La cosa più ingiusta della vita è come finisce.Voglio dire: la vita è dura e impiega la maggior parte del nostro tempo...Cosa ottieni alla fine? La morte.Che significa? Che cos'è la morte? Una specie di bonus per aver vissuto?Credo che il ciclo vitale dovrebbe essere del tutto rovesciato. Bisognerebbe iniziare morendo, così ci si leva il pensiero. Poi, in unospizio dal quale si viene buttati fuori perché troppo giovani.Ti danno una gratifica e quindi cominci a lavorare per quarant'anni, fino ache sarai sufficientemente giovane per goderti la pensione.Seguono feste, alcool, erba e il liceo.Finalmente cominciano le elementari, diventi bambino, giochi e non hairesponsabilità, diventi un neonato, ritorni nel ventre di tua madre,passi ituoi ultimi nove mesi...galleggiando e....finisci il tutto con unbell'orgasmo!
WOODY ALLEN
Io lo trovo geniale.
La stanza del tè è un luogo fisico ma è anche un luogo mentale. Le persone che si muovono al suo interno escono temporaneamente dal mondo e dal suo affanno per contemplare, durante il rito del tè, il vuoto dove dimenticare la razionalità e raggiungere un approccio totalizzante con le cose e le persone.
Un pò di me e la mia intervista con Maurizio Costanzo e più in giù in nuovi post
venerdì 28 settembre 2007
mercoledì 26 settembre 2007
AIUTO!!!!!!!!!
Invito per una conferenza stampa, argomento interessante, tentenno, vado, non vado. Da quando sono tornata dall’Africa effettivamente tendo un po’ ad isolarmi, troppe sensazioni, troppi pensieri e molta voglia d’intimità; con me stessa. Ma forse è carino andare, e vado.
L’amica che mi ha invitato è in ritardo ma io conosco il contesto, in fondo è per gran parte il mio ambiente lavorativo. Come direbbero i siciliani “m’inoltro” nel percorso che mi porterà in sala.
Primi incontri, scialbe frasi di circostanza e la solita mania di dimostrarsi travolti dagli impegni, come se questo possa essere un vanto, l’evidente conferma di quanto si conti in questo mondo. Subdola mi torna in mente una frase di Lichtenberg: “ La gente che non ha mai tempo fa pochissimo.” Ma perché continuo a leggere i filosofi?
La peluria del mio corpo intanto inizia ad alzarsi.
Entro in sala, è già gremita, il cellulare non prende e dovrò quindi restare all’allerta, in attesa della mia amica. Mi guardo intorno, è una vera passerella, affluisce di tutto: personaggi famosi, noti, meno noti ma quasi tutti con una “corte dei miracoli” che li segue o li anticipa affinché a nessuno sfugga il loro ruolo, l’importanza della posizione raggiunta. E poi intorno a tutti questi personaggi uno sciame di "addetti ai lavori” che industrioso si muove rassegnato e tutto sommato indifferente.
E va bhe, penso, il comportamento dei “tromboni tronfi” (così li chiamo in genere) è sciocco ma tutto sommato ha una sua logica, non condivisibile ma comprensibile. Ma quelli che capisco sempre meno sono loro “la corte dei miracoli” che, non si sa bene perché, scodinzola felice, convinta di aver raggiunto chissà quale quarto di nobiltà soltanto per essere arrivata sotto gli scalini del trono.
Torno ad osservare.
È un continuo ciao ciao, splendidi sorrisi e plateali abbracci ma soprattutto un’ostentata volontà di mostrarsi molto più a proprio agio di quanto in realtà non ci si senta. In verità è un continuo osservarsi, misurarsi, e principalmente valutarsi in base a criteri sconclusionati, erronei, che ben poco hanno a che fare con gli effettivi meriti di ognuno.
E’ evidente che siamo in preda ad una pericolosa forma di follia. Metà delle energie impiegate in questa sala sono disperse in azioni inutili, che non produrranno nulla, che ancora più semplicemente non hanno alcun senso.
Mi dico che forse sto esagerando eppure più mi guardo intorno e più mi viene in mente Pirandello e la sua teoria sulle maschere che indossiamo. Qui ne hanno tutti almeno due o tre ed è così evidente che tutto quel pavoneggiarsi ed agitarsi m’intristisce nella pochezza degl’intenti ma paradossalmente mi rimanda ad un non so che di comico, infatti, con tutto questo sovrapporsi di maschere nessuno, in fondo, sa veramente con chi sta parlando. Il vero “Se” d’ognuno chissà dov’è.
Ma non voglio essere ingiusta, so che purtroppo queste sono le regole del gioco e non è per niente facile svincolarsi. Però quando mi trovo davanti “ Tesoro” il mio auto controllo sbanda e la volontà di trovare una giustificazione anche all’impossibile mi gira decisamente le spalle.
“ Tesoro” è uno dei tanti personaggi che si aggirano nella “ Corte dei miracoli” e con scaltrezza non ricordando i nomi di tutti si rivolge a chiunque chiamandolo “ amore o tesoro”. Con me non fa eccezioni, soltanto che oggi più di ieri non ho nessuna voglia di sentirmi chiamare “Tesoro” e vorrei dirglielo, magari con un sorriso altezzoso ma non ce la faccio, è già via, impegnata in un nuovo abbraccio, in un nuovo “Tesoro!!!”.
L’incontro con “Tesoro” mi divide in due: una parte di me, quella seria ed insofferente all’idiozia mi spinge decisa verso l’uscita, l’altra quella biricchina ed ironica cerca di opporsi suggerendomi di notare le scene da zoom fotografico imperdibili che si svolgono intorno a me ed il mio senso del fermo immagine vince e mi trattiene.
Arriva un Lui, non so chi è ma la signora matura accanto a me si illumina come un filo incandescente per essere stata pubblicamente salutata, e nell’enfasi dell’emozione compie una totale torsione del busto regalando alla platea un sorriso cavallino che ha del terrificante, ma lei non lo sa, pensa soltanto a quanti gradini sia riuscita a salire grazie a quel piccolo gesto di riconoscimento pubblico e le basta così, per i meccanismi che animano questo luogo meglio non poteva andarle. Più avanti un altro miracolato di giovane età riceve, sempre dallo stesso Lui, che intanto continua ad avanzare nella sala, un sguardo di saluto, più che altro un cenno ma tanto basta a farlo impennare all’indietro quasi fosse incapace di sostenere il peso di tanta grazia.
