Un pò di me e la mia intervista con Maurizio Costanzo e più in giù in nuovi post

mercoledì 18 maggio 2011

Il contatto dell'Anima

Lei gli si avvicinò guardandolo con i suoi grandi occhi.
In silenzio si fermò ad osservarlo.
Il suo sguardo viaggiava in una dimensione che non si curava né del tempo né dello spazio.
Era pura armonia di mente ed anima.
Lui l’osservava senza comprendere.
Gli occhi di lei avanzavano veloci, spostando tutto ciò che appariva loro inutile.
Sembravano attirati da un punto preciso.
Ad un tratto lo sguardo parve arrestarsi, rimanendo immobile davanti a qualcosa d’invisibile.
Lei sorrise quieta.
Con lentezza distese il braccio verso di lui e con la mano toccò la stoffa del suo maglione.
Lui avvertì una spilla di calore nel petto.
La mano di lei ed il suo sorriso ancora immobili su di lui.
La spilla diventò un chiodo e poi il calore divenne sempre più forte ed il chiodo si sciolse scomparendo.
Il cuore iniziò a scaldarsi
Lei era ancora davanti a lui, ferma con il suo sorriso e la mano posato sul suo petto.
Il cuore ora era caldo ed il calore era talmente intenso che avrebbe potuto sciogliersi come il chiodo che l’aveva fissato ad un'innaturale immobilità.
Lui sentì il primo battito, il primo di quello strano battere.
La percezione del calore sempre più intensa e la contrazione di quel primo battito lo stordirono.
Una sensazione di abbandono, poi una perdita di coscienza simile ad un orgasmo.
Un piacere profondo, assoluto, sconosciuto.
Un cuore caldo, incandescente, lui non l’aveva mai avuto.
Si emozionò con l’autenticità di un bambino.
Lacrime pure scivolarono dai suoi occhi.
Esisteva quel che non credeva possibile.
Piegò la testa verso il petto.
Il suo cuore incandescente pulsava.
Indietreggiò frastornato staccandosi dal contatto con gli occhi di lei e della sua mano.
Una scossa gli percorse il corpo e lentamente sentì l’incandescenza diminuire e poi spegnersi.
Si voltò. Lei non c’era più.
Il volto trasfigurato dal dolore.
Lui ora sapeva. Aveva provato. Ricordava l’incantesimo di quella sensazione.
Come un animale affamato, un pazzo preda di una visione, un bambino abbandonato iniziò a girare per il mondo.
Fissò mille e mille occhi. Posò sul petto mille e mille mani. Urlò, sperò, disperatamente cercò di ritrovare quel contatto, la scintilla che aveva prodotto il calore nel suo cuore, la beatitudine di quei brevi istanti. Ma non vi riuscì.
Aveva vagato inutilmente, cercando la cosa sbagliata.
Non era il contatto fisico ma quello dell’anima a creare la magia

domenica 15 maggio 2011

Correnti


Era una questione di correnti!
Un giorno, anzi una mattina – le idee migliori, quelle più potenti arrivavano sempre insieme al sole - le aveva visualizzate. Aveva capito che c’era un infinito movimento di fiumi, scie, strade, flutti che si muoveva costantemente intorno a lei.
Lei viveva, fluttuava , in una marea cosmica dove ogni cosa è possibile; la scoperta era recente, recentissima.
Prima di quella illuminazione era vissuta senza vederle - le correnti, i fiumi, le scie, o quelle meravigliose strade veloci che ti possono condurre dove vuoi con minima fatica - scivolandoci dentro, convinta di arrivare a comprendere solo grazie ad una profondo ragionare.
Ed invece quella mattina insieme al sole, forse grazie al sole, tutte le correnti, le scie, i fiumi, le strade, le onde pur rimanendo immutata evanescenza, si erano materializzate intorno a lei. Un po’ come quando il sole illumina l’aria con un raggio di luce più intenso e magicamente migliaia d’insetti e granelli di polvere diventano visibili: c’erano anche prima, ma era impossibile vederli. Ecco, era successa esattamente la stessa cosa: un raggio di consapevolezza aveva illuminato le sue percezioni ed ora lei sapeva che poteva scivolare in una qualunque di quelle scie viaggiando oltre il normalmente percepito.
Bastava chiudere gli occhi e poi saltare al volo nel fiume colorato del tutto è possibile.
Ed era stato seguendo una di quelle correnti, un vento profumato che l’aveva fatta ondeggiare quando aveva pensato "ovunque” che dopo pochi giorni, lasciandosi trasportare da un’onda piena di musica aveva visto quella danza.
Un’accelerazione violenta del cuore le aveva indicato che quella era una realtà, una realtà che esisteva già in qualche luogo del mare cosmico.
Lei doveva solo continuare a danzare.
Tutto il resto, era solo questione di correnti.

martedì 10 maggio 2011

Mattino presto

Cammino lungo una linea irregolare
seguendo un confine inesistente.

