La stanza del tè è un luogo fisico ma è anche un luogo mentale. Le persone che si muovono al suo interno escono temporaneamente dal mondo e dal suo affanno per contemplare, durante il rito del tè, il vuoto dove dimenticare la razionalità e raggiungere un approccio totalizzante con le cose e le persone.
Un pò di me e la mia intervista con Maurizio Costanzo e più in giù in nuovi post
martedì 8 novembre 2011
Incontrarsi in un bistrot
Io e lui ci eravamo incontrati più volte.
Era capitato in casa di amici comuni, in alcune librerie che entrambi frequentavamo, ma tra noi non era mai scattata una simpatia. Ci guardavamo da lontano con indifferenza. Io, a dire il vero, lo guardavo anche con diffidenza perché non amo ciò che è preceduto dalla propria leggenda, e lui lo era.
Ma poi può accadere che…
Un giorno mentre entravo nel solito bistrot l’ho visto. Non so essere più precisa, ma qualcosa mi ha spinto ad avvicinarmi, ad abbassare i pregiudizi.
Ci siamo seduti ad un tavolino per due, vicino alle vetrine che davano sulla strada. Fuori si muoveva la città, ma in quel piccolo angolo di mondo l’atmosfera era rilassante: del buon jazz, luci soffuse, vicini discreti.
La nostra conversazione iniziò in modo disordinato, passavamo da un concetto all’altro senza un filo logico. Eravamo ancora scettici. Tuttavia lo trovai inaspettatamente affascinante. I suoi pensieri mi sorpresero, piacevolmente. Finito il pranzo ci salutammo stupiti di aver provato l’inaspettata sensazione di piacerci.
Da quel giorno ogni volta che tornavo in quel bistrot lo cercavo con lo sguardo, subito, ancor prima di sedermi. Non ci davamo un appuntamento, c’incontravamo senza regolarità, ma un incontro dopo l’altro ci scoprimmo sempre più legati. Tra noi si era creata un’alchimia difficile da spiegare.
Io arrivavo, componevo il mio piatto e poi mi sedevo di fronte a lui. E lui mi parlava raccontandomi la sua storia, i pensieri, i sogni che avevano mosso i suoi passi fino a quel giorno, fino a me.
Mi resi conto che mi stavo innamorando.
Era strano scoprirlo.
Ripensai a tutte le volte in cui ci eravamo incontrati, di quante altre opportunità avevamo avuto di parlarci, di scoprirci eppure questo non era mai avvenuto.
Il concetto del giusto tempo e del punto d’incontro di un cammino erano concetti già assimilati e quindi me li ripetevo. Tuttavia per quanto sei certa di aver capito profondamente un insegnamento, ogni qual volta lo verifichi ne comprendi meglio la forza.
Avevamo dovuto aspettare molti anni, entrambi avevamo dovuto assecondare e vivere un’infinita concatenazione di coincidenze per ritrovarci in quel bistrot finalmente pronti a capirci.
I nostri incontri s’interruppero per tutta la durata delle mie vacanze.
Ogni tanto lo pensavo in quel bistrot ed un sorriso di dolcezza e di nostalgia si apriva istintivamente sulle mie labbra.
Le ferie terminarono con mio grande dispiacere, ma una piccola parete di me ero contenta di ritornare in quello che ormai consideravo il “nostro bistrot”, di rivederlo.
Alla prima pausa pranzo entrai in quel luogo familiare con lo sguardo che corse a cercarlo, non lo vidi. Delusa guardai con più attenzione nei posti dove era solito aspettarmi, non c’era.
Rassegnata mi preparai ad un pranzo solitario e malinconico. Ma mentre mesta mi dirigevo al mio tavolo l’occhio cadde in un punto insolito e lui era lì e sembrava aspettarmi.
Posai il piatto sul tavolo e lo strinsi a me, felice.
Finalmente potevo tornare a perdermi tra le sue parole. E lui mi parlò con quella capacità incredibile di comprendermi che arriva a commuovermi.
Mi stupivo, ma era evidente che entrambi usavamo il linguaggio dell’anima.
Poi, per quanto avessi cercato di allontanare quel momento, arrivò il giorno in cui ad una sua parola seguì un punto definitivo.
Per la prima volta nella mia vita piansi per un libro.