A questo punto non posso che trovarmi d’accordo con lui, il grande Schopenhauer quando sostiene che: “ Fa troppo onore agli uomini chi attribuisce un grande valore alle loro opinioni.” Ma qui funziona così e tutti s’inchinano a quello che la massa crede d’aver deciso, crede essere inopinabile in quanto socialmente condiviso e ben pochi hanno il coraggio di imporre il proprio stile, il proprio modo d’essere perché, ad onor del vero, non è per niente facile.
Tutto sommato infatti, nonostante l’età adulta, anche in noi resistono forme d’adolescenziale insicurezza le quali, messe sotto pressione dalla spietatezza del comune giudizio, ci spingono ad essere quello che non siamo, accettando comportamenti assurdi e poco dignitosi per il nostro Io.
Non è colpa di nessuno ed è colpa di tutti.
Ma io vengo dall’Africa e poi dalla mia gita a cavallo e non è neanche colpa mia se ciò che ho visto e di conseguenza provato ha ampliato ulteriormente il profondo disagio che già provavo nei confronti di regole e modalità che non riconosco valide in quanto oggettivamente stupide, e so che alla fine questo è un bel guaio perché io vivo qui e questo è il mio lavoro ed a me il tutto piacerebbe anche se solo fosse meno falso e più concreto. La vita, quella che intendo vivere è altro e pulsa e mi chiama ed a volte sa farmi male ma non posso più stare lontano da lei, dai rapporti umani veri e quanto più possibile sensati e tutto questo teatrino mi sembra una farsa giullaresca che quando non m’innervosisce mi annoia terribilmente.
Il resto poi, questo gran girare a vuoto, lo sprecare energie preziose per cercare di adeguarsi ad un livellamento mentale privo di saggezza, mi sembra veramente ed unicamente una gran perdita di tempo e lo sapete, perché l’ho scritto in un mio precedente post, cosa penso della “impagabilità del mio tempo”. E’ un bene assoluto ed intendo usarlo per altro.
L’amica che mi ha invitato è in ritardo ma io conosco il contesto, in fondo è per gran parte il mio ambiente lavorativo. Come direbbero i siciliani “m’inoltro” nel percorso che mi porterà in sala.
Primi incontri, scialbe frasi di circostanza e la solita mania di dimostrarsi travolti dagli impegni, come se questo possa essere un vanto, l’evidente conferma di quanto si conti in questo mondo. Subdola mi torna in mente una frase di Lichtenberg: “ La gente che non ha mai tempo fa pochissimo.” Ma perché continuo a leggere i filosofi?
La peluria del mio corpo intanto inizia ad alzarsi.
Entro in sala, è già gremita, il cellulare non prende e dovrò quindi restare all’allerta, in attesa della mia amica. Mi guardo intorno, è una vera passerella, affluisce di tutto: personaggi famosi, noti, meno noti ma quasi tutti con una “corte dei miracoli” che li segue o li anticipa affinché a nessuno sfugga il loro ruolo, l’importanza della posizione raggiunta. E poi intorno a tutti questi personaggi uno sciame di "addetti ai lavori” che industrioso si muove rassegnato e tutto sommato indifferente.
E va bhe, penso, il comportamento dei “tromboni tronfi” (così li chiamo in genere) è sciocco ma tutto sommato ha una sua logica, non condivisibile ma comprensibile. Ma quelli che capisco sempre meno sono loro “la corte dei miracoli” che, non si sa bene perché, scodinzola felice, convinta di aver raggiunto chissà quale quarto di nobiltà soltanto per essere arrivata sotto gli scalini del trono.
Torno ad osservare.
È un continuo ciao ciao, splendidi sorrisi e plateali abbracci ma soprattutto un’ostentata volontà di mostrarsi molto più a proprio agio di quanto in realtà non ci si senta. In verità è un continuo osservarsi, misurarsi, e principalmente valutarsi in base a criteri sconclusionati, erronei, che ben poco hanno a che fare con gli effettivi meriti di ognuno.
E’ evidente che siamo in preda ad una pericolosa forma di follia. Metà delle energie impiegate in questa sala sono disperse in azioni inutili, che non produrranno nulla, che ancora più semplicemente non hanno alcun senso.
Mi dico che forse sto esagerando eppure più mi guardo intorno e più mi viene in mente Pirandello e la sua teoria sulle maschere che indossiamo. Qui ne hanno tutti almeno due o tre ed è così evidente che tutto quel pavoneggiarsi ed agitarsi m’intristisce nella pochezza degl’intenti ma paradossalmente mi rimanda ad un non so che di comico, infatti, con tutto questo sovrapporsi di maschere nessuno, in fondo, sa veramente con chi sta parlando. Il vero “Se” d’ognuno chissà dov’è.
Ma non voglio essere ingiusta, so che purtroppo queste sono le regole del gioco e non è per niente facile svincolarsi. Però quando mi trovo davanti “ Tesoro” il mio auto controllo sbanda e la volontà di trovare una giustificazione anche all’impossibile mi gira decisamente le spalle.
“ Tesoro” è uno dei tanti personaggi che si aggirano nella “ Corte dei miracoli” e con scaltrezza non ricordando i nomi di tutti si rivolge a chiunque chiamandolo “ amore o tesoro”. Con me non fa eccezioni, soltanto che oggi più di ieri non ho nessuna voglia di sentirmi chiamare “Tesoro” e vorrei dirglielo, magari con un sorriso altezzoso ma non ce la faccio, è già via, impegnata in un nuovo abbraccio, in un nuovo “Tesoro!!!”.
L’incontro con “Tesoro” mi divide in due: una parte di me, quella seria ed insofferente all’idiozia mi spinge decisa verso l’uscita, l’altra quella biricchina ed ironica cerca di opporsi suggerendomi di notare le scene da zoom fotografico imperdibili che si svolgono intorno a me ed il mio senso del fermo immagine vince e mi trattiene.