Il sole sale caldo ad est.

Nel blu i pescherecci avanzano lenti

Schiuma bianca li precede
Li segue.

Sabbia e mare si lambiscono
come amanti instancabili.

Cammino verso sud.

Tutto è definito
Tutto si mescola

Ali di mondo intorno a me

Attraversare mi piace!

lunedì 2 maggio 2011

Tu chiamala se vuoi..Fortuna...




Nessuno è nato sotto una cattiva stella; ci sono semmai uomini che guardano male il cielo.
Dalai Lama

Cosa vuol dire essere fortunati?
Quasi sempre ci rispondiamo che essere fortunati è una condizione del vivere che è oltrepassa la nostra volontà.
“Fortuna era una divinità antica, forse precedente alla fondazione di Roma” riporta Wikipedia. Una divinità generalmente rappresentata con una benda sugli occhi, anche se oltre a questa descrizione nella storia esistono diverse interpretazioni. Ma rimaniamo nella più comune: la dea bendata. Il solo fatto di averla pensata una divinità induce a pensare che l’essere umano abbia sempre percepito la buona sorte come un evento esterno a sè, superiore a sè e poiché bendata praticamente inconsapevole!

Ma è veramente questa la sola interpretazione?

Noi esseri umani, a volte, abbiamo la necessità di semplificare ciò che non comprendiamo o che non abbiamo voglia di approfondire.
L’idea di una divinità che vaga per il mondo bendata ed inconsapevole ha un suo fascino e ci risolve una moltitudine di problemi, uno tra tutti: se una cosa va male non è colpa mia!
E questo, diciamocelo, è un gran sollievo. Qualcuno o qualcosa di superiore ha deciso per noi.
In pratica, sempre secondo me, per alcuni aspetti della nostra vita continuiamo a ritenerci bambini indifesi e, quel che peggio, un po’ incapaci.
Brutta storia, brutta sensazione. Non abbiamo voce, non abbiamo possibilità, siamo alla mercé di “altro oltre noi”. Brivido!
Ma è davvero così?

 Concerto del primo maggio. Decisione vado o non vado? Supero la pigrizia, la paura degli attentati, l’inevitabile casino che troverò. Vado. Arrivati il clima è festoso, il sole riscalda, la musica è strepitosa. Ballo, gioisco di quel che vivo e penso: “Ogni attimo di felicità è un dono, goditelo”.
Bene, questa è la premessa.
A seguire succederà che: in mezzo a mezzo milione di persone incontrerà mio cugino e la sua famiglia, il quale chiamerà una sua amica che ci dirà di raggiungerla. Lungo la strada troverò una discreta somma di denaro, la nostra amica ci porterà nel backstage del concerto dove gusteremo una simpatica cenetta e vivremo il concerto da vicino. I nostri figli, che ci avevano seguito sbuffando, si ritroveranno in una situazione privilegiata. Grande insegnamento per loro, bel momento di condivisione per tutti noi.
E per finire, tornando verso casa raccoglierò un portafoglio nel quale non ci sono soldi ma tanti documenti. La ragazza a cui li restituirò dopo una piccola ricerca, guarda il caso, è di una piccola località a cui evidentemente la mia vita è indissolubilmente legata…ma questa è un’altra storia e comunque compirò una buona azione che fa sempre bene.
E’ stato un giorno fortunato? Per come la vedo io sì, decisamente.
E se fossi rimasta a casa, tutto questo sarebbe accaduto?

Se davvero la fortuna è bendata e non sa dove si trova, né dove andrà forse, e dico forse, per incontrarla dovremmo essere noi ad uscire dalla porta di casa, alzare il telefono, dire una cosa, non dirla, compiere un’azione accettando disagi, incertezze, pericoli, fatica, delusioni, possibili sconfitte. Ma forse, sempre forse, solo così potremo andarle incontro...se lei non ci vede...
Quando a qualcuno capita qualcosa di buono, o vive una buona vita, siamo pronti a liquidare il tutto con un: “E’ una persona fortunata”.
Facile, conclusivo, superficiale. E vigliacchetto aggiungo io.
Tradotto potremmo leggerlo anche così: se a lui va bene a me non dipende dalle sue capacità e dalle mie incapacità, è oltre lui è oltre me, è solo fortunato.
Bene, io non la penso così e molti studi indicano che non è così. Le cose capitano a chi si mette nelle condizioni di farle capitare. Capitano a chi sorride e prova, a chi sa mettersi in gioco, a chi ha coraggio, a chi non rimanda tutto ad improbabili discese dal cielo, ma muove se stesso e va. Capitano, insomma, a chi va incontro alla vita e poi si vedrà.
Buona fortuna a tutti.