Mai, mai un libro era stato così dentro ai miei pensieri, seguendo esattamente e contemporaneamente ciò che stavo vivendo. Confortando l’accresciuta consapevolezza, la fatica ed il dolore, ma anche la bellezza e lo stupore che avevo dovuto attraversare lungo il cammino.
Non avrei potuto comprenderlo, non così pienamente se la mia vita non fosse precedentemente passata per alcune strade, inciampata in determinati incontri.
Quello e solo quello poteva essere il periodo in cui poteva avere su di me un effetto così profondo.
Lo chiusi e lo ringraziai.
Mezz’ora dopo tenevo una sua copia tra le mani. Non avevo voluto acquistarlo prima, sono una donna romantica e non credo al caso.
lunedì 17 ottobre 2011
Come in un caleidoscopio
Un piccolo movimento e tutto cambia.
Così è la vita.
Così è la mia vita.
I colori base sono quelli, le combinazioni possibili sono infinite.
Un libro.
Una musica.
Un incontro.
Piccole navicelle capaci di trasportarmi in luoghi sconosciuti.
Pochi mesi, quanti ne potrebbe contenere una mano che semina, ed un susseguirsi di conoscenze che rivoluzionano la percezione di ciò che chiamavo orizzonte.
Credevo di poter camminare verso un punto.
Mi sbagliavo.
E’ possibile muoversi verso più punti.
Cinque libri.
Due stazioni radio.
Uomini e donne portati dal caso. Forse.
I soliti accadimenti della vita.
Piccoli pezzettini di vetro colorato.
Un piccolo scatto della mano.
I vetrini colorati si muovono formando nuovi disegni.
Come è possibile non cambiare?
Eppure c’è chi pensa che il tempo, o meglio ciò che è avviene dentro il tempo, non modifichi ciò che si è.
Ingenuità?
Qualche anno fa nel mio primo libro scrissi: “Non è assolutamente vero che le persone non cambiano mai. Le persone cambiano se decidono di farlo, se scelgono di essere dentro la vita senza corazze impenetrabili”.
Correva l’anno 2005.
I miei colori base sono ancora gli stessi, ma le combinazioni sono cambiate molte volte.
Questo pensiero mi appartiene ancora.
venerdì 7 ottobre 2011
Non fatemi ridere che sono arrabbiata
E’ morto Steve Jobs e siamo tutti qui a proferire parole di riconoscimento ad un talento indiscusso.
Sento però che in questo inno corale alla genialità qualcosa non torna.
E non torna perché nell’Italia degli ultimi decenni raggiungere il riconoscimento del proprio talento è una fatica mostruosa, un’impresa titanica, un dispendio di energie ciclopiche.
Io percepisco una discreta forma di schizofrenia ipocrita quando ascolto giornalisti, politici, capitani d’industria, ma anche lo sconosciuto del cappuccino accanto, esaltare un uomo che se si fosse presentato davanti a loro da signor nessuno, vestito da hippy con le sue idee fantasiose in molti avrebbero preso per pazzo.
Sarei curiosa di metterla alla prova tutta questa gente. Vorrei vedere oggi, quanta fiducia sarebbero davvero pronti a mettere a disposizione di un sogno strambo, di un'ipotesi che magari non riescono neanche a visualizzare.
Perché ad osannare dopo siamo tutti bravi, ma prima?
Ed allora di cosa mi parlano tutte queste persone?
Dove sono tutti questi proferitori di elogi quando, ognuno nel proprio ruolo, sono chiamati ad aiutare, spronare, favorire le idee?
E di che cosa blaterano questi parrucconi sprofondati in comode ed impolverate poltrone?
Di cosa?
Loro, la classe dirigente di un paese che sta cadendo nel baratro, incapace di avere una visione illuminata e lungimirante, mi vuole far credere di condividere la filosofia del folle visionario affamato?
Ma per piacere, evitiamo di cadere nel patetico!
Se Steve Jobs, in quel tempo, avesse parlato a questi signorotti provinciali di pc portatili, iPod, iPhon come minimo avrebbero chiamato i carabinieri.
In questo paese regredito a delle modalità feudali, le opportunità di essere ascoltati o messi nella condizione di avere delle chance è data solo da tre condizioni: discendenza di familiare, montagne di soldi, o scambi sessuali.
Questo è il paese dei cervelli in fuga perché nessuno se li fila, chi volete prendere in giro?
In Italia, in questo periodo storico, un talento siamo in grado di riconoscerlo solo dopo che è divenuto un successo.
