sono diventato matto, cerco sempre quella verità. La cerco d’altre parti, non so se la trovo, ma soltanto il cercarla in maniera diversa da come ho fatto prima, mi da una grande soddisfazione. Allora capisco che quelle persone che fanno sempre le stesse cose di trent’anni fa, pensino che sono diventato matto, ma credimi non sono diventato matto. Ho preso un’altra strada, voglio vedere cosa c’è sui sentieri, ho lasciato l’autostrada, non m’interessano più gli autogrill e camminare a duecento all’ora. Voglio andare più piano e su altre strade che forse conducono altrove o forse conducono da nessuna parte, ma almeno ho provato".
Di Tiziano Terzani

lunedì 8 marzo 2010

La democrazia non è morta, ma ha gravi problemi respiratori


Non credo che la democrazia sia morta, ma penso che abbia gravi difficoltà respiratorie.Aver permesso ad una parte del popolo di votare è democrazia, ma non lo è il modo con cui questo atto dovuto è stato compiuto e dichiarato. Non lo è, quando invece di ammettere un errore madornale legate ad un becero modo di compilare le liste, si afferma che sono stati altri a sbagliare, ad impedire, a non permettere. I rappresentati di questo governo sembrano bambini dispotici ed irresponsabili gestiti da una manciata di genitori arroganti e padronali. Voglio un paese piegato ai loro comodi, vogliono poter scorazzare nel nostro vivere senza piegarsi mai, a loro volta, al rispetto di una regola o di quella morale di cui troppo spesso si riempiono la bocca. Ho l’impressione che ci guardino dall’alto dei loro palazzi pensando come diceva il Marchese del Grillo “ E che ce volete fa, io so io e voi non siete un cazzo!”Credo che questo governo stia mostrando ogni giorno di più i propri limiti e difetti, in un miscuglio fatto di pochissima democrazia e molta, troppa volontà prevaricatrice ed illiberale. Credo che anche chi per passione ed ideale politico l’abbia sempre votato, non può, se dotato di un minimo senso critico ed istinto di sopravvivenza, non ammettere che chi lo rappresenta se ne frega di tutti e di tutto, anche di lui/lei. Ora non si tratta più di essere da una parte o dall’altra, di un colore o dell’altro. In questi ultimi mesi il popolo italiano sta assistendo ad uno scempio che riguarda tutti. Le ingiustizie sociali sono sempre pericolose e nessuno può essere tanto scemo da sentirsi al riparo. Oggi a me e domani a te. E la mia preoccupazione più grande non è tanto legata ad un decreto che ha cercato di mettere una toppa ad una falla creatasi per un’ incapacità ormai conclamata e palese anche ai muri.Quello che più mi spaventa è che tutto questo sta avvenendo mentre, con una atto veramente anti democratico, questo governo ed i suoi deputati scelti e votati dal nostro popolo, quelli a cui tutti noi paghiamo stipendi e privilegi eccezionali, ha deciso in modo del tutto arbitrario e concettualmente violento di spegnere delle importanti trasmissioni informative. La Rai è un servizio pubblico ed i cittadini sono chiamati a pagare un canone, ma non sono liberi di scegliere cosa vedere, a noi non è concesso il libero arbitrio. Noi, il povero popolo siamo ritenuti, ed a volte forse giustamente, una massa d’idioti incapaci di comprendere ed interpretare ciò che ci viene detto. Questa è la stima e la considerazione con cui veniamo trattati, questo è il pensiero di fondo che muove evidentemente il loro gestirci, ops…scusate il lapsus, governarci.Tutto quello che sta accadendo in questo paese non ha quindi una vera ed adeguata cassa di risonanza, non ha voci controcampo che urlano un diverso punto di vista. No, in un momento così delicato hanno deciso che le voci che possono raccontarci la storia che stiamo vivendo debbano essere quel bisbigli vuoti che ci arrivano dai telegiornali. Ecco io sono più spaventata da quello che stanno disfacendo ed imbavagliando, dal modo con cui tutto questo sta avvenendo, dalla prepotenza di un pensiero che mi riporta a dei racconti lontani, ad un tempo che fortunatamente non ho vissuto, ma che mio padre e mia madre essendone stati testimoni mi hanno tante volte spiegato e descritto. E vi assicuro dicevano che non è era stato per niente un bel vivere e l’Italia per riprendersi ci ha messo decenni.