Se non ti aspetti l'imprevisto, non lo incontrerai.
Eraclito

mercoledì 20 aprile 2011

Scrivere sui tetti



Scrivere sui tetti come una gatta.
Il naso sale ad annusare la luna e poi ridiscende nel bagliore di un foglio.
E' tutto silenzio intorno a me. Solo uno sporadico vociare che sale dai vicoli o da qualche finestra lasciata aperta.
Null'altro.
Ci sono luoghi e momentii che sembrano non esistere negli orizzonti della mia vita, ma poi si materializzano così, improvvisamente, quando meno me l'aspetto, quando non li cerco. Ed allora chiudo gli occhi, respiro forte e poi li riapro, piano, per paura che la bellezza che sto vivendo ritorni tra la fantasia di una favola che pensavo non potesse essere reale

venerdì 15 aprile 2011

Il messaggio nella bottiglia



Oggi è un giorno semplice, un giorno banale ma non è vero, nessun giorno lo è.
Ferma contemplo il mare, il mare della vita, i suoi flussi, l’andare e venire che trascina via, porta, a volte restituisce.
Quante bottiglie ho lasciato andare sperando che un giorno tornassero da me con una risposta…
Quanti giorni a sbirciare il mare mentre la vita ti pungola, ti spinge, ti strattona verso e devi muoverti ed agire anche se non sai.
Però come fai a dire alla vita di aspettare? Non puoi, non si può.
Ed allora, anche se non smetti di sbirciare il mare, vivi.
Vivi e scegli ed affidarti al buon senso, a qualche buon consiglio, ma principalmente a te, a ciò che senti salire dalla pancia e divenire voce che ti guida. Anche quando quello che ti dice, dove ti porta sembra assurdo, spesso folle, di certo non sempre consono ed giudizi si fanno taglienti, a volte crudeli, le parole ingiuste perché non ti adegui, non ti omologhi. Perché scegli quel tuo sentire impalpabile che conosci eppure non vedi, che neanche tu vedi.
Ma a chi dai retta? Ad una voce? Al tuo istinto? Pazzia!
La strada è tortuosa, difficile, traballi, inciampi, a volte sbatti, ti fai male, ma la strada è quella e tu lo sai, lo senti, per lo più te lo auguri.
Gli altri parlano, le loro voci a volte ti confondono, però quella sottilissima voce interiore è imperiosa e vince su tutte. Lei sa, forse. Tu no, ti affidi, coraggiosamente le credi e continui ad amare, a camminare, a scegliere per te e poi non più solo per te. E tutto diventa ancora più difficile, le voci si moltiplicano, gli schemi ti risucchiano, ma tu ti aggrappi al tuo invisibile sentire e continui ad amare, a camminare, a scegliere per te e non solo per te e speri, profondamente speri che quella voce non stia sbagliando. Ma non puoi fare a meno di seguirla, quasi fosse un incantesimo. Ed ogni tanto sbirci il mare prima o poi, speri, qualcuno ti risponderà…

Ad aspettare davanti al mare quanti giorni? A volte anni.
Poi arriva un giorno semplice, banale ma lo sappiamo, nessuno giorno lo è. Il mare e quel giorno.
Una bottiglia sbatte addosso ai tuoi piedi, no, due bottiglie, le ha portate un’onda e non l’hai viste arrivare.
Le afferri veloce, non vuoi che la corrente le riporti via.
Le guardi col cuore che batte, batte forte. Delicatamente tiri fuori le risposte, prima una e poi l’altra. Sono risposte a domande antiche, lo capisci dalla carta. Hanno viaggiato per un tempo lungo, molto lungo.
Le leggi, le rileggi, guardi di nuovo il mare, ti siedi e lasci che le lacrime salgano dalla pancia, dal cuore, su su fino alle ciglia e poi oltre e di nuovo giù, libere fin dove vogliono: viso, collo seno, mani, adori quelle lacrime, il loro sapore.
Il corpo si scioglie dalla fatica del cammino, dal peso di tante parole, dal dolore delle inevitabili ferite. Percepisci uno sguardo, sollevi i tuoi occhi, incroci quelli del tuo istinto, quella vista che ha guidato il tuo insicuro incedere.
Aspettano.
Gli sorridi.
Non hai sbagliato…non ha sbagliato.