Nel resto del mondo lo percepiscono quando è solo un'intuizione, una bozza, un groviglio apparentemente sconclusionato e fanno in modo, lo mettono nelle condizioni di trasformarsi in un successo.
La differenza è immensa!
Questo è un paese vecchio ed obsoleto perché pensa in modo vecchio, si comporta in modo vecchio, preferisce essere vecchio.
In Italia non c’è spazio, non circola aria, i posti fondamentali sono tutti presidiati. Ho l’atroce dubbio che a questo paese non interessi trovare, scoprire, aiutare uno Steve Jobs, né nessun’altro talento. Questo paese non è interessato a collegare i puntini per vedere il senso di ciò che ha fatto e quindi migliorarsi. Questa nazione non guarda in direzione del futuro od è spinta nel futuro. Questa malmessa nazione è sprofondata in una rattoppata ed impolverata poltrona, con la testa reclinata verso il basso, gli occhi chiusi e la bussola del buon senso e del cuore persa chi sa dove.
Ma il rischio vero è che afflosciato in questa assurda posizione, il nostro paese possa esalare l’ultimo respiro senza che nessuno se ne accorga.
mercoledì 14 settembre 2011
Donne
E’ una calda sera d’inizio settembre.
Nel cielo una luna quasi piena.
Questa sera è sera di Taranta.
La cavea dell’Auditorium è colma di gente e per la prima volta uno spettacolo non prevede posti a sedere.
La musica inizia ad avvolgerci e le donne diventano subito un’onda che danza.
Le osservo mentre i corpi si muovono seguendo il ritmo incalzante di una musica antica divenuta moderna.
Molte ballano a piedi scalzi, tenendo le balze delle gonne tra le mani. Sorridono.
Sembrano delle bambine. Bambine felici.
Ballano in circolo e si guardano, si guardano e si sorridono.
Incantate dalla musica ritrovano complicità, somiglianze.
Ho l’impressione che la musica ci trascini tutte indietro o in avanti. Di nuovo dentro ad una femminilità che oltrepassa l’ibrido in cui siamo imprigionate.
I piedi battono il selciato, il sudore scivola sui corpi, i cappelli si muovono come girandole.
Non so quali punti del corpo raggiungano questi suoni. Non so se la musica si diffonda risalendo dalle gambe o cada invece sulle teste inebriando la mente.
Ma questa onda di donne danzanti esprime la gioia dei corpi e la loro profonda bellezza.
I molti uomini presenti ci osservano stupiti; la forza dell’atavica femminilità gli è quasi sconosciuta.
I loro occhi raccontano per loro il piacere di quest’incontro.
L’onda continua a danzare anche quando tra la folla si fa largo un gruppetto di amiche. Forse sono capitate in questa piazza per caso, forse non conoscono il significato di questa musica, forse...
Indossano abiti attillati, tacchi proibitivi, borse firmate appese a braccia atteggiate in posture innaturali. Gli immancabili iPhon tra le mani. Si fermano in mezzo all’onda senza ballare.
Il ritmo della musica non sembra raggiungerle.
Esili figure statiche.
Così impietosamente fuori contesto. Caricature di una femminilità falsamente sofisticata.
Ogni donna ha il suo modo di essere donna, è la meraviglia dell’umanità il suo racchiudere infinite sfumature. Ma queste donne sono cloni umani di manichini anonimi.
Malinconici.
Intorno a loro donne di ogni età ridono, si agitano e poi saltano e giocano sfiorandosi nelle improvvisate coreografie.
Non calzano tacchi che minano le loro caviglie, non indossano abiti che serrano i corpi.
Sono libere.
Libere.
Libere di sudare.
Sporcarsi.
Spettinarsi.
Libere di ballare, non ancheggiare, ballare.
Libere di lasciarsi andare.
Libere di seguire un ritmo intimo, unico.
Ballano tra loro queste donne, non per gli uomini che le circondano.
Non vogliono sedurli ed è questo che li seduce.
Gli asettici manichini intanto si fotografano tra loro.
Sorridono ai cellulari, non si sorridono.
Sempre ferme, sempre contratte.
Donne patinate. Pettinate. Perfette.
In questa calda notte della Taranta, chissà, chissà dove hanno dimenticato se stesse?
giovedì 8 settembre 2011
Gli indifferenti
Per la mia nazione sono i giorni del risveglio, un brutto risveglio.
