Un pò di me e la mia intervista con Maurizio Costanzo e più in giù in nuovi post

sabato 8 maggio 2010

Come uno specchio





Ci sono incontri particolari, momenti di condivisione che ti restituiscono il piacere della compagnia umana, il vero valore dello scambio emotivo ed intellettivo. Questi sono gli incontri che preferisco, quelli che, lo capisco subito, porterò con me per molto tempo, forse per tutta la vita. Perché ci si è regalati senza censure o limiti. Le porte dell’anima e della mente aperte e le essenze di entrambe libere di fluire. E quando chiudi lo sportello della macchina e torni a casa sai che quella è stata una serata speciale, ti senti ricca, interiormente più ordinata. Cammini verso il portone e pensi che quella persona, forse senza rendersene conto, ti ha preso per mano e ha portato un passetto più in là la tua crescita, le tue consapevolezze.
Ci sono persone con cui non devi spiegarti, con le quali non c’è bisogno di usare troppe parole, loro arrivano a te così, semplicemente. E quel “semplicemente” ti sembra qualcosa d’incredibile, un dono inestimabile, che ti lascia sorpreso ed affascinato. Senti i muscoli rilassarsi e quasi avresti voglia di piangere, piangere di gioia, perché è solo quando incontri queste persone che scopri quanto il tuo desiderio di essere profondamente compresa non era una pretesa folle, o una pensiero astratto ed impossibile, era facile, quasi ovvio, quanto meno naturale.
Ci sono persone che sono come specchi in cui è bello riflettersi, che sono altro da te, ma simili a te. Una di fronte all’altra ci si rimanda un’immagine intima, che solo specchi particolari sanno cogliere. Non c’è giudizio, non c’è timore, c’è unicamente il desiderio di essere lì, guardarsi e con delicatezza tendere una mano verso l'altra per sfiorarsi l'anima con una carezza.

A Danila

martedì 4 maggio 2010

Come due elefanti


“Quando due elefanti lottano, è l’erba che soffre.”
Proverbio africano
E quella che segue è la mia metafora.
Le relazioni tra due persone spesso si rivelano una lotta tra due elefanti. Gli elefanti in realtà non siamo noi ma l’immagine che di noi, inconsciamente, proiettiamo sul campo comune dei nostri rapporti interpersonali. Il che è molto umano. Desideriamo lasciare la nostra impronta, dimostrare il nostro valore intellettivo, rendere visibile la nostra bellezza. Vogliamo innalzarci, stupire, sedurre, influenzare. Cerchiamo in fondo di mostrarci al meglio. Ma quando scatta questo irresistibile desiderio noi non chiediamo aiuto alla parte più intima e profonda di noi, quella vera, ma bensì a tutto ciò che ci è più facile manifestare: ego, vanità, narcisismo. E così, senza rendercene conto ci trasformiamo giorno dopo giorno in elefanti ingombranti, imponenti, potenzialmente pericolosi.
Gonfiamo le nostre caratteristiche per renderci evidenti agli occhi dell’altro, certi che questo possa essere un modo vincente per raggiungere i nostri obbiettivi. Ma in questo modo ci dimentichiamo dell’erba che si trova sotto le nostre zampe. Ci dimentichiamo di noi, dei nostri sentimenti, dei nostri desideri più intimi, delle nostre fragilità e delicatezze. La nostra vera essenza, ahimè, siamo abituati a celarla, convinti che solo nascondendola ci sarà possibile proteggerla. Senza pensare però che ciò che non si vede, apparentemente non esiste. E’ un paradosso eppure…
Non sarà colpa dell’altro elefante quindi, lui si muove come la natura gli impone, ha zampe pesanti e passi lenti, ma l’erba su cui si posa soffre, si spezza, i fiori appiattiscono, a volte muoiono.
Ed anche quando i due elefanti avranno smesso di lottare, stanchi o soddisfatti, vincitori o vinti poco importa, l’erba resterà calpesta e dolorante. Ci vorrà del tempo prima che ritrovi vigore, la bellezza fiera dei suoi fiori, i quali, di certo, stenteranno un po’ prima di riaprirsi fiduciosi al calore del sole.
Morale: forse a volte sarebbe meglio ridimensionare l’ego, farsi che so gatto, sempre grandino rispetto all’erba ma insomma, almeno il suo è passo felpato e meno pesante.
Oppure, e quest’immagine mi piace ancor di più, potremmo trasformarci in coccinelle: leggere, colorate e capaci di volare su qualunque fiore o filo d’erba senza fare danni.