Arriva un Lui, non so chi è ma la signora matura accanto a me si illumina come un filo incandescente per essere stata pubblicamente salutata, e nell’enfasi dell’emozione compie una totale torsione del busto regalando alla platea un sorriso cavallino che ha del terrificante, ma lei non lo sa, pensa soltanto a quanti gradini sia riuscita a salire grazie a quel piccolo gesto di riconoscimento pubblico e le basta così, per i meccanismi che animano questo luogo meglio non poteva andarle. Più avanti un altro miracolato di giovane età riceve, sempre dallo stesso Lui, che intanto continua ad avanzare nella sala, un sguardo di saluto, più che altro un cenno ma tanto basta a farlo impennare all’indietro quasi fosse incapace di sostenere il peso di tanta grazia.
A questo punto non posso che trovarmi d’accordo con lui, il grande Schopenhauer quando sostiene che: “ Fa troppo onore agli uomini chi attribuisce un grande valore alle loro opinioni.” Ma qui funziona così e tutti s’inchinano a quello che la massa crede d’aver deciso, crede essere inopinabile in quanto socialmente condiviso e ben pochi hanno il coraggio di imporre il proprio stile, il proprio modo d’essere perché, ad onor del vero, non è per niente facile.
Tutto sommato infatti, nonostante l’età adulta, anche in noi resistono forme d’adolescenziale insicurezza le quali, messe sotto pressione dalla spietatezza del comune giudizio, ci spingono ad essere quello che non siamo, accettando comportamenti assurdi e poco dignitosi per il nostro Io.
Non è colpa di nessuno ed è colpa di tutti.
Ma io vengo dall’Africa e poi dalla mia gita a cavallo e non è neanche colpa mia se ciò che ho visto e di conseguenza provato ha ampliato ulteriormente il profondo disagio che già provavo nei confronti di regole e modalità che non riconosco valide in quanto oggettivamente stupide, e so che alla fine questo è un bel guaio perché io vivo qui e questo è il mio lavoro ed a me il tutto piacerebbe anche se solo fosse meno falso e più concreto. La vita, quella che intendo vivere è altro e pulsa e mi chiama ed a volte sa farmi male ma non posso più stare lontano da lei, dai rapporti umani veri e quanto più possibile sensati e tutto questo teatrino mi sembra una farsa giullaresca che quando non m’innervosisce mi annoia terribilmente.
Il resto poi, questo gran girare a vuoto, lo sprecare energie preziose per cercare di adeguarsi ad un livellamento mentale privo di saggezza, mi sembra veramente ed unicamente una gran perdita di tempo e lo sapete, perché l’ho scritto in un mio precedente post, cosa penso della “impagabilità del mio tempo”. E’ un bene assoluto ed intendo usarlo per altro.
lunedì 24 settembre 2007
Augurio a me stessa
Cosi come, il giorno che ti ha dato al mondo,
il sole si offriva al saluto dei pianeti,
subito tu crescesti e continuasti a crescere
secondo la legge in base alla quale eri apparso.
Così devi essere, non puoi sfuggire a te stesso,
così dissero già le sibille e i profeti,
e nè tempo nè potere alcuno possono frantumare
una forma impressa, che, vivendo, si sviluppa.
il sole si offriva al saluto dei pianeti,
subito tu crescesti e continuasti a crescere
secondo la legge in base alla quale eri apparso.
Così devi essere, non puoi sfuggire a te stesso,
così dissero già le sibille e i profeti,
e nè tempo nè potere alcuno possono frantumare
una forma impressa, che, vivendo, si sviluppa.
Goethe
domenica 23 settembre 2007
Sono anche io un Grillo Parlante?
Oggi Grillo ha invitato i cittadini italiani a partecipare ai consigli Comunali per rendersi conto di quanto accade a telecamere spente all'interno di questi luoghi.
Io lavoro in questo ambito e sono anni che incito i miei amici, i conoscenti e tutti coloro con i quali mi capita di parlare di politica, a partecipare ai Consigli Regionali, Provinciali e Comunali. E chi mi conosce lo sa.
Peccato che, non essendo famosa, alle mie parole viene dato un peso relativo, ed anche questa è cosa risaputa, ma oggi mi è venuto proprio da ridere nel sentire questa notizia e vezzosamente non sono stata capace di trattenermi ed auto lusingarmi sul Blog.
Grillo ha parlato e qualcuno sicuramente si recherà ad assistere a qualche seduta di Consiglio. Io, ahimè, non sono stata capace di smuovere non dico le masse ma neanche il mio vicino di casa. Ho ascoltato milioni di lamentele sugli argomenti più disparati ma in tutti questi anni nessuno, dico nessuno, di questi cittadini arrabiati ha trovato la voglia od il tempo di seguire il mio suggerimento.
Ognuno tragga le proprie conclusioni.
Io lavoro in questo ambito e sono anni che incito i miei amici, i conoscenti e tutti coloro con i quali mi capita di parlare di politica, a partecipare ai Consigli Regionali, Provinciali e Comunali. E chi mi conosce lo sa.
Peccato che, non essendo famosa, alle mie parole viene dato un peso relativo, ed anche questa è cosa risaputa, ma oggi mi è venuto proprio da ridere nel sentire questa notizia e vezzosamente non sono stata capace di trattenermi ed auto lusingarmi sul Blog.
Grillo ha parlato e qualcuno sicuramente si recherà ad assistere a qualche seduta di Consiglio. Io, ahimè, non sono stata capace di smuovere non dico le masse ma neanche il mio vicino di casa. Ho ascoltato milioni di lamentele sugli argomenti più disparati ma in tutti questi anni nessuno, dico nessuno, di questi cittadini arrabiati ha trovato la voglia od il tempo di seguire il mio suggerimento.
Ognuno tragga le proprie conclusioni.
venerdì 21 settembre 2007
Gita a cavallo
Lo scorso fine settimana sentivo veramente un gran desiderio di natura, voglia di verde, di sole e di una buona passeggiata a cavallo. Io non vado mai a cavallo, l’ultima volta mi è capitato anni fa, una decina per l’esattezza. Questo improvviso desiderio quindi mi è sembrato così stravagante da essere preso subito in gran considerazione.
Consulto familiare, condivisione della proposta e decisione: si parte. Un sano week-end tra le colline umbre in un piccolo agriturismo perso nel nulla. Una magia.