giovedì 7 gennaio 2010

Cosa seduce una donna



Cosa seduce una donna?
Niente di quello che in genere gli uomini immaginano o sperano, ahimè…
Le donne sono regine nell’ambito dei sentimenti e su questo non è possibile aprire nessun dibattito: è un assioma.
E quando le donne si riuniscono intorno ad un tavolo e bisbocciano tra te e pasticcini nella luce intima di una candela, i discorsi si fanno immediatamente intimi e meravigliosamente interessanti.
Se gli uomini sapessero come vengono vivisezionati, ne sono certa, sentirebbero scorrere un brivido di terrore lungo la schiena. Nulla sfugge, infatti, gli occhi dell’anima con cui le donne guardano gli uomini che le circondano.
Ed allora almeno per alcuni istanti io, per questi uomini, provo una fugace tenerezza. Fugace, ma la provo.
Loro, i nostri eroi, tutti impegnati a dimostrare al mondo il loro inesauribile vigore fisico e le loro strabilianti carriere, cadono in capitomboli rovinosi su tutt’altre dimensioni nella più completa inconsapevolezza. A dire il vero, non ho ben chiaro chi inganni chi, ma di certo un equivoco di base ci deve essere.
In ogni discorso tra donne, in cui si parla di uomini, si giunge sempre alla stessa conclusione: tra le braccia più che un uomo, in genere, abbiamo la sensazione di tenere un essere inconsapevole e vi assicuro, questa è una sensazione predominante e poco piacevole. Leggendo testi qua là la storia conferma quanto appena detto. Le donne passano la maggior parte del loro tempo nella speranza che l’uomo di turno si renda conto che i luoghi dove misuriamo la loro virilità sono quelli dell’anima, del coraggio del saper essere e vivere, più che tra le lenzuola ed il portafoglio.
Noi possiamo non vedere una pancetta floscia, delle calvizie dispettose, o sorvolare sul grigiore di una carriera non brillante, ma vi assicuro, ogni donna in cuor suo sa la reale grandezza dell’uomo che ha di fronte. Che faccia apparentemente finita di niente è un dettaglio che riguarda la nostra atavica capacità di accogliere il mediocre, rimandando bagliore d’infinita bellezza, ma credetemi, ognuna di noi sa. E se sa, nell’intimità del proprio io, è proprio la mancanza di coraggio che non riesce a tollerare. Non è sulle prestazioni sessuali che una donna focalizza il suo interesse, questa è una convinzione tutta maschile. La donna è sedotta dall’audacia con cui lo sente vivere, dalla consapevolezza di cui lo vede fornito, dell’ardore con cui non esita a gettarsi “anima e core” nel suo sentimento per lei. La seduce chi sa ascoltarla, chi si sforza di comprenderla, chi le pone domande, chi si lascia esplorare e non ha paura di esplorare, insieme a lei, i meandri della vita o di quel mondo fantastico che sono per lei i sentimenti.
La seduce l’eleganza dei pensieri, l’allegria del saperla prendere tra le braccia e farla ballare, non l’aridità impaurita di un cuore sfuggente che traballa e si irrigidisce. Se gli uomini sapessero sciogliersi in spontaneità emotive, in un’ironia leggera che le facesse ridere, le donne, ne sono sicura, saprebbero perdonargli molte cose su cui inutilmente si dannano ed affannano. A volte mi viene un sospetto: ma gli uomini invece di raccontarsi balle tra loro, perché non si raccontano amabilmente alle loro donne? Perché non smettono di voler sedurre le loro compagne pensandole piani aziendali su cui provare e riprovare strategie astruse che su di noi non hanno alcun effetto?
E’ l’uomo che vorremo, vero ed umano e questo ci basterebbe.

