Un pò di me e la mia intervista con Maurizio Costanzo e più in giù in nuovi post

martedì 2 agosto 2011

Ma lui, chi era?




Ma allora chi era quell'uomo?
Già, chi era?
La nuova risposta rivoluzionava tutto.
Tutto da rileggere.
Tutto da riscrivere.
Brutta storia la presunzione, si disse. Gran brutta storia.
Ma forse l'errore era parte del racconto, dell'insegnamento.
Però le bruciava ed era per quello, per fugare l’infimo dubbio, che avrebbe voluto prendere il telefono e chiedergli: “Ma tu cosa hai imparato?”
Ma se lui, a differenza sua, avesse risposto:“ Nulla”.
Ecco, lei a quel punto cosa avrebbe fatto?
Una risposta di tal genere avrebbe confermato una certezza assai scomoda.
Avrebbe significato che in tutta quella storia lei non era mai stata, come aveva sempre orgogliosamente ritenuto, la sua guida, bensì colei che era stata condotta verso la conoscenza.
I ruoli si sarebbero capovolti e lei si sarebbe ritrovata a testa in giù, con un forte senso di nausea e la quasi certezza di vomitare.
Se quella fosse stata la risposta.
Fermò il pensiero.
Stava cadendo nel medesimo errore.
Quella era una delle mille vite, una delle mille possibili storie.
Solo ciò che aveva scoperto era il punto determinate: chi sceglie di oltrepassare ciò che appare, accede ad illimitate possibilità.
Si può saltare da un punto all’altro, entrare ed uscire da una qualunque ambientazione, trasformarsi in ciò che si vuole, oppure chiedere aiuto ad una persona, un elemento, una situazione. E’ irrilevante il percorso che si sceglie.
Lei aveva deciso di intraprendere un viaggio e lui si era trasformato, di volta in volta, in ciò che a lei serviva.
Chi fosse in realtà?
Non l’avrebbe mai saputo.

lunedì 25 luglio 2011

Di che colore è l'amore?



Immergersi nell’amore.
Di che colore è l’amore?
Oh sì colori! L’amore è fatto di colori. E di luce.
E di stanze in cui sdraiarsi.
Rotolandosi fuggire.
Luce che filtra. Acceca. Il buio.
Ma dove sta l’amore?
In quale punto del corpo?
Nella pancia quando non sai saziarti.
O negli occhi perché non smetteresti mai di guardarlo.
O forse nei piedi, sì nei piedi quando vorresti scacciarlo.
Lontano, lontano…
Bruciano le ferite nel sale.
Il sale delle lacrime.
Gli occhi sembrano contenere un oceano di lacrime.
Ma lo sguardo cura.
E ci sono le labbra.
Che belle sono le labbra!
Si schiudono come usci segreti.
Ma dimmi, dimmi di che cosa è fatto l’amore?
E’ il tuo corpo?
O il mio, se è dentro di me che lo sento?
Oppure è come dicono i poeti
In ogni elemento
E’ fantasia che si condensa in sentimenti confusi.
Imprecisi e volubili come le nuvole.
Per questo gira il mondo
Perché è capace di volare e trasformarsi
Bagna
Nutre
Vola
Cade
Nasce
Muore
Rinasce
E’ come pioggia dagli infiniti suoni.
Dunque è musica
Musica che danza
Però io non so se esiste davvero…
Non ha continuità!
Ed allora è forse questo?
Capriole di genialità?
E come può qualcuno non amare?
Come è possibile vivere senza conoscere il dolore della felicità?