Sabato mattina, dopo una favolosa colazione all’aperto, ci rechiamo all’appuntamento con il nostro buttero per la gita a cavallo ma c’è un problema, uno degli animali ha perso i ferri e la passeggiata deve essere rimandata al pomeriggio. Poco male ci dedichiamo ad una piacevole camminata tra i boschi. Semplice pasto, riposino e torniamo sul luogo dell’appuntamento. Il mandriano non c’è ed i cavalli neppure. Attendiamo. Dopo circa mezz’ora arrivano tre bimbette accaldate e con il fiatone. “La cavalla” ci dicono “ non si fa prendere e papà sta cercando in tutti i modi di risolvere il problema”. Rimaniamo in attesa. Tornano le bimbette, sempre più accaldate. Niente da fare, la cavalla non ne vuole sapere, per oggi dobbiamo rinunciare al nostro programma. Con le indicazione delle bambine raggiungiamo il povero cavallerizzo. E’ madido di sudore e non sa come scusarsi per l’inconveniente. Lo rassicuriamo e fissiamo un nuovo appuntamento per la mattina successiva. A questo punto potremmo andare ma restiamo a guardare divertiti, almeno noi, la cavalla ribelle che fugge in ogni dove ed il povero uomo che con qualunque mezzo e vari tipi di tranelli non smette di tentare la presa. Per quanto questa puledra ci sia simpatica ognuno di noi si augura di non averla in sorte il giorno dopo.
Domenica mattina, nuovo appuntamento e finalmente siamo tutti presenti compresa la cavalla ribelle che, a dire il vero, continua a non sembrare molto disponibile ma il buttero oggi non transige e si monta a cavallo. Ossia gli altri montano in sella, per me la faccenda è più ostica del previsto e per quanto mi sia illusa di aver prodotto un poderoso slancio resto con un piede infilato nella staffa ed il resto del corpo avvinghiato di traverso alla sella. Il povero buttero assume un espressione perplessa, vorrebbe aiutarmi e l’istinto gli suggerirebbe di darmi una bella spinta ma la buona educazione glie l’impedisce ed io conscia della posizione ridicola inizio a ridere perdendo anche le ultime forze a disposizione. Poi uno scatto d’orgoglio e mi ritrovo in sella. E’ evidente la mia assoluta mancanza di agilità ma non demordo ed assumo con un certo contegno la postura consigliata.
La mia cavalla si chiama Asia, è tranquilla ma molto golosa, vorrebbe quindi ignorarmi e continuare a mangiare ma non si può, la gita ha inizio. Asia però traccheggia e continua a fermarsi per gustare erbette, io con tono deciso tento di dissuaderla e tiro le briglie, lei infastidita ogni volta si vendica ripartendo al trotto. Tra l’ilarità generale cerco di non perdere l’equilibrio. “ “Stringi le ginocchia” mi suggerisce il nostro accompagnatore ed io diligente cerco di farlo ma ogni volta il dolore alle gambe aumenta. Resisto e mi concentro, io ed Asia dobbiamo riuscire a comunicare.
Intanto attraversiamo sentieri bellissimi e l’atmosfera è esattamente quella che avevo sperato. Passeggiando io ed Asia sembriamo aver trovato un punto di contatto, evito anche i rami e questa conquista m’inorgoglisce ma lei come intuendo i miei pensieri di tanto in tanto si gira e sembra osservarmi. Possibile? Eppure mi guarda ed i suoi occhi assumono un’aria compassionevole, ha capito la mia buona volontà ma non devo illudermi tra noi due è lei che regge le briglie.
Dopo quasi due ore di passeggiata e sprazzi al trotto le mie ginocchia m’implorano di smetterla e tornare a casa. Gli ultimi dieci minuti sono un tormento. Finalmente arriviamo. Smonto da cavallo, le miei rotule sono due perni doloranti ed io zoppicando salgo in macchina. Il mio essere cittadina ha azzerato la mia capacità di muovermi in modo naturale nel mio contesto naturale. La verità, per niente semplice d’accettare, mi spinge a molteplici riflessioni che rimando però ad un prossimo post.
Consulto familiare, condivisione della proposta e decisione: si parte. Un sano week-end tra le colline umbre in un piccolo agriturismo perso nel nulla. Una magia.
Sabato mattina, dopo una favolosa colazione all’aperto, ci rechiamo all’appuntamento con il nostro buttero per la gita a cavallo ma c’è un problema, uno degli animali ha perso i ferri e la passeggiata deve essere rimandata al pomeriggio. Poco male ci dedichiamo ad una piacevole camminata tra i boschi. Semplice pasto, riposino e torniamo sul luogo dell’appuntamento. Il mandriano non c’è ed i cavalli neppure. Attendiamo. Dopo circa mezz’ora arrivano tre bimbette accaldate e con il fiatone. “La cavalla” ci dicono “ non si fa prendere e papà sta cercando in tutti i modi di risolvere il problema”. Rimaniamo in attesa. Tornano le bimbette, sempre più accaldate. Niente da fare, la cavalla non ne vuole sapere, per oggi dobbiamo rinunciare al nostro programma. Con le indicazione delle bambine raggiungiamo il povero cavallerizzo. E’ madido di sudore e non sa come scusarsi per l’inconveniente. Lo rassicuriamo e fissiamo un nuovo appuntamento per la mattina successiva. A questo punto potremmo andare ma restiamo a guardare divertiti, almeno noi, la cavalla ribelle che fugge in ogni dove ed il povero uomo che con qualunque mezzo e vari tipi di tranelli non smette di tentare la presa. Per quanto questa puledra ci sia simpatica ognuno di noi si augura di non averla in sorte il giorno dopo.
Domenica mattina, nuovo appuntamento e finalmente siamo tutti presenti compresa la cavalla ribelle che, a dire il vero, continua a non sembrare molto disponibile ma il buttero oggi non transige e si monta a cavallo. Ossia gli altri montano in sella, per me la faccenda è più ostica del previsto e per quanto mi sia illusa di aver prodotto un poderoso slancio resto con un piede infilato nella staffa ed il resto del corpo avvinghiato di traverso alla sella. Il povero buttero assume un espressione perplessa, vorrebbe aiutarmi e l’istinto gli suggerirebbe di darmi una bella spinta ma la buona educazione glie l’impedisce ed io conscia della posizione ridicola inizio a ridere perdendo anche le ultime forze a disposizione. Poi uno scatto d’orgoglio e mi ritrovo in sella. E’ evidente la mia assoluta mancanza di agilità ma non demordo ed assumo con un certo contegno la postura consigliata.