Sicuro che siamo noi le complicate?

martedì 24 novembre 2009

Muro, rete e saper cogliere


Pensieri che corrono nella mente e idee che rimbalzano nei discorsi con gli amici.
E’ successo così anche con questa strana teoria. Una macchina che scivola sull’asfalto, la musica che esplode nell’aria, una curva tra gli alberi mentre il sole mi accarezza.

Ci si chiedeva: “Quel’è la differenza tra chi non è capace di afferrare quanto d’importante la vita gli offre e chi, al contrario raccoglie, anche tra i cocci, quel che era bene salvare?
Ed allora mi viene in mente che c’è chi è solo capace di farsi muro, chi diventa rete e chi sa cogliere e, nel saper coglier,e sa bene quel che lasciare.
Ed io che tipo sono?
Gli amici più intimi lo sanno, rimango sempre perplessa, e molto, di quanto il mio modo d’essere sembri, nei confronti della vita, anomalo. Io sono semplicemente io, e la mia compagnia è per me talmente abituale da sembrarmi banale. Ma forse, come dice da tempo un carissimo amico, alla mia età sarebbe giusto ed opportuno acquisire una consapevolezza di quel che accade quando mi esprimo nel mondo. Per non fare troppi danni, dice simpaticamente lui. Ed allora ho iniziato a ragionarci su e, l’unica cosa che mi è venuta in mente è che io vivo lasciandomi attraversare da quel che incrocio lungo la strada. Non m’impongo, come spesso vedo fare, di respingere o gestire o controllare le cose che mi accadono. Ho imparato che irrigidirsi, ostacolare, insomma tutto quello che per paura si cerca di fare per non venir travolti o stravolti, non ha alcun senso. Le cose arrivano a prescindere da ciò che vorremmo o siamo in grado d’ipotizzare e mettersi davanti a loro, ferrei come pali non è una buona idea. E lo confesso, è un comportamento che conosco assai bene. Applicato diligentemente per svariati decenni, e comprovato nella sua totale inutilità. Oltre tutto, diventare muro non consente di fare quello che io definisco “l’effetto rete”: nulla, neanche il buono, resta impigliato dentro di noi e quindi non potremmo nutrirci di quanto offerto dalla sorte. Il muro ha una consistenza indeformabile, che non si plasma attorno a quello con cui si scontra: o si rompe o resiste e quindi in ogni caso non assorbe elementi. Io, invece sono divenuta flessuosa nei confronti della vita e questo, forse e dico forse, mi consente di trattenere molto e farmi, paradossalmente, molto meno male. La presuntuosità di noi umani, invece, è talmente sconfinata che c’impedisce di accettare una cosa fondamentale: che non possiamo modificare l’immodificabile. Non è saggio illuderci che sempre e comunque la nostra volontà sia in grado di piegare gli eventi, o il loro svolgimento, ai nostri desideri, alle nostre paure. Quello che, sempre credo, è in nostro potere fare è piuttosto interpretare ciò che ci capita e poi, con l’effetto rete, cercare di portare dentro di noi il meglio che siamo riusciti a pescare. M badate bene, non solo quando il mare è calmo, ma anche e principalmente quando nel nostro oceano si scatena la tempesta. Ma uscendo dall’acqua, elemento non a tutti congeniale, potremmo dire che la nostra esistenza è un cammino e il destino ci circonda di miliardi di occasioni. Arrivare a saper cogliere vuol dire sapere essere arrivati a saper riconoscere quello che è bene oltrepassando ciò che non lo è. Sapere scegliere e quindi scindere, ma con morbidezza, assecondando la vita.