martedì 19 luglio 2011

Abbandonarmi



E dopo molti se ed infiniti mah, dopo i boh ed i non so, i forse ed i chissà ho pensato che…
Basta sterrati polverosi, faticosi sentieri, impervie salite.
Ammetto che istintivamente cadrei nell’abituale solco: afferrare il senso, decidere i tempi, le azioni, i come ed i perché. Controllare è debolezza, è vizio umano dal quale è difficile distaccarsi.
Ma qualocosa di nuovo mi tenta.
Arrendermi.
Arrendermi al non sapere, al non capire, al lasciare andare.
Sarà pigrizia o saggezza?
La vita è mistero dal suo inizio. Una combinazione di cellule ha prodotto me, una minima variazione avrebbe creato altro. Cosa pretendo di voler svelare io?
La vita scorre dentro di me, intorno a me, va.
E non mi dispiace l’idea di starci dentro senza chiedermi continuamente chi la porta fin qui, o dove mi condurrà.
Tutto sommato posso procedere lenta e godermela. Lasciarmi attraversare, accoglierla, assecondarla. Osservare gli altri interpreti, le passioni, le fatiche, i viaggi ed i ritorni.
Abbandonarmi.
Sto calcando la scena e sono tra le poltrone. Non è poco per un solo spettacolo, perché voler conoscere a tutti i costi l’intero copione?
Un foglio al giorno, una battuta via l’altra cercando di essere dentro all’oggi, nella scena attuale.
Già questo potrebbe bastare.
Non posso controllare il mondo, quello che sarà, i tuoi pensieri, i miei pensieri.
Sarò diversa domani? E tu chi sarai?
Intanto siamo qui e non so perché, ma improvvisamente mi sembra uno sforzo improbo voler anticipare ciò che il tempo prima o poi potrà spiegarmi.
Abbandonarmi…adorabile sensazione!
Ognuno interpreta il proprio ruolo ed il fato mescola tutto a suo piacimento. Ci concede. Ci depenna. Ci rimette dentro quando eravamo certi di aver saltato un tempo, perso un treno, sbagliato l’entrata, quasi sempre l’uscita.
Inutile corre troppo avanti.
Stolto guardare sempre indietro.
Assurdo pensare di poter decidere il montaggio di uno spettacolo del quale non conosciamo la scena successiva.
Esserci può bastare.

Nella foto l'opera " La vita" di Marcello Dudovich

sabato 16 luglio 2011

L'isola che c'è

Un gabbiano vola sopra alla tua testa. Quanti ne hai visti volare?
Quanti mari da cartolina?
Ma l’amore per un luogo è come quello per un uomo: non bastano i suoi lineamenti per farti bruciare l’anima.
Non conta la perfezione. Conta ciò che ha in se, quanto sia capace di scavalcare tutto ed arrivarti dentro, mischiarsi a te.
L’amore è questione di energie, di luce, di sensazioni inspiegabili.
Una piccola porzione di terra e sassi. Piante basse, forti, tenaci. Fiori che profumano di spezie.
Sole ed acqua salata.
Potrebbe essere un isolotto quasi disabitato del nord del mondo: semplice, brullo, spesso maltrattato dal vento. Ma è un’isola del Peloponneso.
Se scivoli oltre le colline la sabbia è soffice, il mare blu, turchese, verde, celeste. Le poche abitazioni sono bianche con le porte blu.
Parla una lingua antica. Parla d’invasori.
Dipende da dove lo guardi questo luogo, come lo guardi.
E’ terra estrema. E’ paradiso.
Era la casa dei cervi rossi della Dea Diana. Poi le sue baie divennero rifugio per i pirati.
Amo ciò che mi confonde. Il molto in un'unica anima.
A volte occorre molto tempo per incontrare ciò che amerai per il resto della vita.
Non importa.
L’essenziale è aver scoperto che i sogni non sono solo fantasia. Esistono. E da qualche parte ci aspettano.

Elafonissos…

lunedì 6 giugno 2011

Ciò di cui aveva bisogno



Lei sapeva quello di cui aveva bisogno.
Non conosceva molte cose, ma altre le conosceva.
Sapeva che doveva mescolare ed ascoltare la pioggia.
Camminare a piedi nudi e sentire il suolo che calpestava.
Sapeva che la conoscenza è un cammino ed altre donne prima di lei avevano già percorso un tratto di strada. Ora toccava a lei, ma non doveva scoraggiarsi, le Grandi Madri e l’intero Universo l’avrebbero guidata.
Doveva solo zittire tutto il vociare confuso del vivere ed ascoltare.
Tu sai già tutto quello che serve -l e avevano detto le grandi madri – segui le indicazioni e non sbaglierai.
Ma a volte lei era ancora insicura, quasi stupita di essere arrivata fin lì.
Solo qualche anno prima le sarebbe sembrata un’utopia. Lei che arrancava dietro alla quotidiana vita non afferrando mai completamente il senso di ciò che le accadeva.
Ma un giorno il velo si era alzato, un respiro più forte dell’Universo le aveva concesso di vedere “oltre”. Pochissimi istanti….sufficienti, più che sufficienti!
Tutto il resto era venuto da se, non facilmente ma ineluttabilmente. Quando il velo della comprensione si apre il cammino diviene accessibile, si sa dove poggiare i piedi, posare gli occhi, acuire l’ascolto, cercare le risposte.
Ed era stato così che lentamente aveva iniziato ad ampliare il suo modo di osservare e percepire ciò che la circondava, cogliendo la successione degli eventi, la logicità nell’apparente non senso, la disarmonia dei comportamenti umani, la saggezza della vita che è ovunque.
Qualcosa poi arrivava sempre ad aiutarla e lei aveva imparato ad essere attenta, molto attenta.
Era per questo che ora sapeva cosa fare.
Sapeva che aveva bisogno di affondare le dita nella ricchezza semplice della terra.
Di lasciarsi guidare dal proprio istinto liberando la creatività.
Sapeva che bastava affidarsi.
Mescolando, ascoltando, sentendo avrebbe trovato le risposte.
L’intero universo era lì per aiutarla. Le grandi madri erano la memoria. La sua voglia di esplorare l’energia di cui aveva bisogno.
Doveva solo zittire tutto il vociare confuso del vivere ed ascoltare