La mia cavalla si chiama Asia, è tranquilla ma molto golosa, vorrebbe quindi ignorarmi e continuare a mangiare ma non si può, la gita ha inizio. Asia però traccheggia e continua a fermarsi per gustare erbette, io con tono deciso tento di dissuaderla e tiro le briglie, lei infastidita ogni volta si vendica ripartendo al trotto. Tra l’ilarità generale cerco di non perdere l’equilibrio. “ “Stringi le ginocchia” mi suggerisce il nostro accompagnatore ed io diligente cerco di farlo ma ogni volta il dolore alle gambe aumenta. Resisto e mi concentro, io ed Asia dobbiamo riuscire a comunicare.
Intanto attraversiamo sentieri bellissimi e l’atmosfera è esattamente quella che avevo sperato. Passeggiando io ed Asia sembriamo aver trovato un punto di contatto, evito anche i rami e questa conquista m’inorgoglisce ma lei come intuendo i miei pensieri di tanto in tanto si gira e sembra osservarmi. Possibile? Eppure mi guarda ed i suoi occhi assumono un’aria compassionevole, ha capito la mia buona volontà ma non devo illudermi tra noi due è lei che regge le briglie.
Dopo quasi due ore di passeggiata e sprazzi al trotto le mie ginocchia m’implorano di smetterla e tornare a casa. Gli ultimi dieci minuti sono un tormento. Finalmente arriviamo. Smonto da cavallo, le miei rotule sono due perni doloranti ed io zoppicando salgo in macchina. Il mio essere cittadina ha azzerato la mia capacità di muovermi in modo naturale nel mio contesto naturale. La verità, per niente semplice d’accettare, mi spinge a molteplici riflessioni che rimando però ad un prossimo post.
mercoledì 19 settembre 2007
La giuria
Oggi tra le righe di questo post si svolgerà un processo simbolico.
L’imputato sarò io e verrò difesa dalla mia parte emotiva –forza di volontà.
L’accusa per la quale mi sottoporrò al vostro giudizio riguarderà la mia passione: la scrittura.
Il Pubblico Ministero che si occuperà di dimostrare la mia colpevolezza sarà la mia coscienza.
Poi ci sarà un giudice a cui darò voce cercando di non influenzare le sue opinioni.
Voi sarete la giuria e, se vorrete, potrete esprimere la vostra opinione attraverso questo blog o canali a voi congeniali.
Un ultima cosa… il post è un po’ lungo ma il caso è articolato ed io conto sulla vostra curiosità.
Ed ora andiamo a cominciare.
-Giudice: Imputato come si dichiara?
-Imputato: Innocente sig. Giudice
-Giudice: Si metta agli atti; P.M. - coscienza prego, può iniziare.
-P.M. Coscienza: Sig. Giudice vorrei esporre i fatti e contemporaneamente, per brevità, interrogare l’imputata.
-Giudice: Sono d’accordo, proceda pure.
-P.M. Coscienza: Sig.ra come ben sa è chiamata a difendersi in questa corte poiché lei a causa della sua passione, la scrittura appunto, sta trascurando molti aspetti della sua esistenza, compresi alcuni affetti che probabilmente a causa sua potrebbero soffrire dei disagi. Riconosce come vero ciò di cui la sto accusando?
-Imputato: Non del tutto Sig. P.M., io sto facendo del mio meglio per conciliare la mia passione con il resto della mia vita ma questo purtroppo non è sempre facile anzi, a volte è estremamente difficile.
-P.M. Coscienza: E’ pur vero che da quando lei ha lasciato a questa passione la possibilità d’emergere e trovare spazio nel suo tempo, la situazione l’è in imparte sfuggita di mano, e lei non pensa ad altro che a cosa scrivere o come scrivere?
-Imputata: Si è vero ma vorrei spiegare a questa corte le miei motivazioni.
-P.M. Coscienza: Ma la prego, siamo qui per questo.
-Imputata: Sig. Giudice, Avvocato, Giuria… io amo la scrittura da molto tempo, mi sono innamorata di lei sui banchi della scuola elementare e, come tutti i bambini, pensavo che questo incontro fosse una cosa bellissima ed importante per il mio futuro. Fare infatti, di questo amore la mia professione mi sembrava una grande idea, e mossa dall’entusiasmo immaginavo che sarebbe stato semplice, bastava volerlo ed io lo volevo, con tutto lo slancio dei miei pochi anni. Poi la vita ha un po’ stravolto i miei percorsi ed io ho dovuto rinunciare o forse sarebbe meglio dire che non ho più creduto di poter realizzare questo sogno. L’ho accantonato, ignorando tutte le promesse che avevo fatto a me stessa ed al sentimento che mi univa a lei.
Ma non l’ho dimenticata, quello che provavo per lei era sempre dentro di me e pulsava ed urlava cercando di richiamare continuamente la mia attenzione ma io evitavo di ascoltarla. Pensavo che ormai per noi non ci fosse più futuro, erano passati troppi anni, troppe cose ormai m’impedivano di vedere la strada che avevo ipotizzato quando ero piccina ed a quel punto mi è mancato il coraggio, quello necessario a cercare nuovi percorsi, altre possibilità. Mi sembrava un’impresa impossibile, disperata e con pochissime possibilità di riuscita.
-P.M. Coscienza: Ed aveva ragione. D’altronde in tutti quegli anni aveva compiuto altre scelte, preso degli impegni importanti ed è stato saggio da parte sua desistere.
-Imputata: Giusto dice? Saggio? Ma come può dirlo, sa perfettamente quanto questa rinuncia mi sia costata, quanto aver desistito mi abbia fatto soffrire, facendomi sentire una vigliacca, una donna incapace di seguire l’istinto del cuore.