giovedì 29 aprile 2010

Un giorno normale


E’ un giorno normale pensavo.
Una passeggiata tra le gocce d’acqua ed il rumore del mare.
Ma esistono i giorni normali?
Camminiamo vicini, era tanto tempo che non ce ne stavamo un po’ da soli, a chiacchierare.
Una passeggiata tra le gocce d’acqua ed il rumore del mare.
Ad un tratto arrivano le tue parole, inaspettate, dirette ed io faccio fatica ad assorbirle. Mi spiazzi.
Rispondo senza sapere bene cosa dire, improvvisando battute improbabili, mentre tu serio mi non mi guardi e continui a parlare.
Mi sento un’idiota e non vorrei esserlo.
Ma come dirti in un attimo che con le tue frasi stai capovolgendo percezioni decennali ed io…io in fondo pensavo solo ad una passeggiata tra le gocce d’acqua ed il profumo del mare.
Passi e parole e non trovo neanche l’accendino…!
Vorrei fermarti e chiederti perché ora? Perché proprio in questo delirante momento della mia vita?
Però forse dovrei smetterla di voler capire ed accettare che per te questo era il momento, che le tue emozioni hanno compiuto un lungo viaggio e solo oggi sentivi di potermele donare, senza un perché.
Ed allora torno indietro anche io, riavvolgo impercettibilmente il nastro e riparto da qualcosa di detto che mi sembrò scivolar via…ignorato.
Tutto ha un senso forse.
Un equilibrio
Dare e ricevere in una logica non sempre lineare come vorremmo.
I minuti passano e tu quasi certamente attendi una risposta, un cenno che dia un senso al tuo parlare.
Ma io mi perdo in strane congetture che mi allontano dal qui ed ora.
Certo che è strana la vita… segue spesso un andamento circolare e se un cerchio si chiude vuol dire che si è tornati al punto di partenza. Ed è solo allora che le domande trovano “La” risposta.
E tu sei il mio inizio.
Origine e ricongiunzione.
Così, sorvolando il tempo, nell’essenza di un cammino che ora ritrovandoci vicini sembra essere durato un attimo.
Ti guardo e rivedo il tuo viso di ragazzo e poi quello dell’uomo che sei. Solo tu potevi compiere questo balzo parlando alle due me.
Origine e ricongiunzione, ma perché mi stupisco? In fondo sei sempre stato un rivoluzionario…
Ed io vorrei essere capace di altrettanto valore e dirti qualcosa di sensato, ma ora so che non è facile, non come pensavo.
I sentimenti spiazzano, siamo in difficoltà davanti a loro, inadeguati.
E questo vale anche per me che di parole scrivo…
Che beffa!
Lascio passare i giorni e finalmente sono capace di formulare il mio “grazie” con parole confuse, ma i pensieri in ordine come dici tu.
Ho sempre pensato di essere una donna fortuna…
L’intelligenza del tuo guardarmi, la profondità del tuo sentirmi, continuo a pensare di non averlo mai veramente meritato, neanche allora, figuriamoci oggi. Tu però conosci la sincerità del mio affetto e la follia del mio essere e come sempre sei capace di arrivare al centro sorvolando sul superfluo.
Ma sappi, che per quanto strampalata posso sembrarti, c’è un punto preciso nel mio cuore dove troverai sempre le tue iniziali, sono lì d'allora e questo tu lo sai.
Ti voglio bene!

giovedì 22 aprile 2010

A mia Madre


Le parole di un amico mi riportano a te
Alla ragazzina di quel giorno
Quando andasti via senza far rumore
E dentro di me esplose il fragore di una tempesta
Chissà se tu già sapevi…
Se il tuo sguardo di smeraldo aveva intuito ciò che io non potevo immaginare
Senza di te…una ragazzina acerba e spaesata, niente di più
E poi?
E poi quanta fatica…
Quanta madre mia!
Tornati e valli, ed altre tempeste attraversate seguendo solo la bussola del mio cuore
Ma oggi sono qui e sono felice!
Felice Mamma, come speravi
Guardo il mio cammino
Ciò che lungo le strade ho seminato
Quello che ho visto nascere e crescere
Quello che sono
Mi vedo
E lo sai Madre mia, mi piaccio!
E’ questa la felicità che sognavi per me?
E’ stata dura, durissima
E tu l’avevi previsto
Ma ce l’ho fatta
Seguendo il mio istinto, nutrendomi delle tue parole, della tua incrollabile fiducia
Ce l’ho fatta Mamma!
Sono la donna che volevo essere
La donna che tu sapevi sarei diventata
E sento il tuo sguardo di smeraldo su di me…
…è pieno d’orgoglio.