Nella foto l'opera "La terra" di D'Arja

martedì 31 maggio 2011

Ha vinto la dignità, la nostra dignità


Ho la sensazione di essere uscita da una guerra. Certo, non una guerra come quella che hanno vissuto i miei genitori, fatta di bombe e fame, deportazioni e morti.
Una guerra di ben altro tipo s’intende, ma non meno distruttiva, non meno pericolosa.
La nostra democrazia se l’è vista brutta, ma proprio brutta brutta!
Vent’anni fa - strana coincidenza temporale - qualcuno ha deciso di conquistare e dominare il nostro territorio e le nostre menti…e c’è riuscito!
Con un disegno progettuale ben congeniato, si è da prima insinuato nei cervelli e poi comodamente insediato al comando della nostra nazione.
Quella di Berlusconi è stata una forma diversamente applicata di occupazione che, disgraziatamente per noi, ha creato una nuova e mostruosa “fisionomia Italia”.
Con lentezza ma costanza il suo modo di pensare e di agire si è diffuso in modo epidemico lungo tutta la penisola, contagiando con l’illusione del successo facile e del “Famo come ce pare”, milioni e milioni di persone.
E’ stato un processo lento, in parte agito in modo sotterraneo e perciò invisibile. E’ stata una malattia subdola che giorno dopo giorno ha debilitato la nostra capacità di analisi, minato la lungimiranza progettuale del nostro futuro riducendoci ad un’invalidante immobilità celebrale che ha reso molti di noi stupidi o pazzi.
Il presente ed il futuro sono una cosa seria, non s’improvvisano. O meglio, non sempre e non in tutto possono essere improvvisati. Ed invece l’obiettivo di Mr. B era quello di convincerci del contrario. Politici azzeccagarbugli, giornalisti servili, una compagnia grottesca di personaggi d’avanspettacolo, molti dei quali senza titoli né capacità, però scrupolosamente selezionati, che servivano a dar corpo all’illusione. Come se il popolo italiano fosse stato catapultato dentro ad un in immenso “The Truman show” è stata iscenata una farsa per convincerci che non serve studiare, è sciocco essere onesti, non bisogna essere. E’ fondamentale invece far credere di essere e possedere, ossessivamente possedere: soldi, fama, copertine, amanti e, aspetto basilare, pur di ottenerli bisogna essere pronti a qualunque bassezza. La vita, per questa gente, sembra racchiusa tutta lì. Ed in molti si sono ritrovati a sbavare davanti a questo malinconico spettacolo. Imbambolati dalla magia del prestigiatore, hanno sperato che la polverina miracolosa si depositasse anche sulle loro teste.
Ma come la favola di Pinocchio insegna, la vita è fatta di ben altro e quello che ci illude spesso ci delude. Ciò che si costruisce con un niente con un niente prima o poi crolla. E ritrovarsi sotto le macerie è stato un bel trauma.
Di nuovo abbiamo dovuto reclinare la testa, umiliati.
Miglia e miglia di disoccupati, milioni di nuovi poveri, milioni di giovani e meno giovani senza futuro, senza possibilità. Una scuola denigrata, infamata, svuotata della propria importanza. La ricerca azzerata, la cultura immobilizzata. L’uguaglianza beffeggiata. Le nostre ingenue speranze deluse e ridicolizzate. Non era per noi quel sogno, noi eravamo lo strumento del suo/ loro sogno.
Ma, nella vita fortunatamente ci sono sempre un sacco di ma, un popolo può rimbecillirsi anche per un tempo che sembra infinito, ma prima o poi si sveglia dall’incantesimo e si ribella. Ecco, credo che ieri l’Italia si sia ribellata urlando il suo basta.
Basta all’arroganza, alla maleducazione, alla sopraffazione, alla volgarità, alla rozzezza, all’imbecillità.
Basta!
Vogliamo tornare a volare. Vogliamo tornare alla limpida nobiltà delle menti eccelse che hanno scritto la nostra costituzione. Vogliamo, sì vogliamo e pretendiamo di riprenderci il nostro futuro. Vogliamo e pretendiamo dei politici seri, preparati, onesti e colti. Sì colti, perché senza cultura rimane l’ignoranza e d’ignoranza si muore. Vogliamo un sogno vero, fatto di possibilità vere perché costruite sulla solidità dello studio, dell’impegno, delle intelligenze, sulla nostra meravigliosa creatività.
Vogliamo tornare ad essere orgogliosi di essere, di essere anche italiani e non vergognarci più.
Ieri è stata davvero una gran bella giornata, perché l’Italia ha capito che c’era un’unica cosa da fare: riprendersi la dignità.
Ed è la dignità ad aver vinto, la nostra dignità.