Dopo un sonno paragonabile a quello di un incantesimo, il popolo si è destato.
Potrebbe essere una bella notizia in un orizzonte di pessime notizie. Lo è, ma solo a metà, almeno secondo me.
Mi solleva constatare che le menti sono tornate a funzionare ed i cuori a pulsare di una passione che ha il sapore intenso dell’attenzione, della partecipazione, della presa di coscienza.
Finalmente abbiamo di nuovo voglia di personalità illuminate, di pulizia morale, di etica, uguaglianza e incredibilmente di giustizia sociale!
E questo è il buono che ritorna. Era ora!
Purtroppo però il sonno è stato talmente lungo e profondo che solo quando abbiamo riaperto gli occhi, ci siamo accorti che, nel frattempo, ci avevano trascinato sull’orlo del baratro.
“Fermi tutti!”
“Pericolo!”
Le urla hanno iniziato ad echeggiare, mentre i nostri sguardi scivolavano lungo il vuoto in cui potremmo cadere.
Gran brutta sensazione quella di ritrovarsi là in fondo, sfracellati.
Niente piume, né molle, ma uno schianto secco ad accoglierci.
E poiché di schiantarci proprio non ci va, il popolo di nuovo vigile si ribella.
Niente di eclatante sia chiaro. Noi siamo gente che le rivoluzioni le fa a modo suo, con calma e possibilmente seduti sul divano di casa. Anche perché il mio popolo è un fanciullo pieno di potenzialità ma ancora acerbo.
La nostra nazione ha solo 150 anni e la giovane età non ci concede la malizia e la lungimiranza acquisita da stati ben più “maturi”.
“Un popolo pischello” direbbero i romani.
Sarà dunque a causa della giovane età che la mia bella gente non si è allarmata quando, nel corso degli anni, cricche di faccendieri lucravano sulle disgrazie d’intere regioni.
Per inesperienza non abbiamo compreso fino a che punto fossero mortali i colpi inferti all’istruzione pubblica, alla ricerca, alla dimenticata cultura.
E come potevamo sapere che il tracollo finanziario del resto mondo poteva riguardarci? Noi siamo una nazione che lavora sodo e risparmia e compra casa. Il precariato riguarda un’esigua parte dei nostri concittadini, pensavamo, per questo sembrava una faccenda irreale, lontana dal nostro consolidato benessere.
Il mio giovane popolo poi si teneva informato, ascoltava la tv ed era una costante gara di rassicurazioni: "Va tutto bene, viviamo nella penisola più bella del mondo in cui, tra l’altro, puoi anche fare degli illeciti, godertela tra giovani corpi, sbattere in faccia a tutti le tue nefandezze senza che nessuno ti chiuda in galere". No dico, perché mai la mia gente avrebbe dovuto allarmarsi o non credere o non fidarsi?
Mica è scemo il mio bel popolo, se li è scelti da solo questi politicanti.
E poi va detto, anche la religione ci confortava: siamo tutti peccatori e che dobbiamo saper perdonare. Dunque che altro avremmo dovuto fare? Abbiamo sorriso e perdonato.
Non eravamo indifferenti, dormivamo il sonno della beata gioventù.
E dormivamo sereni anche mentre qualche politico perfezionista tentava di riscrivere la nostra meravigliosa costituzione. O quando, sull’entusiasmo della famosa goliardia italica, qualcuno si lasciava andare a proclami e battute omofobe, razziste, misogine o denigratorie d’intere categorie sociali. Noi del popolo si pensava scherzassero. Quindi sorridevamo e perdonavamo.
O per lo più ritenevamo che la cosa non ci riguardasse. Perché avremmo dovuto pensare che in fondo siamo tutti potenziali disabili, futuri vecchi bisognosi di assistenza, o genitori di probabili disoccupati, o di figli brutalizzati dalla violenza di qualche pazzo intollerante?
La nostra mancanza di vita vissuta c’impediva di comprendere tutto ciò. E poi, ammettiamolo, non erano argomenti che sentivamo nostri.
Ma quando questi politicanti sono arrivati a toccare la parte concreta della vita, ossia il nostro denaro, ecco a quel punto lì non abbiamo tentennato neanche un istante.
Noi davanti ai nostri soldini diventiamo subito seri e c’incazziamo. Di brutto.