mercoledì 6 aprile 2011

Sguardo oltre la pelle


Corpi esposti senza pudore, piedi costretti su tacchi importabili che impediscono di camminare figurarsi di ballare. Volti acerbi o maturi truccati oltre misura. Uomini giovani e meno giovani che osservano con occhi rapaci le statuine traballanti che sfilano davanti a loro.
Era una discoteca e sembrava un’arena in cui si muovevano tori e toreri. Di certo, allargando lo sguardo, poteva rappresentare una metafora. In questo strano mondo ognuno di noi si muove nello spazio che lo circonda cercando di fare il proprio gioco. Ma qual è il gioco?
Le finalità che muovono ognuno di noi nei rapporti interpersonali potrebbero, per lo più, essere ridotte ad una formula elementare: essere amati/accettati.  E per raggiungere questo scopo le proviamo tutte, ma proprio tutte, cadendo però in un subdolo paradosso che inficia frequentemente il nostro intento:  il timore di svelare chi siamo, nella non remota possibilità di non sapere esattamente chi siamo. In questa epoca non proviamo, a differenza del passato, un grande pudore nell’esibire il nostro corpo, né ad offrirlo per un reciproco soddisfacimento sessuale. Abbattuti e risolti molti tabù ed impedimenti procreativi ci siamo lanciati in questa sensoriale esperienza con una certa ingordigia liberatoria. E’ stata una grande conquista che però non comporta una consequenziale conquista del soddisfacimento amoroso. Ed è qui che scatta il problema. Appagati i sensi rimane un'indefinta percezione d' insoddisfazione alla quale cerchiamo di porre rimedio usando ancora il corpo ed ancora i sensi. Ma quel languore, una specie di mancanza, non si placa perché in fondo ciò che desideriamo è essere amati ed il corpo rimane una barriera tra noi e l’altro. Per amare ed essere amati bisogna oltrepassare la pelle ed aver il coraggio di mostrare all’altro qualcosa di assai più intimo di un corpo nudo: dovremmo concedergli di guardare la nostra anima.
Rischiosissimo a detta dei più, inevitabile se dai sensi vogliamo approdare ai sentimenti. Ma soffriamo un’istintiva paura e tendiamo a celare l’intimità fragile di cui siamo proprietari. Siamo frenati dal timore di venir feriti, derubati, non compresi e ci nascondiamo.
Vorremmo che qualcuno intuisca le nostre meraviglie in modo divinatorio, giustificando i nostri limiti, comprendendo le nostre difficoltà, senza ovviamente esporre il nostro amabile cuore a dei veri rischi. L’altro dovrebbe compiere un atto di fede senza conoscerci, senza che gli sia veramente permesso d’entrare nella nostra interiorità. Vogliamo dedizione e non siamo disposti a dare fiducia.
Incredibile no?
E in attesa che questo miracolo si compia, quello che ci sembra più semplice e meno pericoloso fare è esporre il nostro corpo, abbellirlo, pitturarlo, scolpirlo concederlo. Sorprendentemente l’intimità fisica non c’impensierisce, quella dell’anima sì. Eppure è quella la vera meraviglia a cui ambiamo, l’incanto sublime, magari temporaneo di cui vorremmo essere protagonisti almeno una volta nella vita. Ma come possiamo riuscirvi se noi stessi abbiamo paura di sprofondare oltre la nostra pelle, quasi temessimo di scoprire chi siamo?
E questo è un ulteriore paradosso: pur guardandoci con diffidenza od insoddisfazione pretendiamo che l’altro ci guardi con meraviglioso incanto. Che strani tipi siamo…ci teniamo a galla, navighiamo a vista, senza immergerci mai o quasi mai né in noi né nell’altro.
Troppo faticoso mi si dice in genere ed è vero. Ma allora come pretendiamo di essere visti  celandoci, essere capiti senza perdere tempo a capirci. Come può l’altro comprenderci la dove anche per noi regna solo il caos? Imputiamo agli altri delle incapacità, una disattenzione che a volta ci appartiene.
Vaghiamo dunque per questo mondo offrendoci all’altro come potrebbe farlo un bambino pieno d’inconsapevolezze ed ingenuità. Cercando, allo stesso tempo, d’ingannarlo con un’immagine e non seducendolo per ciò che siamo. Vorremmo essere amati a prescindere non amandoci a prescindere.
Ci raccontiamo un sacco di storie, le proponiamo agli altri ma che paura andare a scoprire quali sono i nostri effettivi limiti, le zone d’ombra, gli inevitabili difetti. Però poi, a ben pensare, come possiamo scoprire le vette che potremmo raggiungere se non abbiamo la forza e l’ardire di esplorarci? La vita è un viaggio e non conoscersi e non permettere a nessuno di conoscerci profondamente rende, a mio parere, quasi inutile la gran fatica che comporta esistere.