lunedì 12 aprile 2010

Mai parlare nel vento della spiaggia

La sabbia era calda ed il sole avvolgeva la mia pelle come un leggero golf.
Distesi il mio asciugamano in una piccola rientranza della spiaggia e mi distesi lasciando che solo l’udito rimanesse contatto con il mondo. Un uomo parlava al telefono a pochi passi dal mio asciugamano ed alcune donne conversavano allegramente, noncuranti che il vento portasse fino a me le loro confidenze. Il tepore ed il vociare conducevano la mia mente in quel luogo che anticipa in strane immagini il sonno. Abbandonata mi allontanavo da tutto, ancora solo labili e piccoli frammenti di realtà.Come quel nome pronunciato da una delle voci femminili che intrufolò, nei miei quasi sogni, un volto. Una storia stava prendendo vita tra la mia mente ed un discorso che non mi riguardava. Aveva un qualcosa di familiare, è vero, ma forse il torpore la stava solo sovrapponendo ai miei pensieri. Poi la voce narrante disse una frase, un rimando preciso ad un episodio che conoscevo perfettamente. Fu come un secchiata d’acqua rovesciato sul mio copro caldo. Mi sveglia di colpo.
L’uomo continuava a parlottare nel suo cellulare e fui tenta di zittirlo. Pensai di voltarmi per poter ascoltare meglio, ma la paura di rendere evidente il mio interesse m’immobilizzò in un’attenzione tesa che percorreva ogni mio muscolo. Apparentemente inerte dovevo sembrare sprofondata in un sonno placido e questo favorì, probabilmente, il dispiegarsi libero delle loro parole. Tra quel crocchio di amiche le domande iniziarono quindi a sovrapporsi ed i dettagli si rincorsero via via più precisi.
Il sole era ormai una luce accecante oltre le mie palpebre chiuse ed un brivido mi scivolò improvviso sulla pelle per trasformarsi, un istante dopo, in un calore ingiustificato. Senza averne la benché minima idea, quelle donne stavano parlando di una storia che mi apparteneva. Non del tutto a dire il vero, quello che una di loro stava raccontando senza alcun riguardo per le confidenze ricevute era la parte della storia che non conoscevo, i pensieri più intimi della persona a cui, pochi minuti primi nel mio quasi sonno, stavo rivolgendo i miei pensieri senza risposta. L’entusiasmo crescente delle amiche mi dava l’esatta percezione di quanto tutta la storia, la “nostra” storia, avesse infiammato per mesi il loro interesse. Chissà da quanto tempo quelle domande si erano rincorse tra i loro pettegolezzi. Quel che era certo è che ma mai, veramente mai, avrebbero potuto immaginare quanto, quelle stesse domande, si erano dannate nei miei infiniti perché.
Ondivaga, ero pietrificata dallo stupore e, nello stesso tempo, da un desiderio imperante di balzar su e in un grido chiedere a quella sconosciuta: Ma è questa la verità? Ne sei sicura? Ed invece rimasi lì, sdraiata sulla sabbia calda, attenta a cogliere ogni ulteriore vocabolo, mentre il cuore si era trasformato in una torcia ed i muscoli, stremati dalla tensione di un tempo che solo allora mi apparve davvero infinito, si andavano chissà come rilassando.
Appresi così, per pura casualità, ciò che avevo sperato in una litania di giorni interminabili.
La loro sorpresa a quella verità era forse pari alla mia. Nessuna la credeva possibile, figurarsi io. Eppure, stando alle loro parole, era esattamente ciò che era accaduto. Non riuscivano a capacitarsi ed io ero improvvisamente, quanto inconsapevolmente, la donna che aveva generato quell’invidiabile miracolo. Sentivo che uno scoppio di riso isterico era pronto ad esplodere davanti all’intera spiaggia ed allora mi alzai, raccolsi le mie cose, sciolsi i capelli e solo allora, alzando lo sguardo, incrocia gli occhi di una di loro. Lei mi squadrò distratta ma poi, in una frazione di secondo, il suo sguardo si fece più attento ed un’espressione incredula le si dipinse sul volto. Non so come né perché ma quel qualcuno, oltre alle proprie confidenze, doveva averle mostrato una mia foto. Gli sorrisi grata e me ne andai.