-P.M. Coscienza: Si certo lo so, ma questo non cambia il dato oggettivo che ora esiste; la sua vita, a questo punto, non può essere sacrificata totalmente a questa “ passione”. Lei ha una famiglia, un lavoro, una serie di rapporti affettivi e sociali a cui non può sottrarsi, che non possono venire dopo questo “ grande amore”. Alla sua età, dovrebbe conoscere i limiti da dare alle personali esigenze e comportarsi da donna matura e responsabile.
-Imputata: E no signori, io sono stufa di comportarmi da donna responsabile, non faccio altro da tutta la vita. Sa cosa affermava O. Wilde: “ La vita è troppo breve per sprecarla a realizzare i sogni degli altri.” Ed io penso che avesse proprio ragione. Non posso più aspettare, questo è il momento ed io questa volta non intendo fare nessun passo indietro.
-P.M. Coscienza: E come la mettiamo con tutte le incombenze in cui volontariamente si è infilata? Dimentica le cose, ha sempre la testa tra le nuvole ed i suoi pensieri sembrano totalmente assorbiti da questo vecchio amore.
Ci sono momenti in cui anche un gesto affettuoso, una telefonata di un’amica, perfino mangiare tutto sembra disturbarla o non interessarla.
-Imputata: Ma non è vero, le cose non stanno esattamente come lei le sta esponendo. Io cerco di fare del mio meglio e corro e mi do da fare per cercare di soddisfare qualunque richiesta, ogni necessità ma scrivere non è soltanto un atto fisico, scrivere vuol dire pensare, significa dare spazio alle emozioni perché viaggino dentro di me e si trasformino in pensieri e poi in parole e questo richiede tempo, attenzione. Non è possibile incanalare la creatività tra una riunione ed una cena, la mente ha bisogno di spaziare. Per questo i grandi scrittori tendono ad isolarsi, a viaggiare.
-P.M. Coscienza: Si ma lei non è ancora una grande scrittrice, non sappiamo neanche se lei è una scrittrice. Il suo scrivere non produce effetti economici e questo, se mi permette, delimita qualche differenza.
-Imputata: Lo so, è vero ma come faccio a dimostrare la qualità del mio scrivere se non ho tempo per farlo, se i miei pensieri vengono continuamente interrotti? Questa è una lotta impari, ingiusta.
Per diventare una vera scrittrice ho bisogno di tempo, di tranquillità.
-P.M. Coscienza: E nel frattempo come la mettiamo con il resto della sua vita? Con i conti da pagare, con i ruoli che lei a scelto e che ora deve, dico, deve anteporre a tutto?
-Imputata: Non lo so, io chiedo soltanto a questa corte di considerare le mie ragioni ed emettere un verdetto che mi dia la possibilità di non sentirmi sempre in colpa se dimentico di comprare il latte o non mi accorgo che si è fatto tardi. Sto continuando a lavorare, cerco di fare del mio meglio per tutto il resto ma anche Lei, P.M.- Coscienza, potreste dimostrami un po’ di comprensione e non tormentarmi sempre con tutti questi sensi di colpa. Le passioni riempiono la nostra vita di gioia, fanno splendere i nostri animi e questo ci rende più ricchi interiormente e di conseguenza più disponibili con il prossimo. Non credo che potrei essere una persona migliore se ancora una volta anteponessi tutto il resto del mondo a me stessa. Mi trasformerei in una di quelle persone tristi, rancorose ed insoddisfatte e tutto ciò non gioverebbe a nessuno, tanto meno alla mia famiglia, ai miei amici. Quindi vi prego cercate di comprendere questa mia passione, così come siete inclini a fare quando qualcuno vi parla di un grande amore. In quel caso generalmente sorridete, guardate l’altro con aria complice e comprensiva, ecco vi chiedo di guardare me con gli stessi occhi, con la stessa aria bonaria. Non chiedo altro. Un po’ di tempo e comprensione.
Forse il tempo darà ragione a lei Sig. P.M. - Coscienza oppure dimostrerà il contrario e Lei ed anche tutti voi mi direte che ho fatto bene ad insistere, a perseguire il mio sogno. Il tempo come ho sentito dire in un film porta tutto alla luce…. Quindi datemi fiducia ed aspettate con me.
-P.M. Coscienza: Io ho finto il mio intervento.
-Giudice: Bene a questo punto chiedo alla Giuria di ritirarsi per emettere il verdetto. La seduta è aggiornata alla vostra decisione.
L’imputato sarò io e verrò difesa dalla mia parte emotiva –forza di volontà.
L’accusa per la quale mi sottoporrò al vostro giudizio riguarderà la mia passione: la scrittura.
Il Pubblico Ministero che si occuperà di dimostrare la mia colpevolezza sarà la mia coscienza.
Poi ci sarà un giudice a cui darò voce cercando di non influenzare le sue opinioni.
Voi sarete la giuria e, se vorrete, potrete esprimere la vostra opinione attraverso questo blog o canali a voi congeniali.
Un ultima cosa… il post è un po’ lungo ma il caso è articolato ed io conto sulla vostra curiosità.
Ed ora andiamo a cominciare.
-Giudice: Imputato come si dichiara?
-Imputato: Innocente sig. Giudice
-Giudice: Si metta agli atti; P.M. - coscienza prego, può iniziare.
-P.M. Coscienza: Sig. Giudice vorrei esporre i fatti e contemporaneamente, per brevità, interrogare l’imputata.
-Giudice: Sono d’accordo, proceda pure.
-P.M. Coscienza: Sig.ra come ben sa è chiamata a difendersi in questa corte poiché lei a causa della sua passione, la scrittura appunto, sta trascurando molti aspetti della sua esistenza, compresi alcuni affetti che probabilmente a causa sua potrebbero soffrire dei disagi. Riconosce come vero ciò di cui la sto accusando?
-Imputato: Non del tutto Sig. P.M., io sto facendo del mio meglio per conciliare la mia passione con il resto della mia vita ma questo purtroppo non è sempre facile anzi, a volte è estremamente difficile.
-P.M. Coscienza: E’ pur vero che da quando lei ha lasciato a questa passione la possibilità d’emergere e trovare spazio nel suo tempo, la situazione l’è in imparte sfuggita di mano, e lei non pensa ad altro che a cosa scrivere o come scrivere?
-Imputata: Si è vero ma vorrei spiegare a questa corte le miei motivazioni.