martedì 24 maggio 2011

Come se...



Sfoglio le pagine dei miei pensieri e ritrovo me, tante me, intatte.
I miei scritti sono uno scrigno in cui adoro rovistare. Un’ulteriore possibilità per capire e ritrovare ciò che ancora sono o non sono più.
E poi ci sono i ricordi, quelli non scritti, quelli impressi unicamente nella memoria.
Una memoria che vi partecipa con tutti i sensi, riproducendo spezzoni vividi ed immutabili.
I ricordi sono attimi di vita cristallizzata, ma sono magici. In qualunque momento io lo desideri posso spegnere il presente e volarci dentro, rivivendoli con la stessa intensità, con indistinguibile precisione. Posso rientrare in uno specifico istante, in un luogo definito, ritrovando le persone che erano presenti, ferme in una determinata età, contornate dagli stessi oggetti, il tutto illuminato da quella particolare luce.
Tutto può tornare ad essere, come fosse un film che riparte dal preciso istante che decido di scegliere.
Ma cosa vuol dire questo?
Se il passato è un’immagine in cui posso rientrare ogni volta che voglio, vuol dire che quel ricordo è ancora reale, esiste in un luogo non luogo, nella mia mente, od in quella dimensione indefinibile che è l’anima.
E se ogni attimo del passato è ancora lì, pronto ad essere rivissuto, allora in qualche altro luogo non luogo esistono altrettanti attimi, e contesti, e persone ed accadimenti che potrebbero verificarsi e dunque in qualche modo già esistere, sono realtà, anche se non li ho già vissuti.
Sono la potenzialità ancora inespressa di ciò che potrei essere, o che farò, che spero vivrò.
Ed allora come interpretare le immagini che ogni tanto attraversano la mia mente proponendo scenari? Cosa sono quelle parole che penso di poter pronunciare, che a volte immagino di poter ascoltare? Chi sono i volti, in alcuni casi ben definiti, che s’inseriscono nelle mie fantasie?
Cosa può significare, od essere realmente, quello che la mia mente a volte proietta davanti all’interiorità del mio sguardo?
Potrebbe non essere solo “pura fantasia”, ma bensì squarci, spezzoni di un “possibile” ancora inespresso.
In più contesti si sostiene che non esiste una distinzione tra passato, presente e futuro. Tutto potrebbe essere mescolato nel mare cosmico che ci circonda.
Vediamo la luce di una stella che ormai è morta da millenni eppure per noi esiste, è davanti al nostro sguardo, e brilla, vera e splendida.
Come quel tuffo al cuore che sento netto ed immutato ogni qualvolta ripenso al volto di chi ho amato. O il brivido di beatitudine che corre sulla mia pelle quando rivivo le carezze insostituibili di mia madre. Dov’è tutto ciò?
I miei sentimenti rispetto a milioni di attimi sono ancora lì, perfetti ed identici, come se io fossi ancora la persona di allora, nonostante non lo sia più. Posso rivedermi, posso proiettarmi in ciò che potrei essere. E’ come se intorno a me e dentro di me fosse possibile contenere tutto. Come se io fossi una particella capace di riprodurre nell’infinitesimale la grandiosità dell’infinto.
Come se...