E si vede, lo stiamo dimostrando al mondo intero. Una mobilitazione dopo l’altra e quando il popolo s’incazza, si sa, fa paura. E tremano i nostri politicanti, uhhh come tremano…!
Ed è per questo che sono felice del nostro risveglio. Finalmente abbiamo compreso che qualcosa in questo sistema non funziona e siamo pronti a difendere i nostri diritti, pardon, i nostri portafogli.
D’altronde siamo un popolo giovane e come tale concentrati solo su noi stessi.
La maturità di comprendere che una nazione indifferente al bene pubblico è una nazione debole ed esposta è consapevolezza che verrà poi, fra qualche centinaio di anni. Dobbiamo ancora maturare e provare sulla nostra pelle che il disinteresse è pericoloso ed incivile. Popoli più scaltri e saggi hanno appurato da decenni che il rispetto civico del diritto del singolo e l’unica strada per la tutela di un intero popolo.
Ma noi siamo giovani e un po’ scapigliati e questo, non è mica una colpa.
O no?
venerdì 2 settembre 2011
Un pensiero logico, è sempre ovvio?
La vita è fatta d’incontri, d’incontri non necessariamente umani.
Si può incontrare un luogo, una pianta, un sasso, un animale.
Si può incontrare qualcosa di astratto come un’idea, un desiderio, un sogno.
Non importa cosa s’incontra, la cosa fondamentale è come ci comporteremo noi rispetto a quell’incontro.
Se lo vedremo. Se saremmo disposti a fermarci per comprenderlo. Se lo sapremo valutare. Apprezzare. Oppure se con noncuranza, superficialità od indifferenza passeremo oltre o lo butteremo via.
La vita che a volte è assai benevola, potrà offrirci più occasioni; d’altronde conosce assai bene la miopia degli uomini.
Però potrebbe anche offendersi per la superbia o la distrazione che gli dimostriamo e quindi riprendersi il suo dono per offrirlo a chi, meglio di noi, sarà capace d’apprezzarlo.
Ventiquattro ore! Solo ventiquattro ore e lei aveva avuto la possibilità di comprendere concetti importantissimi, vitali.
Lei amava, adorava ritrovarsi dentro a quelle porzioni di tempo.
Aveva la sensazione che tutto si contraesse come in uno sforzo finale, come nell’ultima spinta che permette ad una madre di far nascere il proprio figlio, o all’inventore di trovare l’ultimo passaggio per rendere funzionate la propria invenzione.
Così accadeva per i pensieri, per i suoi pensieri.
Se ne stavano nella sua mente più con l’aspetto di domande in via di definizione che di concetti conclusi.
Camminavano, si accovacciavano, a volte improvvisamente iniziavano ad agitarsi fino ad arrivare ad urlare scalmanati. E poi, improvvisamente, quasi senza una motivazione precisa, la vita la portava ad incontrare qualcuno, o qualcosa, od un concetto astratto e tutte quelle domande si mettevano in fila e davanti a quell’incontro si trasformavano in pensieri limpidi e tutto diveniva sorprendentemente chiaro, ovvio.
Così era accaduto quel giorno, quando per noia era entrata in un luogo e imprevedibilmente aveva incontrato un concetto astratto ed aveva deciso di fermarsi a dialogare con lui.
La mente in preda ad un raptus di collegamenti si era messa a lavorare velocissima e le risposte erano arrivate una dietro l’altra, in un susseguirsi di scoperte e logicità che l’aveva lasciata incredula e felice.
Come diamine aveva potuto non comprendere prima?
Quelle intuizioni, che avevano tanto le sembianze di vere e proprie risposte gentilmente offerte da quegli insoliti incontri, rivoluzionavano la sua vita ed il proseguimento del suo cammino.
Improvvisamente sapeva perché una tal cosa, una cosa importantissima per lei, sarebbe accaduta e perché avrebbe funzionato. In quel luogo, parlando con quel concetto, aveva incontrato qualcosa di se che fino a quel preciso istante aveva ostinatamente ignorato. Ma gli incontri sono fatti per questo, per svelarci ciò che da soli non saremmo in gradi di capire. Ed il tempo, oh quel galantuomo del tempo, lui svela ciò che gli esseri umani hanno stupidamente cercato di nascondere.
Ed affinché non le sorgessero i soliti dubbi disturbatori, la vita la condusse davanti ad un ulteriore incontro che, con parole chiare ed inequivocabili, le confermò tutto.