-P.M. Coscienza: Ma la prego, siamo qui per questo.
-Imputata: Sig. Giudice, Avvocato, Giuria… io amo la scrittura da molto tempo, mi sono innamorata di lei sui banchi della scuola elementare e, come tutti i bambini, pensavo che questo incontro fosse una cosa bellissima ed importante per il mio futuro. Fare infatti, di questo amore la mia professione mi sembrava una grande idea, e mossa dall’entusiasmo immaginavo che sarebbe stato semplice, bastava volerlo ed io lo volevo, con tutto lo slancio dei miei pochi anni. Poi la vita ha un po’ stravolto i miei percorsi ed io ho dovuto rinunciare o forse sarebbe meglio dire che non ho più creduto di poter realizzare questo sogno. L’ho accantonato, ignorando tutte le promesse che avevo fatto a me stessa ed al sentimento che mi univa a lei.
Ma non l’ho dimenticata, quello che provavo per lei era sempre dentro di me e pulsava ed urlava cercando di richiamare continuamente la mia attenzione ma io evitavo di ascoltarla. Pensavo che ormai per noi non ci fosse più futuro, erano passati troppi anni, troppe cose ormai m’impedivano di vedere la strada che avevo ipotizzato quando ero piccina ed a quel punto mi è mancato il coraggio, quello necessario a cercare nuovi percorsi, altre possibilità. Mi sembrava un’impresa impossibile, disperata e con pochissime possibilità di riuscita.
-P.M. Coscienza: Ed aveva ragione. D’altronde in tutti quegli anni aveva compiuto altre scelte, preso degli impegni importanti ed è stato saggio da parte sua desistere.
-Imputata: Giusto dice? Saggio? Ma come può dirlo, sa perfettamente quanto questa rinuncia mi sia costata, quanto aver desistito mi abbia fatto soffrire, facendomi sentire una vigliacca, una donna incapace di seguire l’istinto del cuore.
-P.M. Coscienza: Si certo lo so, ma questo non cambia il dato oggettivo che ora esiste; la sua vita, a questo punto, non può essere sacrificata totalmente a questa “ passione”. Lei ha una famiglia, un lavoro, una serie di rapporti affettivi e sociali a cui non può sottrarsi, che non possono venire dopo questo “ grande amore”. Alla sua età, dovrebbe conoscere i limiti da dare alle personali esigenze e comportarsi da donna matura e responsabile.
-Imputata: E no signori, io sono stufa di comportarmi da donna responsabile, non faccio altro da tutta la vita. Sa cosa affermava O. Wilde: “ La vita è troppo breve per sprecarla a realizzare i sogni degli altri.” Ed io penso che avesse proprio ragione. Non posso più aspettare, questo è il momento ed io questa volta non intendo fare nessun passo indietro.
-P.M. Coscienza: E come la mettiamo con tutte le incombenze in cui volontariamente si è infilata? Dimentica le cose, ha sempre la testa tra le nuvole ed i suoi pensieri sembrano totalmente assorbiti da questo vecchio amore.
Ci sono momenti in cui anche un gesto affettuoso, una telefonata di un’amica, perfino mangiare tutto sembra disturbarla o non interessarla.
-Imputata: Ma non è vero, le cose non stanno esattamente come lei le sta esponendo. Io cerco di fare del mio meglio e corro e mi do da fare per cercare di soddisfare qualunque richiesta, ogni necessità ma scrivere non è soltanto un atto fisico, scrivere vuol dire pensare, significa dare spazio alle emozioni perché viaggino dentro di me e si trasformino in pensieri e poi in parole e questo richiede tempo, attenzione. Non è possibile incanalare la creatività tra una riunione ed una cena, la mente ha bisogno di spaziare. Per questo i grandi scrittori tendono ad isolarsi, a viaggiare.
-P.M. Coscienza: Si ma lei non è ancora una grande scrittrice, non sappiamo neanche se lei è una scrittrice. Il suo scrivere non produce effetti economici e questo, se mi permette, delimita qualche differenza.
-Imputata: Lo so, è vero ma come faccio a dimostrare la qualità del mio scrivere se non ho tempo per farlo, se i miei pensieri vengono continuamente interrotti? Questa è una lotta impari, ingiusta.
Per diventare una vera scrittrice ho bisogno di tempo, di tranquillità.
-P.M. Coscienza: E nel frattempo come la mettiamo con il resto della sua vita? Con i conti da pagare, con i ruoli che lei a scelto e che ora deve, dico, deve anteporre a tutto?
-Imputata: Non lo so, io chiedo soltanto a questa corte di considerare le mie ragioni ed emettere un verdetto che mi dia la possibilità di non sentirmi sempre in colpa se dimentico di comprare il latte o non mi accorgo che si è fatto tardi. Sto continuando a lavorare, cerco di fare del mio meglio per tutto il resto ma anche Lei, P.M.- Coscienza, potreste dimostrami un po’ di comprensione e non tormentarmi sempre con tutti questi sensi di colpa. Le passioni riempiono la nostra vita di gioia, fanno splendere i nostri animi e questo ci rende più ricchi interiormente e di conseguenza più disponibili con il prossimo. Non credo che potrei essere una persona migliore se ancora una volta anteponessi tutto il resto del mondo a me stessa. Mi trasformerei in una di quelle persone tristi, rancorose ed insoddisfatte e tutto ciò non gioverebbe a nessuno, tanto meno alla mia famiglia, ai miei amici. Quindi vi prego cercate di comprendere questa mia passione, così come siete inclini a fare quando qualcuno vi parla di un grande amore. In quel caso generalmente sorridete, guardate l’altro con aria complice e comprensiva, ecco vi chiedo di guardare me con gli stessi occhi, con la stessa aria bonaria. Non chiedo altro. Un po’ di tempo e comprensione.
Forse il tempo darà ragione a lei Sig. P.M. - Coscienza oppure dimostrerà il contrario e Lei ed anche tutti voi mi direte che ho fatto bene ad insistere, a perseguire il mio sogno. Il tempo come ho sentito dire in un film porta tutto alla luce…. Quindi datemi fiducia ed aspettate con me.
-P.M. Coscienza: Io ho finto il mio intervento.