P.S. Mai parlare nel vento di una spiaggia, non si può mai sapere a chi arriveranno i tuoi segreti.

venerdì 9 aprile 2010

Il muro


Guardo un muro
non ha appigli
non ha fessure
non posso aggirarlo
non posso abbatterlo
non posso comprenderlo
è un muro
non ha calore
non ha vita
l’osservo e mi chiedo a cosa serva
cosa protegga di così fragile
cosa nasconda di così terribile
chi imprigiona nella paure
un muro
oscura
impedisce
chiude
limita
ma solo chi dietro al muro resta paralizzato
non è forte chi lo costruisce
ma chi vive senza averne bisogno.

giovedì 1 aprile 2010

La vita a volte è un film



Eravamo partiti da questo antefatto...

Esco dall'ufficio e m'imbatto in gruppetto di persone che stanno girando un film. Curiosa cerco di riconoscere un volto famoso. Sono al cell, ma una voce richiama la mia attenzione. Alzo lo sguardo mentre il sole mi rimbalza negli occhi lo vedo, anche lui è al telefono. I nostri occhi s'incrociano ancora una volta, ci sorridiamo, ma non posso fermarmi e continuo a camminare...non ci siamo visti per decenni ed ora c'incontriamo così spesso...vita, cosa stai complottando?

Seconda parte...

Percorro al contrario la strada di ieri. Il solito assembramento di operatori e spettatori mi dice che il film che stavano girando non è ancora finito. Un tipo con le cuffie mi blocca, stanno registrando una scena. Mi fermo e l’osservo nel suo ruolo di attore, è bravo. Poi ci danno l’ok e gli passo accanto, ma non mi vede ed io devo andare in ufficio. Dalle finestre torno a guardarli. Non posso resistere e scendo. Lui è di spalle ed io tentenno un attimo, poi mi avvicino, una mano sulla giacca ed un ciao. Si volta guardandomi sorpreso. Chissà perché è sempre così difficile parlare, eppure un tempo le parole correvano libere, facili. Siamo a pochi passi dalla nostra vecchia scuola e lui me lo fa notare. Sorrido.
Avevo una mega cotta per lui al liceo e non l’ha mai saputo. Lo sanno i miei amici, mio marito, mio figlio ma non lui e questo mi sembra uno strano paradosso. La timidezza, la paura di un rifiuto o la poca generosità di condividere ciò che proviamo bloccano spesso i nostri sentimenti lasciando una scia di "chissà" nelle nostre vite. Non lo sapevo all’epoca, ma ho imparato la lezione e non ci casco più. Non sono diventata sfrontata, il pudore e la paura tentano sempre di controllare le mie azioni, ma i grandi dolori mi hanno insegnato che dire qualcosa di bello non arricchisce solamente chi riceverà le nostre parole. Arricchisce soprattutto noi stessi, donandoci il coraggio e la forza di ciò che siamo capaci di provare. Al contrario, chi non ha quest’ardire forse non rischia brutte figure o porte sbattute in faccia, ma vive come un albero spoglio in un gelido inverno. E cosa c’è di più triste di un albero incapace di germogliare, di offrire ombra o frutti ai suoi passanti? E’ un albero inutile, nessuno si fermerà ad ammirarlo, nessuno lo scegliere per ristorarsi.
Dare agli altri i nostri sentimenti, le nostre emozioni è come concedere a chi passa nella nostra vita di godere delle nostre bellezze. E’ un rischio certo, ma in quel rischio scorre l’adrenalina stessa della vita, così come in un albero scorre la linfa che lo nutre.
Per questo ho mosso i miei passi verso di lui, ho allungato una mano sulla sua spalla, ho sorriso ai suoi occhi. Tanti anni fa senza saperlo mi aveva regalato emozioni ed io non ero stata capace di dirglielo. Ma oggi ho vinto un tabù ed ho scavalcato la paura. Non è importante quello che è stato detto, ma quello che ha mosso la volontà di dire quel “ciao”. La sfida non era su di lui, ma era su me stessa e forse, è per questo che ho ricevuto più di quanto pensassi. Sono andata incontro alla vita, a ciò che continuava a mettere sul mio camminio. Ho solo teso una mano lasciando che il senso di tutto ciò si spalancasse davanti a me.