Aveva impiegato tutta la sua vita fin lì per arrivare a quelle parole ed era da tutta la sua vita fin lì che lei le cercava.
Finalmente lei e quelle parole si erano incontrate.
Tirò un sospiro di sollievo
mercoledì 24 agosto 2011
Il mio incontro con Woody
E’ una torrida mattina di fine agosto. Respiri e sudi. Sudi e respiri.
Chiudi la porta di casa e ti auguri di non arrivare in ufficio in forma liquida.
Apri il portone ed affronti rassegnata il muro di afa.
Sali in macchina, accendi lo stereo, vai.
Un paio di svolte e ti trovi davanti ad una strada chiusa; un enorme gonfiabile volteggia tra due palazzi.
Pensi che il caldo insopportabile stia spingendo qualcuno ad un gesto estremo. Domandi.
“No signorì, è Woody Allen che sta a girà un firm”.
Sul tuo viso, ne sei certa, si sta dipingendo un’espressione ebete.
Scendi dalla macchina e ringrazi l’universo.
Con timidezza ti avvicini al set.
Chiedi se lui arriverà, un tecnico ti risponde che è già lì.
Un gruppetto di persone si scioglie e compare lui, uno dei tuoi registi preferiti.
Lo guardi incredula. E’ come assistere alla materializzazione di un’immagine.
Non è normale uscire di casa ed incontrare Woody Allen. O forse sì.
Ti guardi intorno. Quella strada a te familiare è un via vai di gente affaccendata: macchinisti, addetti alla fotografia, al suono, al microfono. Vedi trasportare luci, alzare pannelli, spostare cineprese. Vedi le sedie in cui si siederanno attori e registi, i video su cui ricontrolleranno le scene.
Ma chi avrà deciso di portare il cinema dentro casa tua in un torrido giorno di fine agosto?
Ti senti una giapponese in preda ad un raptus fotografico.
Un tipo con cartellino e qualifica non ben specificata ti guarda divertito.
“ A signorì, certo se era Bradde Pitte era mejo!”
Ci pensi un attimo, devi ammettere che forse ha ragione, però…
“ Beh certo, ma è Woody Allen e io l’adoro”.
Lo dici convinta, ma il tipo ti guarda scettico.
L’ufficio ti sta aspettando, ma al diavolo, questo momento non ricapiterà!
Un uomo con ricetrasmittente t’invita carinamente ad avvicinarti. Lo guardi stupita; in genere gli uomini della sicurezza tirano su un’invalicabile “cortina di ferro”.
“Venga signorì, venga che il regista è uno tranquillo”.
Sorridi. I romani sono veramente fantastici e chiunque ti definisca signorina lo adori a prescindere. Prendi coraggio e muovi qualche passo.
Lui è a pochi metri da te, indossa un cappello da pescatore, sul naso ha i famosi occhiali, nella tasca dei pantaloni qualche foglio del copione arrotolato.
Muovi altri passi fissandolo. Lui distoglie lo sguardo dal suo interlocutore e per qualche istante i vostri occhi si guardano. In quel preciso istante sa che tu esisti. Lo sai che è un pensiero idiota, ma è sempre quell’idea che ti intriga di quante possibilità c’erano nella vita ecc eccc…
Sei perfettamente cosciente che tra qualche minuto avrà cancellato te e quegli istanti. Ti ripeti che probabilmente ti guardava pensando, con la sua implacabile ironia, che una donna adulta che lo fissa sorridendo in modo beota avrebbe bisogno di un sostegno psicologico. Sai tutto, ma te ne freghi. Anzi, sei felice del tuo abbigliamento, di essere ben pettinata e degnamente truccata. Non sei stravolta o sciatta nel momento sbagliato, davanti all’uomo giusto.
Scioccamente ti compiaci, tanto ormai sei dentro ad un film nel film. Da buona romana in un batter d’occhio sei diventata regista ed interprete di una pellicola che vedi solo tu. Ma ancora una volta: chissenefrega! Anche questa è vita.
Intorno a te continua a muoversi il mondo del cinematografo con il suo gergo e delle battute che andrebbero immortalate; un cameo nel cameo. Un tecnico canticchia “Malafemmina”.
No, questo non è un giorno normale, è cinema irreale, ma è tutto dannatamente perfetto.
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