-Giudice: Bene a questo punto chiedo alla Giuria di ritirarsi per emettere il verdetto. La seduta è aggiornata alla vostra decisione.
lunedì 17 settembre 2007
Pineto
“ Il tempo sbatte stanco dall’albero maestro” dice Virginia Woolf in un suo romanzo, ed è esattamente lo scandire del tempo che io vorrei, ora, in questa parte nuova della mia vita
mentre la memoria, richiamata dalla bellezza evocativa dell’immagine, mi riporta lontano, a qualcosa di vissuto a cui non pensavo più, da tanto.
Le ore calde di un luglio dimenticato, la spiaggia grande, deserta e bianca, il mare vicino, azzurro quasi immobile ed io che non conosco il tempo. Nessun orologio, nessun segno irriverente del suo passaggio sul mio corpo. Le carni sode, le linee del viso compatte dai tratti ancora vagamente infantili, abbandonata sfioro con una mano i granelli di sabbia. Lontano una campana declama i suo rintocchi, io li ascolto passiva, senza attenzione per non sapere. Osservo ogni tanto le ombre sull’arenile, quella è la mia clessidra indicativa. Non ci sono minuti da rispettare ed il vento complice lo sa. Per questo disperde l’eco del religioso suono. Ed io mi ricongiungo al mare, allo sciabordio dolce della sua risacca. Non c’era altro allora a riempire i miei pensieri.
Sdraiata indugiavo, anticipando nella mente i passi che avrei mosso verso casa, percependo già il calore della sabbia che avrebbe avvolto i miei piedi inducendomi ad una veloce corsa fin sotto l’ombrosa pineta e lì un attimo di refrigerio, lo scricchiolio degli aghi di pino, il profumo della resina e le parole paterne, tante volte udite, che da sole sarebbero tornate come un comando memorizzato: “ Respira forte, respira che ti fa bene.” Ed io avrei respirato, forte, chiudendo gli occhi. Riaprendoli avrei rivolto un ultimo sguardo al mare ed avrei ripreso a camminare fino al sottopassaggio. Sul muro di sinistra avrei osservato i manifesti dei film in programmazione nell’arena. Uno pomeridiano per i bambini e poi l’altro, quello ambito della sera. Quindi avrei ridisceso gli scalini, sopra la mia testa le rotaie e forse il passaggio di un treno, il suo ferroso frastuono, lo spavento di un fischio improvviso. Appena gli occhi si fossero abituati al repentino cambio di luce avrei guardato le mattonelle rettangolari, con i rombi azzurri in rilievo. Così, per abitudine. E di nuovo altri scalini e fuori il sole con il piccolo albergo che si sarebbe mostrato lentamente, ad ogni gradino superato. A destra la fontana, secca, le panchine di pietra ricurva, non un passante, forse il sonno di qualche gatto e l’abbaiare quasi certo di un cane.
Null’altro. Almeno per venti, forse trenta passi. Poi la mia testa si sarebbe alzata, sempre allo stesso punto della via e gli occhi sarebbero corsi in alto verso la piccola terrazza. I capelli dorati di mia madre e poi quelli bruni di mio padre. Li avrei guardati, non vista almeno per qualche metro. Avrei spiato felice il loro comune affaccendarsi, i gesti amati che conoscevo. Mi stavano aspettando. Ed il mio cuore si sarebbe riempito di una gioia piena, che non ho più provato.
mentre la memoria, richiamata dalla bellezza evocativa dell’immagine, mi riporta lontano, a qualcosa di vissuto a cui non pensavo più, da tanto.
Le ore calde di un luglio dimenticato, la spiaggia grande, deserta e bianca, il mare vicino, azzurro quasi immobile ed io che non conosco il tempo. Nessun orologio, nessun segno irriverente del suo passaggio sul mio corpo. Le carni sode, le linee del viso compatte dai tratti ancora vagamente infantili, abbandonata sfioro con una mano i granelli di sabbia. Lontano una campana declama i suo rintocchi, io li ascolto passiva, senza attenzione per non sapere. Osservo ogni tanto le ombre sull’arenile, quella è la mia clessidra indicativa. Non ci sono minuti da rispettare ed il vento complice lo sa. Per questo disperde l’eco del religioso suono. Ed io mi ricongiungo al mare, allo sciabordio dolce della sua risacca. Non c’era altro allora a riempire i miei pensieri.
Sdraiata indugiavo, anticipando nella mente i passi che avrei mosso verso casa, percependo già il calore della sabbia che avrebbe avvolto i miei piedi inducendomi ad una veloce corsa fin sotto l’ombrosa pineta e lì un attimo di refrigerio, lo scricchiolio degli aghi di pino, il profumo della resina e le parole paterne, tante volte udite, che da sole sarebbero tornate come un comando memorizzato: “ Respira forte, respira che ti fa bene.” Ed io avrei respirato, forte, chiudendo gli occhi. Riaprendoli avrei rivolto un ultimo sguardo al mare ed avrei ripreso a camminare fino al sottopassaggio. Sul muro di sinistra avrei osservato i manifesti dei film in programmazione nell’arena. Uno pomeridiano per i bambini e poi l’altro, quello ambito della sera. Quindi avrei ridisceso gli scalini, sopra la mia testa le rotaie e forse il passaggio di un treno, il suo ferroso frastuono, lo spavento di un fischio improvviso. Appena gli occhi si fossero abituati al repentino cambio di luce avrei guardato le mattonelle rettangolari, con i rombi azzurri in rilievo. Così, per abitudine. E di nuovo altri scalini e fuori il sole con il piccolo albergo che si sarebbe mostrato lentamente, ad ogni gradino superato. A destra la fontana, secca, le panchine di pietra ricurva, non un passante, forse il sonno di qualche gatto e l’abbaiare quasi certo di un cane.
Null’altro. Almeno per venti, forse trenta passi. Poi la mia testa si sarebbe alzata, sempre allo stesso punto della via e gli occhi sarebbero corsi in alto verso la piccola terrazza. I capelli dorati di mia madre e poi quelli bruni di mio padre. Li avrei guardati, non vista almeno per qualche metro. Avrei spiato felice il loro comune affaccendarsi, i gesti amati che conoscevo. Mi stavano aspettando. Ed il mio cuore si sarebbe riempito di una gioia piena, che non ho più provato.
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